"La Storia siamo noi": blog di storia, letteratura e arte

martedì 12 novembre 2013

Poesia, ardito alfabeto di stelle e di sole

Autoritratto con sette dita di Marc Chagall (1912-13)
Stedelijk Museum, Amsterdam
http://www.stedelijk.nl/
Come il pittore raffigurato nel quadro, anche il poeta
è un anomalo creatore... con sette dita!
Nel pronunciare la parola “poesia”, al comune sentire verrà purtroppo in mente qualcosa di svenevole, come stucchevoli romanticherie o febbricitanti sentimentalismi. Molta cattiva opinione sulla poesia è dovuta a versi intrisi di melassa e lacrime, ad atteggiamenti da prime donne o primi uomini. La vera poesia, in realtà, porge un messaggio di alto valore, ottenuto dallo sposalizio tra parole e dalla musica che ne deriva. Il tutto si trasmette al lettore come una partitura, per scavalcare la razionalità della prosa e arrivare dritto al nucleo più profondo dell’essere. Per questo motivo, ritengo che la poesia non possa essere spiegata: lo scritto del recensore si rivela un’arma spuntata nelle sue mani. 

Nella splendida silloge Costa fatica far girare il sole di Vladimiro Forlese,  ritroviamo il senso, la musicalità e  la forza della poesia autentica, e di conseguenza l’inadeguatezza del recensore. Sono versi di livello altissimo, e di una bellezza bruciante: abbaglianti come lampi che folgorano, e nello stesso tempo precisi come lame che incidono e scarnificano. Compito del poeta è affondare nella montagna come un cercatore, traendo alla luce solo la parte più preziosa della vena nascosta: l’oro puro. Così nella poesia di apertura, dedicata allo sconosciuto lettore, ci viene detto con fierezza… ecco: lo scopo era, resta / la poesia, nonostante il veleno, i naufragi / le agonie, le ossute mani che toccano a sé / e spengono i fiori ad uno ad uno.  Il poeta non è solo un cercatore, ma anche un alchimista, per sé e per gli altri, che spesso opera nel silenzio e nel nascondimento. La poesia, ardito alfabeto, ci attraversa con l’essenza dell’attimo, degli eventi, dei pensieri e delle emozioni, sfrondati dagli inutili veli che appannano o indeboliscono la visione; persino al di là dell’amarezza e del dolore di una vita che, senza dubbio, ha bruciato e brucia la mano del poeta come fuoco solforoso. L’ho detto: ecco, rivoltatemi come una tasca / prendete l’amore che mi resta / fatene pane, / notturno usignolo, arma per i mattini del mondo. 

La copertina della silloge
C’è anche una tensione tra due forze opposte, una ascendente una discendente, che pulsa nei versi di questa raccolta: una lotta tra la materialità della terra e delle sue idolatrie, del suo eterno mercato di esseri umani, e quella tesa alla conservazione, al sogno e alla memoria.  Affiora spesso la nostalgia per una realtà alta e altra: un luogo celeste, non nel senso abusato del termine, bensì un “dove” in cui la beatitudine si sprigionava prima di tutto nella natura non deturpata, e nella condizione dell’uomo in pace con lei e con se stesso. Di contro, si presenta allo sguardo del poeta l’ambiente che lo circonda, offeso dallo scempio, dal tormento / delle ciminiere che filano di fumo l’avvenire e, in parallelo, l’inaridimento del nostro mondo interiore, lo zero in cui muoiono le nostre anime. Diventa urgente coltivare la memoria: anche se il mondo mi sfugge so il torcere del / tempo

Così la misura della circonferenza, presente nel suggestivo titolo della silloge, indica non solo lo scorrere del tempo cosmico, ma le ruote sanguinose della Storia che da sempre stritolano le moltitudini degli oppressi, e mandano alla ribalta, come tali, i forti con la loro protervia. Diventa imperativo non abbandonare una lotta di civiltà (ci siamo detti che nuove leggi nascono / dove non c’è più legge, / che un nuovo onore nasce / dove onore è il disonore…), condotta in primo luogo con le armi che tutti noi possediamo, quelle dell’onestà e della coerenza, per combattere contro lo scoraggiamento e la tentazione di cedere, anche noi, al “così fan tutti”. Memoria anche individuale, però, di un’infanzia nella terra assolata del meridione, un luogo magico dove l’altezza delle montagne / fa cieco l’orizzonte del grano, e dove la madre rimane, custode, a fare la guardia  / ad una cassapanca piena di fogli del figlio lontano. 

Molte altre sono le cose che andrebbero dette di quest'opera, ma, come ho ammesso all'inizio, il recensore stavolta ha la penna spuntata. Posso solo aggiungere, a mo' chiusura, che in questa silloge Forlese canta la bellezza assoluta, e la esprime con i versi alchemici di una vita. E la bellezza assoluta equivale alla Giustizia, di cui questo poeta ha ancora fame e sete inappagate. 

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Costa fatica far girare il sole  è al seguente link: http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=784349
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QUALCOSA DI ME

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Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato sei romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ho in cantiere una serie di romanzi ambientati nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

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