"La Storia siamo noi": blog di storia, letteratura e arte

lunedì 22 marzo 2021

“Piacere, sono il re Sole. Luigi 14 per gli amici.”


Il re di Francia Luigi XIV molto probabilmente griderebbe al crimine di lesa maestà. Forse l'audace plebeo che tanto ha osato non rischierebbe la forca, ma un soggiorno in carcere sarebbe il minimo che potrebbe capitargli. La notizia è recentissima, e l’alzata d’ingegno proviene proprio dai cugini d’oltralpe; tra l’altro non da istituzioni qualsiasi, ma da musei noti in tutto il mondo come il Louvre e il Musée Carnavalet.

Mentre il Louvre non ha bisogno di molte presentazioni, meno conosciuto è il Musée Carnavalet di Parigi. Si tratta di un museo sulla storia della città, che non manco mai di visitare ogni volta che vado nella capitale in quanto ha un piano tutto dedicato alla rivoluzione francese con mobili, cimeli, quadri, oggetti, lettere, missive, stampe... insomma per me è una vera festa per gli occhi, il cuore e la mente. Ne avevo parlato nell’ambito di uno dei miei articoli de Il Caffè, dal titolo “Le Musée Carnavalet, uno scrigno di tesori” che, se volete, potete leggere qui. Il museo è stato ristrutturato dopo ben quattro anni di lavori e riaprirà i battenti non appena le precauzioni anti-Covid lo permetteranno.

Nel frattempo, è stata annunciata una novità, in questo caso allineandosi parzialmente alle decisioni prese dal Louvre: le scritte esplicative per quanto riguarda re, regine e secoli saranno indicate con i numeri arabi, abbandonando così i numeri romani. Dunque Luigi XIV o re Sole, che qui potete vedere in un sontuoso ritratto di Hyacinthe Rigaud del 1702, diventa Luigi 14 e il XVI secolo viene semplificato in 16°. Questo perché, come asserisce la direttrice Noémie Girard, “i numeri romani possono essere un ostacolo alla comprensione”.

Vi confesso che qualcosa mi sfugge, e peraltro questa decisione ha innescato numerose polemiche: anziché insegnare o spiegare la numerazione romana, si fa l’esatto opposto, cioè trattarla come se fosse una barriera architettonica e abbatterla onde appianare la strada alla comprensione del pubblico, di cui peraltro faccio parte. Luigi 14 sembrerà dunque la sigla di un taxi, come ha scritto argutamente Gramellini in un suo editoriale, oppure il nome di un ristorante in catena franchising, o al limite un nickname da usare in rete. Volendo, si potrebbe anche creare l’hashtag #luigi14 senza colpo ferire.


La numerazione romana

Ma andiamo con ordine e partiamo dalla pietra dello scandalo, cioè i numeri romani che ci riportano ai tempi della scuola. Potete vedere qui i nostri progenitori in un affresco di Pompei che raffigura un banchetto. Almeno a grandi linee tutti noi conosciamo i numeri romani (I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X…), e per quanto mi riguarda li ho sempre trovati duri da digerire dato anche il mio amore sviscerato per la matematica: li capivo fino a un certo grado, poi mi confondevo. 

Ecco qualche notizia sulla numerazione romana, che riporto da treccani online e che potete trovare qui se volete leggere la voce per intero:
È sistema di numerazione di tipo additivo e non posizionale, in cui cioè ogni simbolo denota sempre la stessa quantità. Tale sistema di numerazione è tuttora usato per indicare → numeri ordinali e quindi anche i giorni del mese quando essi compaiano in documenti scritti in latino, come quelli dello stato della Città del Vaticano, che ha tale lingua come lingua ufficiale. Il sistema si è evoluto nel tempo e conserva, nei segni fino a 50, l’origine antropomorfa: il dito per l’unità, il palmo della mano a V per il cinque e inclinato a L per il 50, i due palmi delle mani per formare la X del 10. Non è possibile esprimere con tale sistema né lo zero né numeri frazionari o negativi, mentre, nel corso dei secoli, sono stati aggiunti segni di vario genere per poter scrivere numeri di ordine di grandezza maggiore.

Un altro sito molto interessante (Progetto Matematica dell’Università di Bologna, qui il link) ci ricorda che, essendo i Romani soprattutto un popolo di pastori, almeno in origine, contavano le pecore con un intaglio di tacche su bastoni: ogni cinque tacche si faceva una tacca a forma di “V” e ogni dieci una “X”. Poi altre forme vennero introdotte per segnare “50”, “100” ecc. Nel sistema di numerazione romano c'è una novità: la notazione sottrattiva: IV = 4; XIX = 19. La notazione sottrattiva è un residuo della pratica dell'intaglio. Da ciò segue che i numeri sono sempre posti da sinistra a destra in ordine decrescente, peraltro con alcune regole da rispettare. Per i numeri più grandi si dovevano introdurre nuovi simboli: per indicare i numeri di 1000 a 100.000 si ricorreva alla semplice sovrapposizione di una lineetta.


Imperatori, papi e via discorrendo

La numerazione romana fa parte della cultura classica, quindi della cultura europea, ed è impossibile ignorarla. Nei miei studi di storia, ma anche esaminando gli alberi genealogici delle dinastie, mi era balzata all’occhio l’indicazione di I, II, III, IV dopo il nome; per esempio accade nella casata dei Saint-Omer o dei Payns di cui narro nei miei romanzi del ciclo La Colomba e i Leoni, di cui ho trovato in rete un albero genealogico fortemente incompleto, ma molto interessante. 😉 Lo stesso avviene nei romanzi sulle famiglie nobiliari come narrano le vicende degli Uzeda nello splendido I Viceré di Francesco De Roberto, con svariati Giacomo e Consalvo.

Per un senso di continuità, inoltre, e per la nostra somma gioia, alcuni nomi propri ricorrono molto sovente nelle casate europee, per cui in Inghilterra c’è una badilata di Enrico ed Edoardo, mentre in Francia avremo spesso Luigi o Filippo, e quindi ci vuole il solenne numero romano per indicare la successione. Per giunta queste teste coronate erano imparentate tra loro, quindi il tutto risulta molto intricato come potete vedere a colpo d’occhio in questo albero genealogico con le parentele intrecciate nella guerra di successione spagnola, che ho dovuto studiare per l'esame di Storia Moderna. Meraviglioso, vero?


Naturalmente anche per la successione dei pontefici ci vuole il numero romano, dato che la Città del Vaticano è una monarchia elettiva, nel senso che il pontefice viene eletto nel conclave dal collegio dei cardinali riuniti; ma è anche una monarchia assoluta con a capo il papa della Chiesa Cattolica che, dal 13 marzo 2013, è Jorge Mario Bergoglio, regnante con il nome di papa Francesco. Il pontefice ha dunque la pienezza dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario. Infatti il papa in carica si definisce come “felicemente regnante”. Papa Francesco non è I, perché è il primo ad avere adottato questo nome pontificale, se ci sarà un altro Francesco sarà Francesco II.

Anche in editoria e soprattutto nei testi universitari, o anche nella tesi di laurea, ci sono casi in cui l'indice e le pagine che lo precedono presentano una numerazione romana. Com’è ovvio i numeri romani si usavano… ai tempi dell’antica Roma, quindi se siete studiosi o appassionati del periodo ve li ritroverete su epigrafi, monumenti, cippi, iscrizioni, tombe e tutto ciò che occorre. Assodato che i numeri romani sono difficili, anzi ostici, e che si usano in contesti ufficiali un dubbio inquietante si fa strada nella mia mente, cioè....


... che sia un’altra forma di “politicamente corretto”?

Eccolo lì che fa capolino il “politicamente corretto”, cioè quel melenso e piagnucoloso livellamento della cultura in nome del rispetto formale di qualsiasi cosa, che in questo caso potrebbe tradursi anche nello smussare o nel rimuovere “ostacoli alla comprensione” per non far sentire le persone ignoranti.

La qual cosa viene avviata da due istituzioni museali che dovrebbero promuovere la cultura, spiegarla, approfondirla, e non livellarla. Sì, perché meno si presentano alcuni concetti, in questo caso i numeri romani, e meno persone saranno in grado di capirli, e quindi l’asticella del comprendonio si abbasserà sempre di più e la materia grigia si attiverà sempre meno. Quindi anziché cercare di saltare in alto, ci troveremo con la pancia sulla sabbia, con il rischio che le mandrie ci calpestino senza fare nemmeno troppa fatica. Altro che "fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza" del Sommo Poeta Dante Alighieri di cui tra l'altro ricorrono settecento anni dalla morte.

Il rischio è un altro, cioè di comportare una serie di altre decisioni a catena. Se infatti rimuoviamo la numerazione romana dai nomi dei re e delle regine, che è un piccolo ma importante segnale di adeguamento alla massa, perché non togliere qualche altra cosa che ci disturba in quanto ci fa sentire inadeguati? L'elenco degli argomenti potrebbe essere infinito. Insomma tra “cancel culture”, “politically correct”, “colour blind casting” (di cui ha parlato Luana Petrucci del blog Io, la letteratura e Chaplin nel suo interessantissimo articolo qui) e via anglicizzando, e soprattutto abbassando, siamo messi proprio bene. 


Paradossi e speranza


Qualcosa mi fa sperare che non tutto sia perduto, però, alla faccia del Louvre e del Musée Carnavalet. Per paradosso c’è una rivalutazione della numerazione romana proprio nella culturale globalizzata e popolare. Un esempio è il football americano. Guardate questa immagine: non notate niente di strano? Ebbene sì. Dal 1971 il Super Bowl
usa i numeri romani proprio per dare una patina di grande prestigio a questo evento sportivo, evocando le gesta dei gladiatori. Quindi abbiamo attualmente il Super Bowl LV (o 55). 

In alcune serie cinematografiche come Star Wars il regista Lucas ha numerato gli episodi alla maniera romana, così come è stato fatto per Il Padrino di Coppola. Stesso dicasi per il mondo dei videogiochi come Red Dead Redemption oppure Grand Theft Auto. E, se guardiamo sui nostri orologi, da polso, da tavolo o da parete, è molto probabile che vi troveremo i numeri romani che, buttati fuori dalla porta, sono rientrati dalla finestra... o meglio dal quadrante.

***

Bene, era mio dovere dare conto di questa nuova assurdità visto il taglio del blog e soprattutto sperare che non venga importata in Italia (o magari sono troppo "purista"). E voi avete notato qualche altro esempio di abbassamento culturale che vi ha dato particolarmente fastidio?


***

Per chi vuole approfondire:

Siti:
Britannica
Alfonso Traina, L'alfabeto e la pronunzia del latino, 5a ediz., Cappelli, Bologna 2002
Giulio C. Lepschy, La linguistica strutturale, nuova edizione, Einaudi, Torino 1990

Fonti immagini:
Wikipedia 

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22 commenti:

  1. Per me è l'argomento adatto perché, avendo studiato da perito commerciale ovviamente alle superiori non avevo imparato la numerazione romana. E quado me la sono trovata di fronte all'università per numerare i sonetti di Shakespeare, dopo un iniziale approccio del tipo "e quindi dobbiamo parafrasare il sonetto ics ics ics vu" ho capito che dovevo imparare quella numerazione, e dire che "alle scuole superiori non me l'hanno insegnata" non era una giustificazione perché c'è sempre tempo per apprendere cose nuove. Peraltro, parliamo di un numero di casi assai limitato, perché basterebbe apprendere la numerazione romana sino al trenta e praticamente sei coperto (non mi pare che esistano un Luigi LI o un Carlo XLVI).

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    1. Hai fatto l'esempio perfetto, Ariano. Nel tuo percorso universitario non hai ragionato pretendendo che si numerassero i sonetti di Shakespeare con i numeri arabi. Tra parentesi avevo letto nell'articolo di giornale da cui ho preso spunto per il mio post che ci fu una famosa gaffe di Mike Bongiorno che disse: "Ma chi sarà questo Paolovi?" che invece era papa Paolo VI. :D (Peraltro Mike era famoso per le sue gaffe!) Per i re e i pontefici infatti la successione è molto limitata, quindi lo sforzo è minimo; per i canzonieri si va più avanti. Se studi le tombe del periodo barocco ci sono incisi i numeri romani per gli anni, ma con un po' di studio e di pratica si scioglie l'arcano.

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  2. Mi sembra una motivazione molto sciocca, anche perché sono elementi molto diffusi; poi come detto da Ariano Geta non conoscere X non deve essere una scusa ma un motivo per migliorarsi e apprendere nuove cose.

    Purtroppo oggi si tende a livellare tutta la cultura per evitare che come dici tu la gente si senta ignorante e in qualche modo inferiore. Tutto deve diventare una pappardella da vedere in 5 minuti buoni e magari con un sacco di immagini. Siamo proprio sicuri che il Socing e la Neolingua non verranno implementati tra breve?

    P.S. Molto interessante la tua spiegazione sulla nascita dei numeri romani.

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    1. Infatti bisogna cercare di alzare l'asticella, non abbassarla continuamente, o diventeremo tutti citrulli! Poi è chiaro che ciascuno di noi avrà i suoi limiti nell'apprendimento, e le sue preferenze e attitudini. Per esempio io ho sempre avuto grandi difficoltà con matematica, geometria e fisica, ma non è mai stata una buona ragione per rifiutarmi di imparare almeno le basi scolastiche. Inoltre i numeri romani fanno parte della nostra cultura, e sarebbe anche un errore storico toglierli o trasformarli.

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    2. Io ero un asso nella "matematica alternativa o a sentimento" ma la mia prof non era molto d'accordo con le mie tesi e quindi ogni esame era una Débâcle.

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    3. Nel mio caso erano delle vere e proprie catastrofi! Ricordo con particolare terrore la scuola media con i "compiti in classe" dove di solito mi paralizzavo e lasciavo mezzo foglio bianco.

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  3. "Melenso e piagnucoloso livellamento della cultura in nome del rispetto formale", esattamente. E' imbarazzante non capire, non sapere, non essere. Perché allora non cancellare tutto quello che c'è da capire, da sapere, da essere? Tutti hanno il diritto di essere felici ed ebeti in santa pace, perbacco!

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    1. Esatto, ma insomma, che ci lascino un po' in pace nel nostro mondo monocromatico e pianeggiante dove tutti stanno attenti a come parlano e a come agiscono!
      Prima o poi vorrei affrontare anche l'argomento della cancel culture, che a me preoccupa moltissimo. C'è un rigurgito di puritanesimo che fa paura.

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    2. Anch'io lo trovo inquietante, soprattutto perché, una volta usciti dalla sensatezza, non esiste un limite certo.

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    3. Precisamente, e poi aborro questi sacerdoti del pensiero unico che decidono e censurano.

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  4. Credo che si stia esagerando in nome del “politicamente corretto” creando degli estremi assurdi. Ma si può Luigi 14? Sembra proprio il nome di un taxi (con tutto il rispetto per i tassisti, che non si offendano anche loro).
    Mi è piaciuto moltissimo la tua spiegazione dei numeri romani, io continuerò a usarli, mi ribello.

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    1. Sì, è avvenuto nel caso di alcuni vecchi film Disney che sono stati etichettati come aventi contenuti razzisti (in "Lilli e il vagabondo" ci sono dei gatti siamesi che secondo i censori introducono "lo stereotipo dell'orientale infido"). Ma qui stiamo dando davvero i numeri.
      Il pericolo di queste forme di appiattimento è che sfocino in una furia iconoclasta, che si è ripresentata puntualmente nella storia con abbattimento di simboli e immagini della parte avversa per motivi politici o religiosi. Come scrivevo nel commento a Grazia, mi piacerebbe trattare anche di cancel culture.

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  5. Avevo condiviso il post di Gramellini su fb, proprio perché sconcertata dalla notizia. Pensavo fosse una fakenews tanto mi appariva grottesca la novità e invece? Se fosse stata la baggianata di qualche ignorante mi sarei fatta una bella risata, ma che la decisione sia stata presa dalla curatrice di uno dei musei più importanti d'Europa mi fa proprio accapponare la pelle.Io odio il politically correct. Assurdo, assurdo!

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    1. Come hai detto giustamente, Marina, la cosa preoccupante è che a decidere in questo senso sia stata proprio un'istituzione museale a livello europeo e oserei dire del mondo intero. La numerazione romana è un aspetto, uno dei tanti, da valorizzare e non da scartare: è come buttare via il bambino con l'acqua sporca!
      Anch'io detesto profondamente il politically correct, mi fa venire proprio l'orticaria. Oltretutto non risolve il pregiudizio, proprio perché non si può dibattere l'argomento nel giusto contesto, ma lo si ammanta di una patina di ipocrisia e si inducono forme di autocensura molto pericolose.

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  6. Mi fa molto piacere che questo tema venga affrontato anche sul tuo blog, cara Cristina.

    Nemmeno a farlo apposta, la penso come te!

    Quando ho letto l'articolo di Gramellini sulla decisione del Louvre ho fatto un salto sulla sedia e, sì, anch'io ho classificato questa mossa nell'ambito degli interventi "politically correct".

    Del resto, coloro che cavalcano questa crociata del politically correct (perché a me pare che di ciò si tratti, tant'è vero che quando li si ascolta parlare fanno un grande sfoggio di frasi che rimandano al "bisogno di rieducare", di "riscrivere la civiltà", di produrre sempre più "libertà e uguaglianza"...) detestano gran parte dell'eredità culturale occidentale e, laddove intravvedono un'area bianca, intervengono tempestivi con la loro "bella" censura e le loro "belle" manipolazioni spacciate per gesti illuminati e illuminanti.

    I numeri romani nei musei? Basta!
    E perché mai costringere le persone a studiare (e non esageriamo con tutto questo studio, eh!) qualcosa di tanto ostico e inutile?
    Soprattutto se puoi dimostrare che la civiltà romana, oltretutto, ha avuto innumerevoli pecche!

    Ed ecco, dunque, i numeri arabi, decisamente più semplici, immediati... ed in fondo anche squisitamente esotici.

    Ma il punto, non è tanto lo scontro tra una civiltà e/o l'altra.
    Il punto sembra essere, semmai, quello di contestare tutto. Anzi, possibilmente di gettare fango su tutto, con l'intento di difendere dei dogmi, dei principi offerti come veri e che non si potranno mai sottoporre a verifica.

    Così, per esempio, pochi giorni fa abbiamo letto delle accuse di misoginia e comportamenti da erotomane rivolte a Philip Roth, dalle quali era partita una lunga digressione per appiattire il profilo dell'autore e denigrarne l'opera complessiva.

    Ma, benché Roth fosse senz'altro un erotomane (e sulla misoginia forse si tratta di una forzatura), i suoi libri restano dei capolavori della letteratura americana dei suoi anni. Punto

    Delle baggianate, diverse ma ugualmente distorte, sono arrivate sul conto di Dante Alighieri.
    A tal proposito nemmeno commento.

    E l'elenco dei soggetti presi di mira potrebbe continuare a lungo.

    In estrema sintesi dico che apprezzo le critiche costruttive, soprattutto quando si pongono le condizioni per un dialogo di confronto.
    Al contrario, non ho mai gradito e continuano a non piacermi i Savonarola, di ogni tempo e di ogni colore.

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    1. Tutte queste manifestazioni intese al “politically correct” mi sembrano l’avanguardia di un pensiero sempre più intollerante, uno stuolo di sacerdoti del pensiero unico che mirano a selezionare, eliminare, deformare e ridurre ai minimi termini qualsiasi cosa, com’è ovvio riconducendo tutto al dogma del proprio pensiero. Dopo i primi sorrisi, ora sono seriamente preoccupata di questa marea di dilagante a metà tra la scempiaggine e fanatismo.

      La Storia nei suoi corsi e ricorsi ci offre innumerevoli esempi di “rieducazione” forzata, di messa a tacere, di iconoclastia e rigurgiti di intolleranza, che non hanno mai portato niente di buono: distruzione delle immagini sacre nella chiesa bizantina nei secoli VIII e IX, distruzione delle immagini nelle Chiese cattoliche in Inghilterra ai tempi dei Puritani di Cromwell (ricordo ancora i segni di scalpello nelle chiese durante uno dei miei primissimi viaggi là), roghi dei libri e delle “vanità” ai tempi di Savonarola da te molto opportunamente citato, distruzione di arredi sacri e tombe di sovrani ai tempi della rivoluzione francese, messa al bando della cultura nella Cina di Mao e via discorrendo fino ad arrivare ai nostri tristi giorni.

      Il “politically correct” veste di una patina ipocrita l’iconoclastia, e per questo motivo risulta tanto più subdolo e pericoloso in quanto induce a forme di autocensura per paura di mancare di rispetto, offendere o turbare. Il primo “rieducatore” diventi tu stesso, mentre lo stuolo di gran sacerdoti ha già selezionato ciò di cui si può parlare e in quale modo. Ma se c’è un pregiudizio di fondo rimane ben radicato, proprio perché vengono sottratte porzioni di fatti e fonti in nome di un risibile “rispetto” e della mancanza di un vero dibattito sull’argomento con il confronto tra le varie posizioni.

      Inoltre il dibattito ti permette proprio di calare ogni manifestazione intellettuale, letteraria, artistica e culturale nella realtà del suo tempo. Privare del contesto è sciocco, inutile e pericolosissimo perché in questo modo si potrebbe dire tutto e il contrario di tutto…

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  7. Anzitutto grazie per la citazione del mio articolo! Sono molto contenta che abbia suscitato un certo interesse e mosso un interessante scambio. :)
    Riguardo al tema del tuo post, resto davvero basita, a maggior ragione se si tratta di francesi. O il loro purismo è arrivato a livelli stratosferici (pare che non usino neppure la parola computer) o effettivamente il gioco al ribasso sta diventando il leit motiv di tanta comunicazione. Mi pare strano che si sia ritenuto che i fruitori dei servizi museali, i visitatori di mostre, non siano in grado di leggere i numeri romani. E poi, a ben vedere, i numeri romani davvero difficili da leggere, su cui inciampo anch'io, sono quelli in migliaia, anche se il tutto richiede solo abitudine nel mettere insieme i vari segni.
    Il gioco al ribasso si vede ovunque, Cristina, ahimé. Dal lessico ormai trascurato anche in ambito giornalistico (si veda la querelle sui titoli di giornali anche validi) fino alla semplificazione cui dobbiamo provvedere ogni giorni nella nostra costruzione di percorsi di apprendimento. Gli alunni sono sempre più inetti, inebetiti dinanzi a un testo.

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    1. Il tuo articolo mi era piaciuto moltissimo, poi l'autrice - un'esperta di teatro - lo aveva reso anche più godibile. :)
      Sì, effettivamente i francesi sono puristi per quanto riguarda la loro lingua, e anche a me era venuto in mente che fosse una loro idiosincrasia rispetto ai numeri romani.
      Mi confermi che questo continuo abbassamento sta facendo terra bruciata in molti settori. La sciatteria è ormai generale: da tempo anch'io noto errori ortografici e grammaticali negli articoli di giornale, e il fatto di essere ripetuti nel tempo denota che non si tratta di sviste tipografiche.
      Pensa che la figlia di una mia amica aveva affrontato l'esame scritto di Letteratura italiana, quello che dovrei fare io, e il professore aveva bollato come insufficienti molte delle prove perché piene zeppe di errori. Del resto "carta canta"!

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    2. Stamattina ho fatto una delle mie interrogazioni. Chiamo una delle "eccellenze" della classe, ammesso che si possa ancora parlare di eccellenze in questo deserto dei Tartari. Ebbene, forti difficoltà a esporre l'argomento. Nessuna personalizzazione, nessuno slancio, lessico povero. A dir poco avvilente, Cristina.

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    3. Mamma mia, Luz. Voglio sperare che in questo caso specifico un pochino di smarrimento fosse derivato dalla modalità di interrogazione a distanza... Ma non sono molto ottimista, perché il declino è iniziato ben prima della dad!

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  8. In realtà ho sentito giusto stamattina che la cosa non succederà. O hanno fatto marcia indietro (forse per le giuste perplessità addotte) o non ne hanno mai avuto intenzione, e quindi forse non era nemmeno vera.
    Tra l'altro non sarebbe nemmeno la prima volta che Gramellini prende una cantonata, raccontando per vere cose che in realtà sono palesi sciocchezze (e non parliamo di Severgnini...)

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    1. Penso che la notizia fosse vera in partenza, infatti ho consultato dei siti e dei giornali francesi online che riportano tutti le parole della direttrice, pur dando opinioni diverse sulla decisione. Infatti, riferendosi a questi nuovi cartelli, dice: "Ils sont pensés spécialement pour les visiteurs qui sont découragés par la lecture. « Nous ne sommes pas contre les chiffres romains, mais ils peuvent être un obstacle à la compréhension. Combien de fois avons-nous vu des parents lire les explications en principe dédiées aux enfants ? », remarque Noémie Giard."
      Peraltro la levata di scudi contro l'abolizione dei numeri romani non è partita solo dall'Italia, ma dalla stessa Francia. Infatti: "Cette disparition numérique déplaît grandement aux puristes de la langue, latinistes et historiens en premier. Pour François Martin, enseignant et président de la Coordination d’enseignants en langues anciennes (Cnarela), «c’est l’histoire de la poule et de l’œuf : moins on les verra, moins on les maîtrisera.».
      Comunque se hanno fatto marcia indietro solo solo contenta!! :)

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QUALCOSA DI ME

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Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato sei romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ho in cantiere una serie di romanzi ambientati nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

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Parigi, 1789. Maximilien Robespierre, Georges Danton, Camille Desmoulins, Antoine de Saint-Just sono tra i protagonisti della Rivoluzione Francese. Ma come si arriva a far scoppiare una rivolta di tale portata, a diventarne il volto e a capeggiare le sue fasi sanguinarie?
Solo scandagliando il passato si scioglierà l’enigma.
Ne emerge un disegno rivelatore di tormentati legami che li uniscono sin dalle esistenze passate. E che li attira verso la bellissima Lucile Duplessis, fenice che rinasce dalle sue stesse ceneri.
I Serpenti e la Fenice non è soltanto un romanzo storico dove l’aderenza alle fonti si illumina e si scalda al fuoco dell’immaginazione, ma il racconto di un’occasione imperdibile di redenzione e amore.

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