"La Storia siamo noi": blog di storia, letteratura e arte

sabato 23 aprile 2022

L'invisibile oltre il visibile: il "genius loci"


I giardini di Palazzo Arese-Borromeo, Cesano Maderno

Siamo in piena primavera e quindi corpo e mente subiscono il richiamo della natura in fiore. Nonostante il periodo oscuro che stiamo vivendo, o forse proprio per questo, avvertiamo la necessità di stare alla luce del sole, di passeggiare in mezzo alla natura, di respirare all'aria aperta.

L'altro giorno ho fatto una gita in Brianza, e ho visitato una villa seicentesca conosciuta come Palazzo Arese-Borromeo: oltre a splendide stanze affrescate, offre la possibilità di passeggiare nei suoi giardini, che potete vedere in foto con il palazzo sullo sfondo. Mi sono sentita come una convalescente e ho avvertito in uno stato d'animo particolare, anche se naturalmente non sono rimasta chiusa in casa per due anni...

Per festeggiare nella maniera migliore la bella stagione, e la possibilità di visitare luoghi nuovi, vi propongo uno dei migliori articoli di Clementina in relazione all'attrattività di certi posti e a quello che viene chiamato il "genius loci" (il nuovo articolo sui tarocchi seguirà il prossimo sabato 30 aprile).

Lascio subito la parola a lei!

***

Vi è mai capitato di provare attrazione per un luogo fisico con il quale, prima di arrivarci, credevate di non aver nulla a che fare, ma dopo averci messo piede una sola volta vi siete sorpresi annodati da una relazione profonda, atavica e difficilmente spiegabile?

Bene, se avete voglia di seguire le mie strampalate elucubrazioni, toccheremo questi argomenti: vi voglio raccontare dei luoghi che chiamano, evocano e sembrano possedere un’essenza interiore.
 
Santa Fiora - Veduta della Peschiera

Per introdurre la divagazione mi avvarrò delle parole del grande scrittore Antonio Tabucchi (Pisa, 23 settembre 1943 – Lisbona, 25 marzo 2012), il quale in una raccolta di riflessioni intitolata “Viaggi e altri viaggi”, scriveva:

«Un luogo non è mai solo quel luogo. Quel luogo siamo un po’ noi. In qualche modo, senza saperlo ce lo portavamo dentro…e un giorno per caso ci siamo arrivati. Ci siamo arrivati il giorno giusto o il giorno sbagliato, a seconda, ma questo non è responsabilità del luogo, dipende da noi. Dipende da come leggiamo quel luogo, dalla nostra disponibilità ad accoglierlo dentro gli occhi e dentro l’animo, se siamo allegri o malinconici, euforici o disforici, giovani o vecchi, se ci sentiamo bene o se abbiamo mal di pancia. Dipende da chi siamo nel momento in cui arriviamo in quel luogo. Queste cose si imparano col tempo, e soprattutto viaggiando…»

Come comprenderete, ciò di cui intendo parlarvi non è facilmente definibile. Non si tratta di una questione che si possa sviscerare ed esaurire partendo da un’analisi razionale che poggia su fatti concreti e oggettivi e sul concatenarsi di progressive conseguenze ad essi collegati.

È qualcosa di più sottile che ha a che vedere con la sensibilità e con la disponibilità interiore, insita in ciascuno di noi, a cogliere e decodificare alcuni segnali come una sorta di messaggio.

No, non temete, non ho nessuna intenzione di convertire chicchessia all’irrazionalismo, o a una visione mistica della realtà, o addirittura esoterica. Sono solo riflessioni su un’esperienza che personalmente ho vissuto più e più volte e sarò più chiara riportandovi un esempio su tutti.

Dovete sapere che diversi anni fa, da ragazzina, ho trascorso una vacanza in un paesino della provincia grossetana, sul Monte Amiata, ospite della famiglia di un’amica e compagna del liceo.

Vi dico sin d’ora che, dal punto di vista paesaggistico, quel luogo è indubbiamente mirabile, come lo sono tanti altri borghi disseminati lungo il nostro Bel Paese. Non è una meta particolarmente rinomata, pur essendo importante sul piano del turismo locale e pur vantando alcuni nomi celebri tra i suoi residenti. Un po’ come ogni località italiana, del resto.

Quello che, invece, fin dal principio, mi ha catturato di quel territorio, giocando un ruolo addirittura magnetico, è stato altro.

Non si tratta dell’influenza di qualche persona, sebbene ne abbia conosciute diverse e alcune di loro si siano rivelate senza dubbio importanti; non si tratta nemmeno dell’influenza del clima o della gastronomia locale, per quanto entrambi siano eccellenti.

Si tratta, bensì, dell’energia di quel luogo, di quell’energia che non scaturisce dall’uomo e dai suoi artefatti, ma che erompe direttamente dalla natura: dall’aria, dal suolo, dall’acqua, dai boschi,...
 
Saturnia. Le cascate del Mulino

Forse, sarà stato per via del panorama caratterizzato da sfumature di colori cangianti in ogni stagione, quello che si può ammirare nelle giornate più nitide, salendo sulla cima dell’Amiata: gli Appennini toscani, emiliani, umbri, marchigiani, laziali, le isole dell’Arcipelago dell’Argentario, la Sardegna e la Corsica.
 
Saturnia. Le cascate del Gorello

Sarà stato per l’insolita presenza di uno sperone di roccia dall’aspetto lunare: il Monte Labbro. Dovete sapere che il Monte Labbro è un sito particolarmente suggestivo in cui, la notte, si riesce a osservare una quantità strabiliante di stelle; è anche un luogo che sin dal primo sguardo appare in netto contrasto con l’Amiata e il resto del paesaggio circostante.

Sì, il Monte Labbro è anche il luogo in cui si insediò David Lazzaretti, il Profeta contadino di Arcidosso, il Cristo dell’Amiata, che venne ucciso nel 1878 da un carabiniere durante una processione. Al di là delle leggende ricamate intorno a Lazzaretti e ai suoi seguaci, i giurisdavidiani, occorre precisare che quello fu un periodo di grande tensione e anche di grande miseria, con le masse contadine che aspiravano a un miglior tenor di vita e con il Papa che, in seguito alla perdita del potere temporale, invitava i cattolici a non partecipare alla vita politica del nuovo stato, il regno unito d’Italia (si era appena raggiunta l’unità del Paese). E proprio in quel momento storico quest’uomo predicava l’utopia socialista.
 
Monte Labbro. Ruderi della torre Giurisdavidica

Sarà stato per la conformazione vulcanica di quelle terre, per l’eco della loro potenza, per il fascino delle cascate d’acqua sulfurea che, calda e vigorosa, sgorga naturale dalla roccia di travertino presso le Terme di Saturnia.

Sarà stato per le selve, così ricche di castagni, così selvagge e autentiche.

Sarà stato per quei sentieri intrisi dei segni del passaggio degli etruschi.

Sarà stato per tutto questo, o per altro ancora. Non lo so.

Ma il messaggio che mi è giunto forte e chiaro da quei luoghi era che lì si trovava parte delle mie radici.

Eppure, se mi chiedeste di dare una spiegazione concreta a tutto ciò non saprei farlo, anzi, posso assicurarvi che le radici storiche della mia famiglia risiedono ben altrove…

Arcidosso
Castel del Piano















Ora, per ragioni di sintesi, vi dico che i miei soggiorni sull’Amiata sono durati un certo lasso di tempo per poi interrompersi bruscamente. La stessa amica e compagna di classe, che mi invitò laggiù la prima volta, è venuta a mancare diversi anni fa, in modo prematuro.

Malgrado ciò, posso dire che, ricorsivamente negli anni, quella terra mi ha chiamata a sé nei modi più imprevedibili, finché ho risposto, tornando a visitarla: un amico milanese tutt’a un tratto ha deciso di spostare lì, seppur temporaneamente, la propria residenza (pur non avendo alcun legame con quel luogo); mi sono imbattuta in un paio di bizzarre e sorprendenti conversazioni, durante le quali due perfetti sconosciuti, incrociati per caso, han fatto a gara per decantarmi la bellezza di quelle terre; per ultimo, proprio di recente, ho intercettato una lunga sequela di citazioni su Santa Fiora, Arcidosso, Castel del Piano, … e i relativi personaggi storici, artistici, e così via, pervenute da amici e conoscenti, non solo disgiunti l’uno dall’altro, ma che non sospettavo minimamente conoscessero quei posti,… (e forse, qualcuno tra loro mi sta leggendo).

Insomma, arrivata a questo punto, ho pensato valesse la pena soffermarmi a riflettere sul potere che certi luoghi (non ve n’è uno solo, non c’è solo l’Amiata, per intenderci) hanno per entrare intensamente in comunicazione con noi.

E allora ho cercato risposte annidiate nei grovigli del tempo...

Per esempio, sapevate che gli antichi Greci consideravano alcuni luoghi, come incroci, sorgenti, pozzi, boschi, dotati dell’anima di dèi, dee, ninfe, demoni, mentre gli antichi Romani avevano addirittura trovato il modo per definire l’entità naturale e soprannaturale legata a un luogo?

L’hanno chiamata Genius Loci.

Se ci pensate, il Genius Loci è un pensiero illuminante, capace di spiegare molte cose.

Ma, come spesso capita, l'uomo riesce benissimo a complicarsi la vita e, infatti, ecco che, con l’avvento del razionalismo di Cartesio e la rivoluzione scientifica del Seicento, l’anima legata ai luoghi viene disconosciuta. Non solo. Secoli dopo, con la crescita esponenziale della tecnologia, l’uomo si è convinto sempre più della propria superiorità verso la natura.

Potrà mai esserci convincimento più ottuso e devastante?

Ma, soprattutto, secondo voi, poteva perdersi del tutto tanta maestosa bellezza, senza lasciare traccia del suo passaggio?

No, non poteva. E, infatti, in mezzo a tanto materialismo, in mezzo alla visione antropocentrica dominante, le menti illuminate dei poeti hanno mantenuta accesa l’idea che l’uomo potesse assurgere a un grado di conoscenza superiore solo ponendosi in comunione con la natura. Grazie al loro magnifico linguaggio, visionario e immaginifico, ora siamo di nuovo consapevoli che esiste un legame indissolubile tra l’uomo e i luoghi.

Tra questi sapienti possiamo annoverare molti nomi illustri.

Oggi, oltre alla dichiarazione di Tabucchi, presentata poc’anzi, vorrei proporvi le riflessioni di altri tre capisaldi di questa corrente di pensiero filosofico: Rainer Maria Rilke, Thomas Eliot, Henry David Thoreau.

Lo scrittore, poeta e drammaturgo Rainer Maria Rilke (Praga, 4 dicembre 1875 – Montreux, 29 dicembre 1926) sosteneva che la ‘parola sacra’, la parola dei poeti, fosse in stretta relazione con il Genius Loci, e che essa fosse la testimonianza più immediata dell’energia del luogo e del mito d’origine.

Ecco cosa scriveva in Elegie Duinesi:

«Non soltanto tutti i mattini dell’estate, non soltanto/ come si fan giorno e come raggiano prima./ Non soltanto i giorni teneri e delicati intorno ai fiori,/ e su / intorno agli alberi formati, forti e possenti. Non soltanto la devozione di queste forze spiegate / non soltanto le vie non soltanto i prati di sera…/ ma le notti! Ma le notti alte dell’estate, / ma le stelle, le stelle della terra. / Oh, esser morti una volta, e saperle all’infinito / tutte le stelle perché come, come, come dimenticarle!»


Thomas Eliot (Saint Louis, 26 settembre 1888 – Londra, 4 gennaio 1965), poeta, saggista, critico letterario e drammaturgo statunitense, in Quattro quartetti, a sua volta, si esprimeva così:

«Spunta l’alba e un altro giorno / Si prepara al calore e al silenzio. Laggiù sul mare il vento dell’alba / increspa e scivola. Io sono qui / O là, o altrove. Nel mio principio.»


Henry David Thoreau, (Concord, 12 luglio 1817 – Concord, 6 maggio 1862), filosofo, scrittore e poeta statunitense, nella sua opera, Camminare, affermava quanto segue:

«Camminavamo in una luce pura e fulgida, che ammantava d’oro l’erba e le foglie ormai secche, in una luminosità dolce e serena, e io pensai che mai mi ero trovato immerso in un tale flusso dorato, senza un’increspatura o un mormorio che lo turbassero. I pendii dei boschi e delle colline, a ponente, risplendevano come i confini dei Campi Elisi, e il sole, posandosi sulle nostre spalle, sembrava un pastore gentile che guidasse, la sera, il nostro ritorno a casa.»

Ecco, soprattutto dopo la lettura di questi versi, anch’io nel mio piccolo credo che il legame indissolubile tra l’uomo e i luoghi si riassuma nel percepire l’invisibile oltre il visibile: avvertire e (ri)-conoscere un luogo come un’anima a cui rendere omaggio, come una meraviglia della natura, come qualcosa di miracoloso e straordinario che ci riempie il cuore di immensa emozione.

E voi, miei cari, cosa ne pensate?

Avete mai sperimentato questo genere di emozioni?


Clementina Daniela Sanguanini





Bibliografia:

  • Antonio Tabucchi, Viaggi e altri viaggi, Feltrinelli, 2010
  • Rainer Maria Rilke, Elegie Duinesi, Einaudi, 1978 pp. 40-43
  • T.S. Eliot, Quattro quartetti, Garzanti; 1979, p. 23
  • Henry David Thoreau, Camminare, Mondadori, 1991, p. 63
  • David Lazzaretti, Wikipedia

Iconografia:

Le immagini utilizzate nel post provengono da Wikipedia e WikiCommons:
  • Santa Fiora - Veduta della Peschiera
  • Arcidosso - Veduta della rocca
  • Monte Labbro - Ruderi
  • Castel Del Piano
  • Saturnia - Le cascate del Mulino e le cascate del Gorello
  • Rainer Maria Rilke
  • T.S. Eliot
  • Henry David Thoreau


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24 commenti:

  1. Penso che esperienze del genere capitino a tutti. Conosco i luoghi di cui parli, ci sono stato, però ho provato una sensazione simile in un'altra zona della Toscana dove mi sento sempre "rasserenato" già solo mettendoci piede.
    Nell'antico Giappone si credeva alle "energie" che caratterizzano i luoghi, rendendoli propizi o infausti. Non credo a un fenomeno del genere, ma capisco che sul piano emozionale possiamo provare sensazioni molto particolari legate a un luogo piuttosto che a un altro.

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    1. Ciao Ariano e grazie di essere passato a lasciare il commento!
      È così, trovarsi più o meno a proprio agio in un luogo è un'esperienza che un po' tutti abbiamo vissuto.
      Ci sono dei siti, in particolare, che sembrano aver accumulato, stratificato una somma di energie - legate anche alle loro caratteristiche geografiche- che in qualche modo ci magnetizzano. Chi più, chi meno: è una questione di gradienti di sensibilità.

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    2. Grazie ad Ariano per il commento, e a Clementina per questo bellissimo post che tenevo molto a ripubblicare. A quanto avete detto, aggiungo che ci sono anche luoghi che assommano una serie di energie negative, per non dire nefaste, e che si percepiscono "a pelle" dal soggetto che entra in contatto o ne è circondato.

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  2. Credo che i luoghi possiedano energie proprie e tracce delle energie con cui sono venuti a contatto nel tempo. Va da sé che non c'è niente di dimostrabile razionalmente, ma la cosa mi lascia del tutto indifferente. La scienza è nata per investigare la realtà - tutta la realtà. Che poi nel tempo abbia deciso di circoscrivere la realtà a ciò che sa spiegare mi sembra a dire poco curioso.
    Ho provato le sensazioni di cui parli, sì, soprattutto quando ero in Scozia. A volte ho avuto una reazione emotiva così intensa che mi sono salite le lacrime agli occhi, così, senza un motivo... razionale.

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    1. Ed è esattamente questo il sentimento di cui parlo, cara Grazia!
      È qualcosa di complesso, anche difficile -se vogliamo - da descrivere. Esistono delle immagini, dei profumi che richiamano gli archivi della nostra memoria, anche di una memoria atavica e collettiva, nei quali si sono accumulati, stratificati tutta una serie di emozioni che in parte rimangono più facili al ripescaggio e in parte meno. Ma quando la nostra mente è in grado di ridestare tutto ciò avviene come un'esplosione. La mente riconosce questi segnali. Magari non è in grado di collocarti nello spazio e nel tempo, ma non può fare a meno di emozionarsi intensamente.

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    2. Ti ringrazio moltissimo, Grazia, per il tuo contributo, rammento che è un argomento di cui abbiamo parlato molto sia in passato sia ultimamente. Ho provato molte sensazioni come quelle descritte da Clementina nel suo post, e ho notato che è avvenuto in special modo in luoghi dove natura, arte e fonti d'acqua si sposavano con perfetta armonia. Un esempio per tutti, le grotte di Catullo sul lago di Garda: le visitai da adolescente, e ricordo ancora l'intensa emozione che mi colse alla vista che si prospettava del lago dove il sole del tardo pomeriggio si soffermava in modo radente. Qualcosa di simile mi avvinse alla villa del Balbianello, sempre sul lago, che per me è quanto di più simile al paradiso possa esservi sulla terra. Certamente aveva concorso il fatto che in entrambi i luoghi vi era una giornata di sole, ma il loro fascino è indubbio. Ritengo anche che l'acqua sia un elemento importante proprio per veicolare le emozioni. Nemmeno in certi luoghi urbani, che per me rivestono un'indubbia attrazione come Parigi, mi è mai accaduto niente di simile.
      Comunque sto leggendo proprio ora "La via della bellezza" del teologo Vito Mancuso, che riporta moltissimi temi come quelli citati nel post.

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    3. Certo, l'acqua è legata alle emozioni e all'inconscio. Non ci avevo pensato, ma anche per me l'acqua è sempre stata presente. Quanto a "La via della bellezza", lo leggerò al più presto.

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    4. Ci sono soltanto due personaggi noti (si dice influencer?) che seguo assiduamente sui social: uno è Vito Mancuso, l'altro è lo scrittore e insegnante Alessandro D'Avenia. Non ho ancora letto nessun romanzo suo, ma non mi perdo mai la sua rubrica del lunedì sul Corriere, "Ultimo banco", trovo che sia un vero nutrimento per lo spirito.

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  3. Conosco il monte Amiata, ci sono stata più volte e mi ha sempre dato serenità...
    Ci sono luoghi che esercitano come un richiamo in effetti, a me è capitato spesso di andare in posti sconosciuti e di "sentirmi a casa" come se fosse un luogo familiare e invece non ci ero mai stata prima. Mi è capitato per esempio quando sono stata a Londra, una strana sensazione...

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    1. Grazie del tuo commento, Giulia. In generale io mi sono quasi sempre sentita a casa in Europa, non è che l'abbia girata tutta, ma mi sono sempre sentita a mio agio.
      Londra è una città fantastica, con quel misto tra antico e moderno che non ha eguali... :)

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    2. Grazie Giulia, mi fa molto piacere vedere quanto siano condivise queste sensazioni. Ed è anche bello, in fondo, prestare "ascolto" al territorio!

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  4. Io si le ho provate, credo fondamentalmente nell'esistenza del genius loci ( o di qualcosa molto simile). L'ho sperimentata a Napoli (che sì è casa mia ma ogni volta mi ha sempre fatto provare nuove emozioni), l'ho risperimentata a Parigi, nello specifico al Louvre ma anche in piccoli paesini della Toscana dove ho passato tanto tempo fa un anno come obiettore di coscienza. Quindi certo credo che esistano luoghi con una loro anima.

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    1. Grazie Nick di essere passato a commentare! Sì, sono super d'accordo con te: i luoghi hanno un'anima e vale sempre la pena ricordarlo.

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    2. Per contrapposizione, mi vengono in mente i "non luoghi" di Marc Augé: quei posti anonimi, senza un passato, e uguali in qualsiasi parte del mondo ti trovi, di solito contraddistinti dalla mancanza di natura e da un'evidente bruttezza.

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    3. Verissimo, Cri! Che non a caso possiamo considerarli del tutto artificiali, a 360°

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  5. Una sensazione simile la provo spesso quando vado nella casa di famiglia in collina, ma è della mia famiglia da quattro generazioni, e poi ci sono tutti i ricordi di anni e anni che vi ho... quindi non saprei dire se in effetti è quello che stai descrivendo. Anche perché, come dicevi, sono un tipo di sensazione/percezione difficile da definire e descrivere a parole. Mi ricordo un paio di anni fa sul blog avevo descritto un qualcosa di analogo e non sono certo che tutti abbiano compreso davvero ciò he intendessi, perché comunque è complesso spiegare un qualcosa che non è spiegabile a parole, ma al limite con degli esempi, che magari non riescono a essere esplicativi.

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    1. Ciao Marco! Grazie di cuore per essere passato a lasciare il tuo punto di vista!
      Sì, lo ribadisco: non è facile spiegarsi e comprenderei facilmente quando si affronta un tema come questo.
      Per provare a fare un passo avanti mi collego ad alcuni studi messi a punto da alcuni neuropsicologi dell'università di New York.
      La ricerca trattava la relazione tra emozioni e ricordi e falsi ricordi e si soffermava sul modo in cui ricordiamo gli eventi. Secondo questi studi, il ricordo, oltre ad essere influenzato dalle vicende del mondo esterno di cui abbiamo percezione, è anche fortemente modellato dai nostri stati interni, che durano a lungo e colorano le nostre esperienze. Perché le emozioni sono degli stati mentali. Esattamente come viene sostenuto, da millenni, da alcune filosofie orientali.
      Ecco, per quanto ne so io - e lo chiedo a te, Marco, che sei uno scienziato - la scienza è in grado di dimostrare che le nostre capacità mentali sono influenzate dalle precedenti esperienze e che le emozioni possono durare per periodi anche molto lunghi.
      Invece, secondo queste filosofie orientali di cui parlavo, anche lo stesso ambiente contiene in sé una memoria "emotiva" legata ai fenomeni, agli episodi che nell'arco del tempo (anche millenni) si stratifica in un luogo. Perché esisterebbe una relazione persona-ambiente strettissima e biderezionale.
      Bene, io credo, e ovviamente non ne ho nessuna certezza, che talvolta noi funzioniamo come delle radioline che intercettano dei segnali.

      Elimina
    2. Grazie a entrambi per i vostri interessantissimi commenti, Marco e Clem. Non ritengo sia un caso che in luoghi molto ricchi di storia e quindi "vissuti" queste percezioni siano più forti. Parlo di case dove si sono avvicendate le generazioni, castelli antichi, ma anche campi di battaglia (come Gettysburg, che ebbi modo di visitare), grotte sedi di culti pagani che poi hanno ceduto il passo al cristianesimo (come Monte Sant'Angelo sul Gargano)....

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    3. Si potrebbe evocare il concetto di memoria di razza e ancestrale, ovvero quella serie di ricordi che vengono trasferiti alle generazioni successive e fanno parte di un bagaglio mnemonico di tipo genetico... Però è una teoria, e spesso viene commista a una visione più esoterica. Più scientificamente alcune risposte emotive (ad esempio la paura) possono essere trasmesse geneticamente.
      C'è anche la memoria collettiva, magari inconscia: cioè veniamo a sentire di certi aspetti dei luoghi, e inconsciamente li facciamo nostri, senza che arrivino al cosciente. Una sorta di "sentito dire" di cui non siamo consapevoli. Magari anche solo per aver letto distrattamente qualcosa di quel luogo, di cui nemmeno ci ricordiamo più.
      Un'altra ipotesi che mi viene in mente è che alcune persone rispondano allo stesso modo a determinati stimoli. Esempio: mostro un oggetto a tot persone, alcune di loro hanno una reazione emotiva simile, che li connatura. Alcuni luoghi potrebbero dare un effetto di questo tipo. Si potrebbe immettersi nel discorso sui colori della personalità della Hehenkamp, su cui avevo scritto nel mio primo anno di blogging.

      Per quanto dice Cristina, mi viene in mente che esistono luoghi di culto (il Piemonte ne è ricco) dove al diffondersi della cristianità, invece di abbattere il precedente, si è avuto una sorta di fusione tra i due. Per esempio la pietra sacra del culto pagano divenuta l'altare della chiesa cristiana.

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    4. Interessantissime le tue ultime indicazioni, Marco. Ne faccio tesoro: grazie e vengo a cercare l'articolo a cui fai riferimento sul tuo blog!

      Cristina, anche secondo me i luoghi storicamente molto vissuti sono intrisi di energia!

      Elimina
  6. Aggiungo un calorosissimo e affettuoso ringraziamento a tutti per aver contribuito ad arricchire così tanto e in modo così profondo questo tema! Grazie grazie grazie! :)

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  7. Sono molto contenta anch'io dell'ottima accoglienza ricevuta, tenevo in modo particolare a pubblicare questo bellissimo articolo. Grazie a tutti anche a mio nome!

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  8. Ho ricordato di aver risposto a questo post anni fa e così riporto parte del commento: Un luogo può possedere un'anima propria, avere un forte potere evocativo, essere "qualcosa" in chi guarda, e come scrivi bene tu il razionalismo ha spazzato via tutto. Se difatti la rivoluzione delle scienze è stata un grande passo avanti nella storia umana, è altrettanto vero che molta spiritualità è andata irrimediabilmente persa, restando sensazione del singolo.
    Aggiungo che sì, poi ho provato questa sensazione. È necessario in certo senso porsi "in ascolto", del resto nelle citazioni splendide riportate un po' tutti parlano di predisposizione d'animo. :)

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  9. È proprio come dici tu, Luz. Bisogna (re) imparare a mettersi in ascolto dell'ambiente che ci circonda e del nostro mondo interiore! :)

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QUALCOSA DI ME

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Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato sei romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ho in cantiere una serie di romanzi ambientati nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

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Clementina Daniela Sanguanini, nata anche lei a Milano nel 1963. Nella sua professione si occupa di inchieste sociali e ricerche di mercato, con specializzazione in progetti di ricerche motivazionali. La appassiona tutto ciò che concerne l’arte, la storia, la letteratura, il teatro, i viaggi, la musica e il cinema. Ha scritto un romanzo giallo, "Niente Panico", edito da Montecovello Editore.

IL MIO ULTIMO LAVORO

Parigi, 1789. Maximilien Robespierre, Georges Danton, Camille Desmoulins, Antoine de Saint-Just sono tra i protagonisti della Rivoluzione Francese. Ma come si arriva a far scoppiare una rivolta di tale portata, a diventarne il volto e a capeggiare le sue fasi sanguinarie? Solo scandagliando il passato si scioglierà l’enigma. È nella loro infanzia, nella formazione politica e sentimentale, in relazioni proibite consumate nell’ombra, che incomincia a dipanarsi la matassa. Ne emerge un disegno rivelatore di tormentati legami che li uniscono sin dalle esistenze passate. E che li attira verso la bellissima Lucile Duplessis, fenice che rinasce dalle sue stesse ceneri.

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