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La mano di mio marito tocca lieve la mia spalla e incrina la superficie dei miei pensieri di ghiaccio

“il dottor Banting ci vuole parlare…”.

Non voglio sentirlo.

So già cosa dirà, che il diabete è incurabile, che nostro figlio Jack sta morendo, che ha tentato tutto.

Jack ha 12 anni.

Jack ha solo 12 anni e fino a pochi mesi fa era un piccolo diavoletto che non stava mai fermo.

Quanto mi faceva dannare!

Ed ora è fermo. Immobile.

È in coma chetoacidosico, me lo sono scritto su questo foglietto stropicciato, quando l’infermiera me lo ha ripetuto quasi seccata.

L’ultimo stadio della sua maledetta malattia.

Il suo profilo affilato e pallido si perde in un letto che puzza di disinfettante in questa stanza gelida, dove i genitori contano i respiri dei loro figli.

Come se questo potesse prolungare la loro vita.

Vorrei urlare a queste pareti silenziose tutta la mia rabbia e incredulità.

Siamo nel 1922!

Negli ultimi anni la modernità ha rivoluzionato il mondo.

La luce elettrica,

il cinematografo,

le automobili,

i transatlantici,

la radio,

gli aeroplani…

Sappiamo volare nel cielo e dobbiamo rassegnarci guardare morire i nostri figli!

A cosa ci serve tutto questo progresso?

Mio marito è tornato vicino al letto e mi ha chiesto qualcosa che non ho udito.

Ho annuito con la testa, sembrava volesse sentirsi dire di sì.

Non mi importa più di niente, decida lui.

Si avvicina al letto con il dottor Banting. Lo riconosco dalle scarpe che entrano nel mio campo visivo per un attimo.

Io non alzo la testa, non voglio incontrare il suo sguardo impotente, anche oggi.

Sto seduta sulla mia sedia dura, il simbolo di questo destino cattivo.

Una lacrima grande, lenta e sola cade sulla macchia nera sul pavimento.

È la mia macchia, la macchia che osservo tante ore al giorno, che ogni giorno si anima di ricordi dolcissimi di Jack e mi consente di sopravvivere ancora un po’.

Mi perdo in queste immagini e mi tappo le orecchie per non sentire il rumore che sta aumentando vicino al letto di Elsie, una piccola paziente dall’altra parte dello stanzone.

Le voci aumentano, mi bucano la testa e mi costringono ad alzare gli occhi dal mio piccolo mondo felice.

Sono tutti attorno al letto di Elsie, il dottor Banting e il signor Best, i genitori di tutti i bambini, perfino Leslie, la mamma di Tom, che non lascia la mano di suo figlio nemmeno per mangiare o andare in bagno.

E tutte quelle persone piangono e ridono, si stringono le mani, si abbracciano.

Non capisco. Non riesco a realizzare quello che sta succedendo.

Poi la vedo.

Vedo Elsie seduta, un po’ spaurita e sorpresa, che sbatte gli occhi immensi.

È seduta,

è sveglia,

è viva.

E di colpo

tra le urla liberatorie delle famiglie, le lacrime delle infermiere e delle suore, i sorrisi degli altri pazienti che si affacciano alle porte e il surreale e magnifico ballo del dottor Banting e del dottor Best,

uno alla volta

i bambini del padiglione della morte

si stanno svegliando.

La cacofonia di immagini e suoni, contrasta con l’immobilità di mio figlio.

Il vuoto inizia ad espandersi nei miei pensieri, stridendo con la felicità degli altri, quando sento un fremito minuscolo nella mano di mio figlio, che stringo nella mia.

E questo piccolo palpito inizia a sciogliere i miei pensieri di ghiaccio in una goccia di speranza.

Ad occhi chiusi, con la voce arrochita da settimane di silenzio, il mio bambino mi richiama alla vita, pronunciando le parole con cui era solito irrompere in casa, coperto di fango e avventure:

“Mammina, ho fame!”

 

Susanna Albertini