Conoscevo ogni palmo dei 40 mila metri quadrati di stanze, celle e corridoi del manicomio di Mombello.

Ogni notte, mentre l’istituto psichiatrico era avvolto dal silenzio del sonno, io andavo a trovare i miei fantasmi. Mi avevano confidato le loro vite e avevo dovuto fare i conti con le tragiche morti a cui erano stati condannati. Mi attendevano tra le pietre coperte di muschio dei labirinti sotterranei e mi parlavano, per non dimenticare chi erano stati e la rabbia per una fine senza senso. Molti erano oppositori del regime, troppo in vista per essere assassinati in piazza. Li avevano trascinati qui durante notti senza luna e li avevano sepolti nelle segrete del manicomio, ad aspettare la morte.

Una notte di Dicembre del 1935, mentre le infermiere addobbavano di festa le sale illuminate di tedio al piano dei matti, conobbi Benito Albino Dalser Mussolini, il figlio rifiutato dal duce, internato pochi mesi prima.

Per arrivare alla zona degli oppositori dovevo oltrepassare l’ala destinata agli agitati, i matti senza speranza.  Camminavo veloce, avvolto in una coperta polverosa, per non sentire la loro disperazione sgocciolarmi addosso.

Avevo rubato un pezzo di torta di mele per festeggiare il compleanno del vecchio Colonnello, un commilitone che aveva perso un pezzo di gamba e tutta la testa nella battaglia del Carso. Uno scemo di guerra, come me. Mi raccontava della sua morosa, che sarebbe rimasta diciassettenne fino al suo ultimo respiro.

Nella semioscurità una mano uscì dalle sbarre, chiudendosi sul mio braccio. «Io sono suo figlio. Lui non sa che sono quaggiù.»

Gli donai la vecchia coperta in cambio della sua storia.

I suoi occhi, così simili a quello dell’uomo che lo aveva condannato, brillavano nel buio della cella, mentre raccontava: la separazione dalla madre rinchiusa in manicomio per chiuderle la bocca, l’allontanamento dalla famiglia, i rigidi collegi, il nome Mussolini usato come uno scudo mentre cresceva in solitudine. Brandelli di affetto elemosinato ai tutori che erano stati incaricati di gestire il problema del figlio scomodo del duce. Infine si era imbarcato per la Cina, lontano dalla figura ingombrante che non aveva mai voluto amarlo. Un falso telegramma che annunciava la morte della madre che non aveva più riabbracciato da quando era un bambino lo aveva riportato in patria.

Ma sulla banchina del porto lo aspettavano le guardie. Benito Albino, con l’ingenuità dei suoi 19 anni, aveva creduto che fossero state mandate dal padre, per scortarlo a congedarsi dalla donna che aveva dedicato la vita ad amare Mussolini.

Invece lo avevano portato al manicomio di Mombello.

Ricordo ancora le sue grida di rabbia tradita risuonare nel cortile, la notte di Agosto in cui è arrivato. Noi matti lo guardavamo attraverso le alte finestre, finché non l’hanno zittito a bastonate.

Era uno come tanti, ma sarebbe diventato uno come noi.

Non si fidava di nessuno, però pian piano diventammo amici. Giocavamo a carte tra le sbarre, alla luce della luna che illuminava il pavimento della sua cella. Fuori, l’Italia entrava in guerra.

L’ho guardato diventare trasparente giorno dopo giorno, anno dopo anno. Proprio come suo padre aveva ordinato. Gli portavo foglietti rubati su cui scriveva lettere appassionate alla madre. Centinaia di missive disperate che non vennero mai recapitate. Benito Albino non seppe mai che era morta nella solitudine di un destino identico al suo.

Un giorno di fine Agosto, in cui il caldo bruciava i pensieri, trovai la sua cella vuota. Mi dissero che era entrato in coma a causa del diabete, ma lui non era mai stato malato. Due giorni dopo lo seppellirono al cimitero di Limbiate, senza nessuno che lo accompagnasse. Nel 1942, a 26 anni, il figlio scomodo di Mussolini aveva smesso di essere un problema.

Quando, tre anni dopo, ho visto sul giornale la foto del Duce appeso a testa in giù a piazzale Loreto, sono sceso davanti alla cella vuota del mio amico, ho giocato a carte con le ombre e bevuto lo spumante che avevo rubato per lui il Natale prima che morisse. Quella bottiglia nascosta nei sotterranei rappresentava il sogno che lo teneva in vita: brindare alla libertà con sua madre e suo padre, mentre il tramonto colorava di rosso le montagne dove era nato.

 

Susanna Albertini

 

Immagine di apertura: Ida Dalser e Benito Albino da piccolo