Di recente sto conducendo approfondite ricerche su una tribù di nativi americani dei Grandi Laghi, gli Ojibwe, per la mia serie Gli Immortali (a proposito, entro Natale è in arrivo il volume 2 dal titolo “La vita e il suo dardo”!). Ho letto quattro libri che ho fatto arrivare dagli Stati Uniti per cercare di essere più rispettosa possibile nello scrivere, e non ricadere negli stereotipi che ci affliggono soprattutto tramite alcuni vecchi western. Più conosco la cultura dei nativi d’America, più ne sono affascinata, e mi ripropongo di parlarvi di questa particolare tribù (o nazione) sul blog.
Le mie ricerche mi hanno riportato sotto gli occhi i nemici degli Ojibwe, cioè proprio i Sioux del film “Balla coi Lupi”.Vorrei perciò riproporvi un articolo che avevo scritto, cominciando con una frase del film:
Di tutti i sentieri importanti, ce n’è uno più importante degli altri. È il sentiero di un vero essere umano. Penso che tu sia su questo sentiero, ed è bello da vedere.
Balla coi Lupi e Uccello Scalciante in una scena del film. Fonte: Wikipedia.
In queste parole semplici e toccanti è racchiuso il messaggio profondo di “Balla coi lupi” (“Dances with Wolves”). Si tratta di un western anomalo (uscito nel 1990) diretto e interpretato da Kevin Costner, sull’incontro di due culture molto diverse tra loro – una rapace e distruttiva, ma destinata a trionfare, l’altra immersa da tempo immemorabile nel mistero del Grande Spirito e rispettosa della natura cui trae sostentamento, sogni e visioni.
Già alcune pellicole precedenti come “Soldato Blu” del 1970 – siamo nell’epoca della contestazione contro la guerra del Vietnam – avevano cominciato a denunciare l’ipocrisia su come veniva presentata, nella letteratura e nel cinema, la storia fondativa degli Stati Uniti. Nella narrazione ufficiale erano infatti passate sotto silenzio le stragi dei nativi – spesso massacri indiscriminati compiuti contro donne, bambini e vecchi disarmati – e le deportazioni di massa; e si taceva di tutti i tentativi di cancellare la loro cultura. Ai nativi erano stati fatti firmare trattati per delimitare il territorio dove vivere e cacciare, le cosiddette riserve. Ma di questo, appunto, vi parlerò in un altro post.
“Balla coi lupi” appartiene a questo filone di denuncia, anche se non ci sono scene di vere e proprie battaglie su larga scala, o confronti sanguinosi tra le due parti; piuttosto, la pellicola narra della lenta trasformazione, interiore ed esteriore, di un uomo, il tenente John Dunbar (Kevin Costner), ufficiale dell’esercito Unionista. Da una condizione di insofferenza e solitudine egli si inserisce, passo dopo passo, in una comunità di nativi americani fino a impararne la lingua e a diventare uno di loro.
La trama
Nulla si sa del passato di John Dunbar, perlomeno nel film (tratto dal romanzo omonimo di Michael Blake, autore anche della sceneggiatura). Dopo aver cercato la morte davanti alle linee confederate per evitare l’amputazione di un piede, egli riceve un encomio e gli viene concessa la possibilità di scegliere un luogo dove svolgere il suo servizio. Chiede perciò di essere inviato in un presidio della frontiera dell’Ovest, ai margini delle praterie del Nebraska. Arriva così a Fort Sedgwick, l’avamposto più remoto, che in realtà è una casupola diroccata e dove si trova completamente solo in attesa di altri soldati.
Oltre a rimettere in sesto il suo piccolo forte, e ad ammirare la bellezza incontaminata del paesaggio, John annota sul suo diario quello che accade, completando le sue note con delle illustrazioni. Gli fa visita soltanto un lupo magro e solitario a cui dà il nome di Due Calzini per via delle zampe bianche.
Un giorno, però, ha un primo contatto con Uccello Scalciante (interpretato da Graham Greene), un uomo di medicina della vicina tribù dei Sioux Lakota, seguito dall’arrivo di alcuni guerrieri.
Le difficoltà linguistiche vengono superate anche grazie ad Alzata con Pugno (Mary McDonnell), una donna bianca salvata da bambina dopo l’eccidio della sua famiglia per mano dei Pawnee, e allevata dalla tribù.
Da quel momento in poi la sua esistenza prende una piega inaspettata…
Qui accanto: Disegno di Atula Siriwardane ispirato al film (1991). Opera rilasciata nel pubblico dominio dal suo autore. Fonte: Wikipedia.
I Sioux
È bene dire alcune parole sui Sioux per contestualizzare le vicende del protagonista. Il termine Sioux è l’abbreviazione dell’espressione Nadovessioux, parola francese originata dalla deformazione di Nādowessi (piccoli serpenti), ovvero l’appellativo con il quale questo gruppo veniva spregiativamente indicato dalla tribù degli Ojibwe (Chippewa per i bianchi), loro tradizionali avversari. La parte finale dell’espressione Nadowe-is-iwi, che significava appunto “meno che vipera”, servì a identificare il vasto insieme di tribù Dakota, accomunate da una medesima lingua e da identiche tradizioni culturali.
Fonte della mappa: https://www.emersonkent.com/map_archive/native_american_tribes_map.htm
Queste popolazioni vivevano nelle grandi pianure centrali degli Stati Uniti e del Canada meridionale, dal fiume Platte al monte Heart e dalle foreste del Minnesota fino al Missouri e alle montagne note come Bighorn. I Lakota erano il più occidentale dei tre gruppi sioux; sotto la pressione di popolazioni native confinanti, spinte a loro volta verso occidente e armate dai bianchi, arrivarono a occupare quelli che attualmente sono il Dakota del Nord e il Dakota del Sud.
Dopo la loro migrazione verso le grandi praterie ed il conseguente distacco di fatto dal resto della confederazione sioux, essi ricostruirono idealmente i “sette fuochi del consiglio”, articolandosi in altrettanti sottogruppi. Nomi di Sioux passati alla storia, anche per le battaglie che combatterono contro gli invasori bianchi, sono Maȟpíya Lúta (Nuvola Rossa), Tȟatȟáŋka Íyotake (Toro Seduto) e Heȟáka Glešká (Alce Chiazzato), nonché il celeberrimo Tȟašúŋke Witkó (Cavallo Pazzo), uno dei portagonisti della battaglia di Little Big Horn.
“L’ultima resistenza di Custer”, dipinto di Edgar Samuel Paxson del 1899. Il quadro è conservato nel Buffalo Bill Center of the West, a Cody, Wyoming.
Le loro cerimonie sacre più importanti riflettono quelle di molte altre tribù, specialmente le cerimonie della Capanna del Sudore (Inipi) e della Ricerca della Visione (Hanblecheyapi). Le cerimonie della Danza del Sole (Wiwannyag wachipi) e della Chiamata dello Spirito (Yuwipi) sono il riflesso di altre simili praticate da diverse tribù.
La locandina
Il manifesto italiano ci mostra un primo piano del protagonista, che indossa l’uniforme blu dell’esercito dell’Unione. Ha il viso contratto e gli occhi socchiusi in un’espressione di diffidenza, espressa dalle rughe incise sulla fronte e attorno agli occhi, mentre la mano di un altro uomo gli sta stendendo sul viso due colori, come pennellate: bianco e rosso.
In realtà questa scena non compare mai nel film, ma è emblematica del processo di integrazione nella cultura Lakota di John Dunbar, che diventa un membro rispettato della tribù. Il colore blu elettrico accende, peraltro, anche lo sfondo della locandina.
Una rappresentazione schematica della Ruota di Medicina. Fonte: mia elaborazione.
Nella spiritualità Lakota, i colori sono strettamente legati alla Ruota di Medicina sciamanica, che rappresenta l’interconnessione di tutti gli esseri e le direzioni sacre. Questi colori non solo rappresentano direzioni e stagioni, ma anche aspetti della vita e della spiritualità, riflettendo la visione del mondo Lakota in cui tutto è interconnesso. Sono associati anche a degli animali, che possono però variare a seconda della tribù.
Nello specifico, il bianco è collegato al Nord, rappresenta la mente, la pace e la saggezza. È il colore dell’integrità e della conoscenza ed è collegato al bisonte, che è protagonista di una scena tra le più spettacolari del film, dove John partecipa alla caccia insieme alla tribù, e ne conquista la gratitudine perché salva la vita a un adolescente caricato da un piccolo di bisonte.
Il colore rosso è associato al Sud, che simboleggia la forza e la vitalità, ed è collegato al lupo, presente nel film come Due Calzini. Un altro lupo compare nell’ultimissima scena, mentre alza il muso e ulula in segno di congedo. Abbiamo quindi due punti cardinali antitetici, ma che si completano, per il protagonista del lungometraggio.
Nella parte sottostante della locandina, ci sono dei disegni simili a una striscia di fumetti svuotata di colore, che mostrano le silhouette di nativi americani inframmezzati a carri con il telone e soldati a cavallo che reggono la bandiera a stelle e strisce. Vi si può individuare anche un guerriero che tiene in mano uno scalpo. Anche i colori usati per il font graziato del titolo richiamano il bianco, il rosso e il blu usati nella raffigurazione dell’uomo.
Questo contrasto tra l’enormità della testa del protagonista e la piccolezza delle figure umane e animali sottostanti sottolinea ancora una volta l’importanza del “percorso” esistenziale di John Dunbar e della sua trasformazione.
Come asserisce Uccello Scalciante:
L’uomo che cercano i soldati non esiste più. C’è solo un Sioux che si chiama Balla coi Lupi.
Cristina M. Cavaliere
Fonti del testo: “Riti e misteri degli Indiani d’America” di AA.VV. – editrice Utet
Per visualizzare la locandina italiana in alta risoluzione, accedete al seguente link: https://www.mymovies.it/film/1990/ballacoilupi/poster/0/




Me lo ricordo, un film bellissimo. Ho visto anche “Soldato blu”, e anche un altro film che racconta le vere dinamiche del conflitto fra nativi e colonizzatori “Piccolo grande uomo” con un ottimo Dustin Hoffman. Di recente ho visto anche “Killers of the flower moon” di Scorsese che denuncia un caso di cronaca terrificante che esemplifica in modo terribile come i nativi venissero considerati meno che umani.
Si tratta di un film che ho rivisto varie volte, ed è anche piuttosto fedele alla vita dei nativi. Ho scoperto che si è concesso qualche libertà nell’unione tra lui e Alzata con Pugno, ma per il resto è un prodotto davvero eccellente. Ho visto anch’io i film che menzioni, e anche “Killers of the Flower Moon”. Ribadisco che sono stati commessi crimini atroci nei confronti dei nativi, tra inganni, massacri, stupri appropriazioni di territori, e soprattutto la volontà di cancellare una cultura percepita come “selvaggia” e “pagana”, sia dall’amministrazione americana che dalle varie chiese. Mi ripropongo di scrivere dei post sui nativi che sto studiando per il romanzo, gli Ojibwe.
Finalmente trovo il giusto momento per dedicarmi a questo tuo post. Argomento, come ricorderai, che mi è caro, essendomi laureata con una tesi sulle donne native americane e aver poi scritto un romanzo su questo tema sempre così affascinante. Quando in questi mesi ho ripreso in mano quella vecchia storia scritta molti anni fa, mi sono detta che venire realmente a capo di una cultura così vasta e complessa è praticamente impossibile. Non sapremo mai abbastanza sui nativi. Possiamo però recuperare i racconti che fedelmente hanno cercato di restituirne lo spirito, come il magnifico film di cui scrivi qui.
Amo molto questa produzione, devo proprio a questo film l’essermi avvicinata alla cultura nativa e averne compreso moltissimi aspetti mai pienamente narrati. Anch’io ho visto Soldato blu, ma anche L’uomo chiamato Cavallo, L’ultimo dei Mohicani. Film di un altro tempo, quando si apprezzava e rappresentava la lentezza, una caratteristica che nel racconto contemporaneo si è persa del tutto.
Leggerò con molto interesse tutti i post che verranno dopo di questo, ringraziandoti, perché imbattermi in una appassionata dei nativi è una cosa molto bella per me.
Cara Luz, sono molto contenta di questa tua lettura e del bellissimo commento che mi hai lasciato. Mi hai fatto anche venire in mente il progetto che concepimmo insieme di guest post reciproci sui nostri blog sui nativi americani. Come dici tu, l’argomento è immenso, anche solo occupandosi di una sola tribù o nazione, come si preferisce dire adesso. Ci sono aspetti di cultura materiale, come la costruzione dei wigwam con la corteccia di betulla, ottimo riparo per il freddo, o delle canoe, mezzi di trasporto talmente perfetti da essere copiati da bianchi; per le tribù dei Grandi Laghi la raccolta dello sciroppo d’acero in una determinata stagione. La loro cosmogonia è affascinante, con figure mitiche che impersonano i “manitou” e racconti che si tramandano di generazione in generazione. Mi ha colpito molto anche la conoscenza dei loro uomini e donne-medicina, e di come curavano le malattie, rimettendosi comunque al Grande Mistero, quell’intelligenza superiore e amorevole che tutto ha creato e che tutto supervisiona. Insomma, m’impegno a dare corpo a questa nuova serie, ne sarei molto felice! Il titolo potrebbe essere: “I figli dei Grandi Laghi”…