La donna entrò ondeggiando sensuale sui tacchi, si tolse il cappellino alla moda, lo appese a un cavalletto libero e si accomodò sull’unica poltrona disponibile, quella del pittore. Si accese una sigaretta sottile infilata in un lungo bocchino bianco e osservò il quadro per cinque, interminabili boccate.

«Bello. Ma manca qualcosa.»

«In che senso?» Il pittore si pulì le mani sul grembiule, tastò le tasche, e, con sollievo, trovò una singola sigaretta un po’ acciaccata. L’accese, utilizzando un cerino, che poi scosse e gettò a terra, dove si perse nello strato di disordine e sporcizia «Ogni volta mi chiedi di cambiare qualcosa.»

«Ovvio, sono la committente.»

«Ma io sono l’artista.»

La donna fece un cenno annoiato con la mano che reggeva la sigaretta. Un po’ di cenere cadde sul bracciolo. Senza scusarsi, guardò il mucchietto e poi lui «Hai ragione, Henri caro, sono imperdonabile.»

Il pittore si appoggiò alla colonna dall’altro lato della stanza e incrociò le braccia «Sentiamo, cosa mancherebbe, stavolta?»

La donna sorrise, schermendosi «Oh, ma che ne so… però, forse, ora che ci penso…manca un fagiano.»

«Un fagiano?»

«Si, un bel fagiano lì in basso, illuminato dalla luna.» Gesticolò e la cenere finì sulla tavolozza dei colori, creando un contrasto cromatico disarmonico.

«Ma cosa c’entra un fagiano?» Il pittore tentò di soffiare via la cenere dai colori freschi, finendo per espandere il raggio di contaminazione. Prese un pennello e la mescolò con rabbia al colore.

«Un fagiano c’entra sempre. È una bestia elegante, di classe. Intelligente.»

«Intelligente un fagiano? Mi prendi in giro?»

Lei si sporse verso di lui, lasciando intuire l’incavo ombroso tra i seni «Suvvia, Henri caro, accontentami, mettici il fagiano. Giuro che è l’ultima richiesta.»

«L’hai detto anche le altre volte.»

La donna sbatté gli occhi bistrati e si portò una manina guantata al petto «Non ricordo.»

Lui si staccò dalla colonna e avanzò verso di lei «Vediamo… quando mi hai chiesto di dipingerti di nero.»

«Ancora questa storia? Ero troppo…troppo nuda.» Sottolineò lo sdegno accostando appena i lembi della camicetta di seta.

«Mi avevi chiesto tu di ritrarti come una novella Eva, avvolta dai serpenti, ricordi?»

«Lo so, ma mica posso farmi vedere nuda da tutti quelli che ceneranno sotto al quadro! I notabili della città, clienti di mio marito…» Scosse la testa, addolorata al solo pensiero di un simile scandalo.

Il pittore svuotò i polmoni dall’aria che gli sembrava di piombo. Guardò fuori dalla finestra per calmarsi.

«E poi queste piante. Dovresti farle simili a quelle del mio guardino.» Ripartì lei disegnando una foresta immaginaria tra i pulviscoli sollevati dalle sue mani.

«Ma tu non hai un giardino! Abiti al quinto piano di un palazzo storico senza balconi!»

Lei sbuffò, risentita «Dovresti farle come sarebbero se le avessi.»

«E sentiamo, come sarebbero se le avessi?»

«E che ne so, l’artista sei tu, mica io!»  la donna si alzò e riprese il cappellino dal cavalletto «Ci vediamo martedì prossimo.»

«Non resti?» il pittore si avvicinò di un passo, gli occhi appena più opachi.

«Oggi non mi va.» Si sistemò il cappellino elegante e ticchettò verso la porta «Non dimenticare il fagiano!»

Susanna Albertini

 

 

Immagine di apertura: L’incantatrice di serpenti di Henri Rousseau (1907), olio su tela, Museè d’Orsay, Parigi (fonte: Wikipedia).