“Mistica d’amore” è una raccolta di cinque opere di chiaro afflato religioso. I loro titoli sono Corpo d’amore, Magnificat, Poema della Croce, Cantico dei Vangeli e Francesco, e furono composte da Alda Merini tra il 2000 e il 2007, in varie circostanze della sua vita. Persino quando affronta le tematiche della fede, i versi di questa poetessa conservano un’impronta inconfondibile, intrisi come sono di passione e carnalità. Alda si muove dunque tra i protagonisti della nostra tradizione religiosa, spogliandoli di ogni orpello e apparato liturgico, anche del fasto dell’iconografia pittorica, se vogliamo, e conferendo loro una silhouette dalla voce ora pensierosa, ora colma di sentimento, ora pienamente drammatica.

Così, la figura di Maria nella sezione del Magnificat diventa creatura giovane e umanissima, eppure grandiosa nella sua semplicità, sgomenta di fronte al destino del figlio, di cui non capisce fino in fondo il sacrificio e la gloria successiva della resurrezione. Al contempo, instaura con Dio un rapporto come d’amante, e si mette in grado d’avvicinarlo e di lasciarsene avvicinare più di ogni altra creatura. Dalle sue labbra scaturiscono versi come:

Io Dio sono la pace
dei Tuoi Misteri,
ma sono anche colei 
che si lascia trafiggere
come una peccatrice.
Sono colei
che paga tutti gli ostacoli,
sono colei
che muore d’amore.
E ho sentito, 
nella dolcezza dell’adolescenza,
crescere quella croce
che mi trapassa come un’alba.
Io e Gesù crocifissi, Signore,
siamo lo schianto di Dio.

E proprio nella relazione Madre-Figlio colgo il motivo ricorrente che allaccia tutte le poesie della raccolta, oltre i dogmi, oltre i misteri, oltre la religione in se stessa: quella di una madre vivente in un’eterna giovinezza, come ben ci ricordano i versi di Dante Alighieri nel XXXIII e ultimo canto del Paradiso, su una “Vergine Madre, figlia del tuo figlio”. Quella di un figlio dall’infanzia solitaria che, dopo la sua resurrezione, può pronunciare questi versi, tra i più belli della raccolta:

Fuggirò da questo sepolcro
come un angelo calpestato a morte dal sogno,

Icona russa – Discesa agli Inferi


ma io troverò la frontiera della mia parola.


quasi Cristo fosse un poeta, anzi, il Sommo Poeta – il Verbo per eccellenza – che s’allontana dalla morte della parola, ed è il vincitore nella narrazione.

La narrazione di una storia appassionante e destinata ad essere tramandata e a durare nei secoli, e che ci avvince anche solo con la sua mera trama – una storia scritta proprio per noi, e dal finale lieto oltre dire.