Questo è il primo di una serie di post-omaggio che inaugura una galleria di grandi donne. Che siano state grandi è fuori di dubbio, perché ognuna di loro ha contribuito a dare a noi tutte un pezzo di quella libertà che, oggi, viene continuamente messa in discussione dai rigurgiti violenti degli integralismi culturali e religiosi (la manifestazione della sete di potere che si rinnova come l’Idra di Ercole con le sue teste). Alcune sono celebri e altre meno. Mentre tutti conoscono Maria Montessori, pochi sanno che cosa abbia fatto Alessandrina Ravizza (forse i nostri nonni lo potrebbero ricordare). L’ho scoperto poco tempo fa, e sì che vicino alla casa della mia infanzia c’è una via a lei intitolata. … Beh, stendiamo anche un velo pietoso sulla toponomastica, almeno su quella milanese: si dedica una piazza al generale Cadorna, tutt’altro che un tattico brillante e dotato di scarsa considerazione per la vita dei soldati, ma si ignora del tutto l’opera della dottoressa Amalia Moretti Foggia.

Vi presento dunque con vero piacere la mia prima eroina, che qui sopra potete vedere in un quadro di John Opie del 1797:

Mary Wollstonecraft

Il mio primo incontro con lei avvenne qualche anno fa attraverso il suo trattato Sui diritti delle donne (Vindication of the Rights of Woman), che mi folgorò. È di una modernità assoluta, pur essendo stato scritto nel 1792, e mi chiesi come mai nessuno avesse mai pensato di stamparne migliaia di copie e di distribuirle nelle nostre scuole o regalarlo alle nostre ragazze. La sua modernità prova, purtroppo, come i diritti delle donne di cui parla l’autrice siano ancora tutti da conquistare, specialmente in alcune parti del mondo dove accade ogni sorta di abominio. Ma anche noi donne occidentali non dobbiamo dormire sugli allori; come dice mia madre: “Bisogna star su con le orecchie”.

Come prima cosa vi presento con una breve biografia della prima parte della vita di questa donna che fu soprannominata da uno dei suoi detrattori “la tigre in gonnella” per la determinazione nel far sentire la sua voce di combattente per i diritti – ed è qui un altro aspetto della sua modernità – non solo delle donne, ma anche degli uomini. A voi approfondire anche il resto della sua esistenza, se l’argomento vi appassiona.



BIOGRAFIA:

Mary nasce a Londra il 27 aprile del 1759 e vi muore il 10 settembre 1797, dopo un’esistenza
relativamente breve e molto avventurosa. La sua prima battaglia viene combattuta nell’adolescenza, nell’ambito di una famiglia condizionata dalla povertà e dall’alcolismo del padre. Entrata in contatto con altre giovani donne, comincia da subito a forgiarsi un’istruzione da autodidatta e soprattutto a irrobustire gli strumenti dialettici che le avrebbero permesso di battersi contro il conformismo, i pregiudizi e le ingiustizie sociali per tutta la vita. La stessa Virginia Woolf, citandola, la definisce ribelle nel suo temperamento, e “con la rivolta nel sangue”. Ben presto Mary si rende indipendente con il proprio lavoro: una data importante è il 1787 dove trova un impiego stabile presso il mensile Analytical Review. In quell’ambiente entra in contatto con i migliori esponenti della cultura progressista londinese.

Nel 1789 avviene lo scoppio della Rivoluzione Francese, evento epocale in cui tutti ripongono immediatamente le loro speranze di progresso, lei compresa. Nel 1790 scrive la sua prima opera politica, A Vindication of the Rights of Men, in cui conduce un attacco ai privilegi nobiliari e una difesa del regime repubblicano, e si unisce al coro dei difensori della Rivoluzione contro l’opposto schieramento degli oppositori conservatori e reazionari. In quest’opera afferma che tutti devono godere degli stessi diritti civili: gli uomini, ma anche le donne.

A questa affermazione dà pieno compimento nella sua opera del 1790, Vindication of the Rights of Woman appunto. Nello stesso periodo un’altra donna, la francese Olympe de Gouges, che sarà la protagonista di un mio post specialmente dedicato a lei, nel 1791 aveva pubblicato un altro scritto che apriva la strada al movimento femminista, la Déclaration des droits de la femme et de la citoyenne. Mary non fu coinvolta come Olympe negli eccessi della Rivoluzione, ma pagò il suo atteggiamento di aperta sfida ricevendo insulti, insinuazioni e sbeffeggi.

Vive le amicizie con grande dedizione ed ha relazioni tempestose fino al matrimonio con il filosofo William Godwin, precursore dell’anarchismo, dal quale ebbe la figlia Mary, nota scrittrice e moglie del poeta Percy Bysshe Shelley, ovvero l’autrice di Frankenstein. La sua vita è una continua provocazione per i perbenisti: convivenze non matrimoniali, una maternità illegittima, una vita “sregolata”. E le sue teorie sulle donne certamente non migliorano la situazione.

La sua indipendenza di giudizio non le impedisce di ammirare il filosofo Rousseau, ma di criticare le sue teorie sull’educazione espresse nell’Emile. Al figlio maschio il filosofo francese riserva tutte le cure di un’educazione sollecita e liberale, immersa nella natura; la figlia femmina è invece destinata ad apprendere tutto quello che le serve per rivestire un ruolo di madre e nutrice. Egli critica molto quelle donne che si sbarazzano dei figli affidandoli alle nutrici (salvo poi, lo ricordo, predicare bene e razzolare malissimo, visto che lui per primo si liberò dei figli lasciandoli in orfanatrofio): “L’uomo ha maggiore genialità; la donna osserva, l’uomo ragiona.” Contro questa mentalità Mary si batte con durezza nella sua opera, decostruendola con la forza del suo ragionamento.

L’OPERA:
Il libro Vindication of the Rights of Woman inizia con una breve introduzione dove Mary sostiene che, non contenti dell’indubbia debolezza fisica delle donne, gli uomini si adoperano per farle cadere ancora più in basso facendole diventare oggetti di fugace attrazione; e le donne, inebriate dal loro atteggiamento, non si sforzano di diventare autentiche compagne e amiche. Nei primi anni di vita esse trascorrono ad acquisire un’infarinatura di varie qualità, e la forza del corpo e della mente viene sacrificata e nozioni futili di bellezza su come raggiungere l’obiettivo finale: il matrimonio.
La lettrice (o Clara) di Federico Faruffini
Si  procede con la suddivisione in capitoli, ognuno dei quali tratta alcune opinioni che vanno per la maggiore e che lei confuta con grande acutezza e sapienza di argomentazione. Il titolo del primo capitolo, ad esempio, è Dell’opinione prevalente di un carattere sessuale specifico, ovvero che secondo l’opinione comune la donna è come una bambina e quindi deve essere mantenuta in uno stato di perpetua fanciullezza come se vivesse nel mondo dei balocchi. 
Alla base della sottomissione in cui la donna viene tenuta sta l’assunto della “naturalità” domestica delle donne, destinate per il loro carattere a occuparsi solamente degli ambiti ristretti della casa e dei figli. Mary, invece, sostiene con forza che questa cosiddetta “naturalità” è solamente frutto di una forzatura educativa e sociale, e come tale va combattuta. “La libertà è la madre delle virtù e se le donne sono, per costituzione, delle schiave, e non è concesso loro di respirare l’aria rigenerante e penetrante della libertà, allora sono destinate a languire sempre, come piante esotiche, ad essere riconosciute solo come bellissime imperfezioni della natura. L’unica imperfezione della natura.”
Proprio le considerazioni che fa Rousseau sulla donna sono talmente puerili che, secondo lei, non vale nemmeno la pena di confutarle. Tutto il ragionamento di Mary ruota proprio attorno a un termine-cardine, tanto caro a Rousseau quando parla di figli maschi: l’educazione. Che va radicalmente cambiata, per insegnare alle donne a coltivare il proprio spirito e la propria mente, e a saper esercitare un giudizio critico sulle cose; a non fare affidamento soltanto su una bellezza presto destinata a svanire. E – orrore! – ad aprire le scuole a classi di tipo misto, e mi vengono in mente tutte le teorie odierne sulla necessità delle classi di genere (composte cioè da un unico sesso) in modo da non far “distrarre” i ragazzi dalla vicinanza delle loro compagne, e a rendere a livelli massimi rendimento e quindi competitività.
Le donne non sono disciplinate, perché non è mai stato insegnato loro come fare; e sono quindi del tutto prive di spirito critico, sottomettendosi ciecamente all’autorità maschile costituita. Se la donna si avvale solo del suo aspetto fisico per legare a sé l’uomo, ben presto ne perderà l’amicizia, e all’amore subentrerà l’indifferenza dato che non si tratterà di un rapporto alla pari. Per ottenere quello che vogliono alle donne non resta che giocare d’astuzia, dopo essere diventate civettuole; e questa è l’astuzia tipica dello schiavo, che non ha altre armi. 

Le sue teorie sul matrimonio sono di conseguenza sconvolgenti per i bacchettoni dell’epoca (non dimentichiamolo mai: parliamo di 1792!). Il matrimonio per gli uomini “non è l’elemento centrale della vita; per le donne, invece, è l’unico progetto per cui affinare le proprie facoltà. Per acquistare una buona posizione devono fare un buon matrimonio, e a questo sacrificano il loro tempo, prostituendo legalmente il loro corpo.” La donna non è libera di scegliere e non ha la forza di combattere per i propri diritti perché non è indipendente né mentalmente né economicamente. Deve sottomettersi a un legame che non desidera, pena diventare una reietta, o peggio ancora; e, quindi, si prostituisce.
In conclusione, l’istruzione e l’educazione, quindi, come unico modo per rendere libere nelle loro scelte, e realizzate, non solamente le donne, ma anche gli uomini che stanno loro accanto; e assicurare a entrambi i sessi la felicità che meritano. Come dice anche oggi Malala, senza dubbio una “figlia” di Mary Wollstonecraft:

“Un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo“.