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Ogni personaggio che si rispetti vive in un mondo creato dal suo autore, che naturalmente prende spunto dalla realtà. Accade anche che l’ambiente diventi una proiezione del suo io interiore, e che non sia il luogo concreto a influenzare la persona. Per ambienti si intendono non solo luoghi reali, ma anche immaginari, e non è detto che siano meno autentici di quelli che possiamo toccare con mano. Nell’ambito della serie che ho ribattezzato “i vasi comunicanti”, ovvero post dove un unico elemento fa da filo conduttore a pagine letterarie e opere d’arte, vi propongo ora i paesaggi di tipo naturale (mentre ho in mente un post separato sui luoghi costruiti dall’uomo, ovvero quelli artificiali). Procedo quindi con la mia personale carrellata!
La montagna: La valle dell’Eden di John Steinbeck
Secondo le convenzioni europee geografiche, una montagna è un rilievo della superficie terrestre che si estende sopra il terreno circostante in un’area limitata. La sua altezza deve essere di almeno 600 metri sul livello del mare e il suo aspetto deve essere almeno parzialmente impervio.
Nello scegliere un libro su questo elemento geografico, mi sono resa conto di non aver mai letto un “vero” libro sulla montagna, di quelli scritti, ad esempio, da Walter Bonatti o Reinhold Messner, che forse sono più testimonianze di amore e di esperienze in montagna che veri e propri romanzi. Per questo motivo mi sono orientata sul romanzo La valle dell’Eden, perché, a quanto pare, l’autore voleva descrivere ai figli la Salinas Valley molto dettagliatamente. Nel romanzo è molto presente il tema di Caino e Abele, ovvero dell’eterna e aspra rivalità tra fratelli che si contendono il primato agli occhi di un padre ottuso. Si dice che la famiglia Hamilton del libro sia stata ispirata dalla vera famiglia di Samuel Hamilton, nonno materno di Steinbeck. Inoltre, un giovane John Steinbeck appare come personaggio nel libro, ricoprendo un ruolo minore.

The Rocky Mountains, Lander’s Peak
di Albert Bierstadt (1863)
Ecco l’incipit del romanzo:

La valle del Salinas è nella California settentrionale. È un canalone lungo e stretto tra due file di monti, e il fiume Salinas si snoda e si contorce lungo tutta la valle fino a sfociare nella baia di Monterrey. 
Ricordo i nomi che da bambino davo alle erbe e ai fiori nascosti. Ricordo dove si trova il rospo e a che ora si svegliano d’estate gli uccelli – e l’odore degli alberi e delle stagioni – che aspetto aveva la gente e come camminavano; ricordo anche il loro odore. La memoria degli odori è molto tenace. 

Ricordo che i monti Gabilan a oriente della valle erano monti lievi e allegri, pieni di sole, amabili e quasi invitanti; ti veniva voglia di arrampicarti per i loro caldi contrafforti come quando si vuol salire in grembo a una madre adorata. Erano montagne che ti sollecitavano con l’amore della loro erba giallastra. I Santa Lucia si ergevano contro il cielo verso occidente e separavano la valle dal mare aperto, ed erano bui e accigliati, scostanti e pericolosi. In me c’era sempre un terrore dell’occidente e un amore dell’oriente.

Per illustrare questo romanzo mi sono orientata in maniera spontanea su un quadro americano della Hudson River School dal fortissimo afflato romantico. Una visione di una valle apparentemente tranquilla, proprio come se fosse “una valle dell’Eden”, anche se il serpente si nasconde sempre sotto il sasso, pronto a morderti la mano.
L’isola: La voce delle onde di Yukio Mishima
Geograficamente, l’isola è una terra emersa, interamente circondata dall’acqua. Un’isola può trovarsi nelle acque di un fiume (come ad esempio l’isolotto su cui sorse Parigi), di un lago (come l’isola Bella sul lago Maggiore) o del mare (e qui gli esempi sarebbero innumerevoli). 
Proprio per le sue caratteristiche l’isola ha dato luogo a metafore poetiche, come nel bellissimo passaggio della poesia di John Donne (Nessun uomo è un’Isola, / intero in se stesso. / Ogni uomo è un pezzo del Continente, / una parte della Terra), ripresa dallo scrittore Hemingway. In letteratura l’isola è protagonista di romanzi celeberrimi come L’isola del tesoro di R.L. Stevenson, o dell’isola cui approda da naufrago Robinson Crusoe e su cui passa lunghissimi anni, dando prova del suo ingegno. L’isola parrebbe associata in modo spontaneo alla solitudine che costringe a trovare in se stesso risorse fuori dal comune, in senso pratico e introspettivo; ma anche a un luogo dove qualcosa ti attende per sfidarti. Può essere un tesoro o una gigantesca scimmia o uno scienziato folle o altri pericoli. 

Per l’isola ho scelto il meno noto romanzo di Mishima La voce delle onde, ambientato su una delle molte isole giapponesi, subito dopo la Seconda Guerra Mondiale. Pur essendo situabile storicamente, la quasi totale assenza di rimandi colloca la vicenda in una affascinante atemporalità. Il romanzo narra la storia d’amore dei due giovanissimi protagonisti, Shinji e Hatsue. I ragazzi si incontrano al tempio di Yashiro, che dall’alto del monte domina l’Isola del canto – Uta-jima – come armoniosamente la chiamano i suoi abitanti. L’intero romanzo è pervaso dalla voce del mare che circonda l’isola e che ha una profonda influenza sulla vita degli abitanti, poveri pescatori, che di esso vivono. Lo stile è semplice e delicato, e avvolge il lettore come spesso succede durante la lettura di questi scrittori orientali che la maggior parte di noi – ahimè – è costretta a leggere in forma tradotta.
“Saliti i duecento gradini di pietra che portano al tempio, e giunti là dove si trova un torii guardato da due dei soliti cani di pietra che adornano i templi, volgendosi indietro, par di vedere quelle spiagge lontane cullare tra le loro braccia il leggendario golfo di Ise, immutato nel corso dei secoli.”
Ho illustrato questo romanzo con l’immagine de Lo stagno di Chiyogaike di Meguro. Chiyogaike («lo stagno di Chiyo») è un luogo a cui è legata una leggenda risalente al XIV secolo: la dama Chiyo mise fine ai suoi giorni, disperata per la morte del marito, il guerriero Nitta Yoshioki. Mi è piaciuto molto per la pennellata delicata, per i piani che vanno a perdersi come gradini sullo sfondo e per le tre figure umane che si trovano su un isolotto e in modo armonioso diventano parte dello scenario naturale.
Il fiume: Il nostro comune amico di Charles Dickens
Il fiume che vi propongo non è quello placido e rassicurante sulle cui sponde ci si siede a pescare e a meditare e sopra cui scorrono le grandi e piccole imbarcazioni, i battelli e le chiatte per assicurare il trasporto delle mercanzie e dei viaggiatori. Molto spesso nel passato, tra l’altro, il fiume costituiva un confine naturale tra gli stati, e una sorta di valico d’acqua difficile da attraversare e presso cui avvenivano grandi battaglie. Nel romanzo di Dickens, Il nostro comune amico,  si tratta di un corso d’acqua corrosivo, sopra cui navigano Lizzy Hexam, e il padre che per mestiere ripesca cadaveri dal Tamigi (è l’uomo che, fra l’altro, trova nel primo capitolo del libro il presunto cadavere del protagonista John Harmon).
Nightfall on The Thames
di John Atkinson Grimshaw (1880)
Durante un viaggio all’estero, infatti, John Harmon ha scoperto di aver ereditato una fortuna in seguito alla morte del padre, un ricco imprenditore, ma con una condizione: se non sposerà Bella Wilfer, una donna che John non conosce, la somma verrà ricevuta dai coniugi Boffin, ex-domestici del padre. Mentre sta tornando in Inghilterra, durante il viaggio per nave egli confida a un ufficiale di bordo l’idea di assumere una falsa identità per conoscere Bella prima dell’eventuale matrimonio, ma l’ufficiale cerca di ucciderlo per derubarlo; rimane però ucciso e il suo cadavere scivola appunto nel Tamigi e viene scambiato per il corpo di Harmon, il quale è invece vivo e vegeto.
Come tutti i romanzi di Dickens, c’è tuttavia un’ottima alternanza tra l’elemento comico e l’elemento drammatico e una feroce critica sociale. Si tratta di un’opera meno conosciuta di altre di Charles Dickens, ma che offre una delle figure di malvagi più spaventose della sua formidabile macchina inventiva, cioè l’inamidato e represso insegnante Bradley Headstone. Tornando al nostro minaccioso fiume, eccovi un estratto dal libro: 
“Come essi avanzavano lentamente, tenendosi presso la riva e insinuandosi tra le imbarcazioni, per stretti vicoli d’acqua, in un modo subdolo che pareva essere il consueto modo di procedere del loro barcaiolo, tutti gli oggetti tra i quali scivolavano erano così giganteschi in contrasto con la loro barchetta malandata, che sembravano minacciare di schiacciarla. (…) E l’effetto corrosivo dell’acqua era palese in ogni cosa – nel rame scolorito, nel legno fradicio, nella pietra bucherellata, nei rifiuti marci e verdi che galleggiavano – tanto che se l’immaginazione inorridiva al pensiero di essere schiacciati, inghiottiti e annegati, non meno pauroso era il pensiero di ciò che sarebbe avvenuto dopo.”
Al romanzo abbino il quadro di J.A. Grimshaw, la cui tinta verdastra mi sembra faccia bene il paio con le atmosfere del libro, grazie alle sagome delle imbarcazioni ancorate come dei relitti e una luna ammalata.
Il mare: Le onde di Virginia Woolf

Nel Medioevo il mare era guardato con sospetto misto a spavento, e nemmeno sostare a lungo sulla spiaggia era consigliabile: dalle sue onde immense, dalle sue profondità inesplorate potevano scaturire mostri orribili e inghiottirti. Il mare era la dimora del Leviatano, mostro biblico, o della grande piovra. Tantomeno era luogo di svago e di piacere dove ci si rosolava al sole nelle sue prossimità, anche perché il concetto di “tempo libero” era del tutto sconosciuto all’epoca. Ancora oggi, se ci pensiamo, gli abissi del mare rimangono inesplorati, e molti relitti giacciono sul fondo, ormai dimore stabile di pesci, conchiglie e altre concrezioni. L’elemento mare, quindi, ha conservato intatto il suo fascino.

Dopo l’acqua limacciosa di Dickens, però, mi sembrava giusto inserire un romanzo e un quadro di tutt’altro tenore, ma sono rimasta a lungo in dubbio sulla scelta: le opere sul mare sono infinite come il mare stesso! Alla fine mi sono orientata su Le onde della prodigiosa scrittrice inglese Virginia Woolf. Si tratta, per me, di un autentico capolavoro, dato che attua un’innovazione persino superiore a quella introdotta con il romanzo più celebre, cioè Gita al faro. I sei protagonisti della storia – Bernard, Susan, Rhoda, Neville, Jinny e Louis – si esprimono sotto forma di soliloqui. Altrettanto importante è il settimo personaggio del libro, Percival, che però il lettore non sente mai parlare con la propria voce. Lo stile è una vera e propria partitura musicale, a dimostrazione che anche la lingua può essere poesia e strumento. Ecco l’incipit, nella traduzione di Nadia Fusini:

“Avvicinandosi alla spiaggia ogni striscia si sollevava, si gonfiava, si rompeva, ricoprendo la sabbia di un velo sottile d’acqua bianca. L’onda si arrestava, poi si ritirava sibilando, come chi respiri lento, regolare e incosciente nel sonno. Pian piano la striscia scura all’orizzonte si fece più chiara, come se in una vecchia bottiglia di vino il sedimento fosse calato a fondo lasciando il vetro verde trasparente. E dietro, come se pure lì il sedimento bianco fosse sprofondato, o il braccio di una donna distesa sull’orizzonte avesse sollevato una lampada, anche il cielo si schiarì e delle strisce piatte di bianco, di verde e di giallo si propagarono nell’aria a lama di ventaglio.” 

Per quanto riguarda l’opera, mi sono imbattuta per caso nei quadri luminosi di Peder Severin Krøyer, un impressionista danese dei primi anni del Novecento. Qui sopra vi propongo Tramonto a Skagen, ma vi rimando a questo sito per lucidarvi le pupille con altre opere.

Il lago: Piccolo mondo antico di Antonio Fogazzaro

Dopo il vasto mare chiudiamo con uno specchio d’acqua più piccolo, ma non per questo meno affascinante, ovvero il lago. Il romanzo Piccolo mondo antico è ambientato in Valsolda, una località in provincia di Como, posta sulle sponde del lago di Lugano, un luogo in cui Fogazzaro trascorse parte della sua vita. La vicenda si sviluppa nella seconda metà dell’Ottocento, sullo sfondo della lotta dei patrioti del Lombardo-Veneto contro il dominio austriaco. Inizia nel 1850, quando non si sono ancora spenti gli echi delle rivolte del 1848 e della loro repressione, e si conclude nel febbraio 1859, alla vigilia della seconda guerra di indipendenza che darà il via al compimento dell’unità d’Italia.
Una delle protagoniste è la superba Marchesa Orsola Maironi, simpatizzante degli austriaci. Il nipote Franco invece ama Luisa Rigey, una popolana valsoldese, ma la nonna è contraria all’unione, a causa della condizione plebea di Luisa. Per questo la Marchesa minaccia il nipote di non lasciargli l’eredità se deciderà di sposarla. Il ragazzo, dal carattere impetuoso e idealista, organizza un matrimonio in segreto, sotto la benedizione della madre di Luisa, Teresa Rigey, ammalata e prossima alla morte.
Attorno al lago si giocano i destini dei personaggi, con un avvenimento che, più avanti del romanzo, costituirà il vero e proprio climax del libro e darà una svolta drammatica alla trama. L’incipit dell’opera dimostra chiaramente l’importanza dell’elemento-lago e come dimostri tutto il suo carattere: 

Soffiava sul lago una breva fredda, infuriata di voler cacciar le nubi grigie, pesanti sui cocuzzoli scuri delle montagne. Infatti, quando i Pasotti, scendendo da Albogasio Superiore, arrivarono a Casarico, non pioveva ancora. Le onde stramazzavano tuonando sulla riva, sconquassavan le barche incatenate, mostravano qua e là, sino all’opposta sponda austera del Doi, un lingueggiar di spume bianche. Ma giù a ponente, in fondo al lago, si vedeva un chiaro, un principio di calma, una stanchezza della breva; e dietro al cupo monte di Caprino usciva il primo fumo di pioggia. Pasotti, in soprabito nero di cerimonia, col cappello a staio in testa e la grossa mazza di bambù in mano, camminava nervoso per la riva, guardava di qua, guardava di là, si fermava a picchiar forte la mazza a terra, chiamando quell’asino di barcaiuolo che non compariva.

Veduta del lago Maggiore dalla villa di Ada Troubetzkoy
di Daniele Ranzoni (1872)
Avevo quasi rinunciato a inserire un’immagine, tanto le opere sul lago sono stucchevoli, quando mi sono imbattuta in questa opera dello scapigliato milanese Daniele Ranzoni, che trovo perfetta per il libro. La figura appoggiata alla balaustra che si sorregge il viso con la mano, il declivio che scende sulla sinistra, la visione del lago immerso nella dolcezza dell’aria richiamano benissimo le atmosfere di Piccolo Mondo Antico.
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Vi sono piaciuti i miei abbinamenti e quali altri vi vengono in mente? Nei vostri romanzi, o nei romanzi che vi sono piaciuti di più, che ruolo gioca la componente dell’ambiente naturale?
Fonti:
La valle dell’eden di J. Steinbeck (edizione Bur)
La voce delle onde di Y. Mishima (edizione Feltrinelli)
Il nostro comune amico di C. Dickens (edizione Garzanti)
Le onde di V. Woolf (edizione Bur)
Piccolo mondo antico di A. Fogazzaro (edizione Garzanti)
Fotografia iniziale dal sito Pixabay.com

Aggiornamento:


Patricia Moll del blog Myrtilla’s House è stata la prima ad aver aderito all’iniziativa con il suo meme, che potete leggere qui.

Ivano Landi del blog Cronache del Tempo del Sogno è stato il secondo in ordine cronologico. Per leggere il suo post e apprezzare le sue raffinate scelte, ecco il link.

Anche sul blog The Obsidian Mirror sono apparsi bellissimi e insoliti accostamenti tra romanzi e immagini. Ecco il link al suo post!