Grazie alla terza figura di questa mia carrellata di grandi donne,


Olympe de Gouges, 
ritorno ancora indietro nel tempo, e nello specifico nel periodo della Rivoluzione Francese: un’epoca di cui, come avete ormai abbondantemente capito, mi sento felice e a mio agio proprio come un topo nel formaggio e di cui vi parlerò fino alla nausea. Ma veniamo a Olympe de Gouges, la mia eroina di oggi. Chi era questa donna determinata almeno quanto lo fu Mary Wollstonecraft (le ho dedicato un ritratto) di cui era contemporanea e di cui era gemella in una comune battaglia per l’uguaglianza?

BIOGRAFIA

Nata il 7 maggio 1748 a Montauban, Marie Gouze è dichiarata figlia di Pierre Gouze e di Anne-Olympe Mouisse, sposata nel 1737, ma ella apprende ben presto, dalla madre, di essere la figlia naturale di altro padre, parrebbe di un letterato.

Nel 1765 è costretta a sposare Louis-Yves Aubry e si trova subito madre di un bambino e quasi subito vedova. “Avevo appena 14 anni quando mi sposarono ad un uomo che non amavo affatto, che non era ricco, né di una certa estrazione. Fui sacrificata senza alcuna ragione che potesse bilanciare la ripugnanza che avevo per quest’uomo,” asserisce. Delusa dalla sua esperienza coniugale, rifiuta in seguito sempre di risposarsi considerando il matrimonio come “la tomba della fiducia e dell’amore”.

Si farà chiamare col nome di “Marie-Olympe” o più semplicemente di “Olympe”, e aggiunge la particella “de” al suo patronimo “Gouze” o piuttosto “Gouges”. Verso il 1770 lascia Montauban col figlio Pierre per andare a Parigi a raggiungere la sorella sposata con un medico. Nella capitale Olympe sogna di dare al figlio un’educazione adeguata.

LE OPERE TEATRALI E POLITICHE

A Parigi lega con un alto funzionario della marina, direttore di una potente compagnia di trasporti militari che lavorava con lo Stato. Egli le domanda di sposarlo, lei rifiuta, ma il loro legame dura fino alla Rivoluzione. Dal 1778 inizia a cimentarsi nella scrittura di commedie dato che il teatro è passione di tutta la sua vita. Indipendentemente dal suo teatro politico, la commedia che la rende celebre ai suoi tempi è l’Esclavage des Noirs pubblicata nel 1792 e inserita nel repertorio della Comédie-Française col titolo di Zamore e Mirza, o il felice naufragio. Questa commedia e un’altra intitolata le Marché des Noirs del 1790 le permettono di farsi ammettere alla Società degli Amici dei Neri creata nel 1788 dal futuro girondino Brissot.

Nel 1788 si fa notare pubblicando due opuscoli politici. Olympe sviluppa un progetto d’impostazione patriottica nella sua celebre Lettera al Popolo proponendo un vasto programma di riforme sociali e societarie nelle sue Osservazioni patriottiche. Questi scritti sono seguiti da altri nuovi opuscoli indirizzati ai rappresentanti delle tre principali legislature della Rivoluzione, ai club patriottici e a diverse personalità dell’epoca. 

Nei salotti letterari che frequenta vengono discussi anche molti altri argomenti concernenti l’emancipazione della società francese e in particolare del ruolo in essa della donna. Insieme al marchese de Condorcet e a sua moglie Sophie de Grouchy, Olympe si unisce alle posizioni dei girondini nel 1792.

Il 16 dicembre 1792 Olympe si offre di assistere Malesherbes nella difesa del re davanti alla Convenzione. Ella sostiene infatti che le donne sono capaci di assumere delle responsabilità tradizionalmente riservate agli uomini e, in quasi tutti i suoi scritti, chiede che le donne vengano ammesse ai dibattiti politici e sociali. La sua richiesta è rigettata e le attira ostilità e biasimo. Olympe ottiene comunque che le donne siano ammesse a una cerimonia a carattere nazionale, « la festa della legge » del 3 giugno 1792, poi alla commemorazione della presa della Bastiglia il 14 luglio 1792.

Olympe fa della difesa dei diritti delle donne lo scopo della sua esistenza. Rivolgendosi a Maria Antonietta redige la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, ricalcata dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1789, nella quale afferma l’uguaglianza dei diritti civili e politici tra i due sessi, insistendo perché si restituiscano alla donna quei diritti naturali che la forza del pregiudizio le ha sottratto.

LA DICHIARAZIONE DEI DIRITTI DELLA DONNA E DELLA CITTADINA

Ecco dunque gli articoli della Dichiarazione, nella traduzione dall’originale francese di Francesca di Donato. Prendetevi del tempo e leggeteli con pazienza, perché ne varrà la pena. Sono di una modernità sconcertante.

Articolo primo. La Donna nasce libera ed è eguale all’uomo nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’utilità comune.
II. Lo scopo di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali e imprescrittibili della Donna e dell’Uomo: tali diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza, e soprattutto la resistenza all’oppressione.
III. Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione, che non è altro che la riunione della Donna e dell’Uomo: nessun corpo, nessun individuo può esercitare una autorità che non ne derivi espressamente.
IV. La libertà e la giustizia consistono nel rendere tutto quello che appartiene agli altri; così l’esercizio dei diritti naturali della donna non ha limiti se non la tirannia perpetua che l’uomo gli oppone; questi limiti devono essere riformati dalle leggi della natura e della ragione.
V. Le leggi della natura e della ragione vietano tutte le azioni nocive alla società: tutto quello che non è vietato da queste leggi, sagge e divine, non può essere impedito, e nessuno può essere costretto a fare quello che tali leggi non ordinano.
VI. La Legge deve essere l’espressione della volontà generale; tutte le Cittadine e Cittadini devono concorrere, personalmente o tramite loro rappresentanti, alla sua formazione; la legge deve essere eguale per tutti: tutte le Cittadine e tutti i Cittadini, essendo eguali ai suoi occhi, devono essere egualmente ammissibili ad ogni dignità, posto e impiego pubblico, secondo le proprie capacità; e senza altra distinzione che non sia quella delle loro virtù e dei loro talenti.
VII. Per nessuna donna si farà eccezione: la donna è accusata, arrestata, e detenuta nei casi determinati dalla Legge. Le donne obbediscono come gli uomini a tale Legge rigorosa.
VIII. La Legge deve stabilire solo pene strettamente ed evidentemente necessarie, e nessuno può essere punito se non in virtù d’una Legge stabilita e promulgata anteriormente al delitto e legalmente applicata alle donne.
IX. Nel caso di ogni donna dichiarata colpevole la Legge eserciterà ogni rigore.
X. Nessuno deve essere infastidito per le proprie opinioni, anche fondamentali. La donna ha il diritto di salire sul patibolo; deve avere egualmente quello di salire sulla Tribuna; purché le sue manifestazioni non turbino l’ordine pubblico stabilito dalla Legge.
XI. La libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi della donna, poiché tale libertà assicura la legittimazione dei padri nei confronti dei figli. Ogni Cittadina può dunque dire liberamente, sono madre d’un figlio che vi appartiene, senza che un barbaro pregiudizio la forzi a dissimulare la verità; salvo a rispondere dell’abuso di tale libertà nei casi determinati dalla Legge.
XII. La garanzia dei diritti della donna e della Cittadina necessita un’utilità maggiore; tale garanzia deve essere istituita per il vantaggio di tutti, e non per l’utilità particolare di coloro cui è data.
XIII. Per il mantenimento della forza pubblica, e per le spese d’amministrazione, i contributi della donna e dell’uomo sono eguali; la donna partecipa a tutti i servizi, a tutte le occupazioni penose; deve dunque partecipare egualmente alla distribuzione di posti, di impieghi, di cariche, di dignità e dell’industria.
XIV. Le Cittadine e Cittadini hanno il diritto di constatare di persona o tramite propri rappresentanti la necessità della contribuzione pubblica. Le Cittadine non possono aderirvi che grazie all’ammissione di una divisione eguale, non solo nella fortuna, ma anche nell’amministrazione pubblica, e di determinare la quota, l’imponibile, la copertura e la durata delle imposte.
XV. La massa delle donne, coalizzata per la contribuzione con quella degli uomini, ha il diritto di chiedere conto, a ogni agente pubblico, della sua amministrazione.
XVI. Ogni società, in cui non è assicurata la garanzia dei diritti, né è determinata la separazione dei poteri, non ha una costituzione; la costituzione è nulla, se la maggioranza degli individui che compongono la Nazione non ha cooperato alla sua redazione.
XVII. Le proprietà sono di tutti i sessi riuniti o separati; esse sono per ciascuno un diritto inviolabile e sacro; nessuno può esserne privato in quanto vero patrimonio della natura, se non quando la necessità pubblica, constatata legalmente, lo esiga a tutta evidenza, e a condizione di una giusta e preventiva indennità.



L’ULTIMA PARTE DELLA SUA VITA



Tra le sue proposte davvero rivoluzionarie, Olympe chiede la possibilità di sciogliere un matrimonio e l’instaurazione del divorzio (ammesso all’indomani della Rivoluzione). Avanza l’idea di un contratto firmato tra concubini e milita per la libera ricerca della paternità e il riconoscimento dei figli nati fuori dal matrimonio. Cosa cui, in Italia, siamo arrivati in tempi recentissimi con la riforma del diritto di famiglia e le unioni civili.

È anche tra le prime persone promotrici di un sistema di welfare, formulando – a grandi linee – un sistema di protezione materna e infantile e raccomandando la creazione di seminari nazionali per combattere la disoccupazione. Analogamente propone la creazione di alloggi per i non abbienti e quella di ricoveri dignitosi per i mendicanti.

Dopo la messa in stato di accusa del partito dei Girondini alla Convenzione, il 2 giugno 1793, indirizza una lettera piena di energia e di coraggio indignandosi di una misura presa contro quei principi democratici (9 giugno 1793) di cui la Rivoluzione si era fatta promotrice. La lettera è censurata già nel corso di una lettura in una pubblica assemblea. Olympe denuncia che questo confligge con i principi repubblicani. Viene così arrestata e deferita al Tribunale Rivoluzionario.

Benché ammalata è rinchiusa nella prigione dell’abbazia di Saint-Germain-des-Près. Inviata nella petite Force divide la cella con Madame de Kolly, una donna incinta già condannata a morte. Nell’ottobre seguente, ottiene il trasferimento in una prigione più confortevole. Tradotta in tribunale il mattino del 2 novembre, appena 48 ore dopo l’esecuzione dei suoi amici girondini, viene condannata a morte. La sua ultima lettera è per suo figlio, l’aiutante generale Aubry de Gouges, che la disconosce per paura di essere inquisito.

OLYMPE DE GOUGES E JULES MICHELET

Nel volume Donne della Rivoluzione dello storico Jules Michelet, autore di una monumentale Storia di Francia in 19 volumi, egli le dedica un capitolo, associando Olympe de Gouges alla costituzione delle prime società femminili che nacquero proprio in quegli anni. Anche se non esiste prova sicura, pare che molte di queste società furono fondate da Olympe, di cui a buon diritto fu l’ispiratrice.

Non sempre lo storico traccia di questa donna un ritratto lusinghiero, definendola persona instabile a livello sentimentale, e quindi politico, perché mossa da un sentimento di pietà che la faceva oscillare ora in favore del re ora della Repubblica; una persona che crolla a livello emotivo quando si vede rinnegata dal suo stesso figlio. Si profonde invece in elogi sperticati su Madame Roland, su cui invece avrei parecchie riserve, dedicandole ben due capitoli. Peccato che, contrariamente a quello che Michelet scrive nel suo libro, le testimonianze dell’epoca affermano che Olympe de Gouges salì sul patibolo senza alcun timore, con grande coraggio e dignità. Lei stessa aveva ribadito: “Come la donna ha il diritto di salire sul patibolo, deve avere altresì il diritto di salire alle più alte cariche“.


Che ci sia un fondo di pregiudizio nello storico? Le critiche di Michelet, che peraltro è un biografo postumo, sembrano dimostrare che una vita libera come quella di Olympe dia sempre adito a calunnie. Viene infatti giudicata alla stregua di una prostituta da parte delle stesse donne e riabilitata solo moltissimi anni dopo. La battaglia di Olympe nel corso della sua esistenza sui diritti delle donne è un’altra prova di quanto per i diritti femminili ci si batteva molto meno che per quelli degli schiavi neri nelle colonie francesi. Anzi, li si ignorasse proprio. Il tutto in casa propria e sotto gli occhi di tutti i cosiddetti buoni patrioti, che seguendo il pensiero dei philosophes, in testa Rousseau, continuavano a relegare la donna nel ruolo di moglie e madre.

Non c’è modo migliore di chiudere l’articolo che citare le parole di Olympe agli uomini nell’incipit della sua Dichiarazione: “Uomo, sei capace d’essere giusto? È una donna che ti pone la domanda; tu non la priverai almeno di questo diritto. Dimmi: chi ti ha concesso la suprema autorità di opprimere il mio sesso? La tua forza? Il tuo ingegno? Osserva il creatore nella sua saggezza; scorri la natura in tutta la sua grandezza, di cui tu sembri volerti raffrontare, e dammi, se hai il coraggio, l’esempio di questo tirannico potere. …”

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Fonti:

  • Wikipedia per i dati biografici
  • Le donne della rivoluzione di Jules Michelet, editore Bompiani
  • “I diritti della donna… di Marie Gouze, detta Olympe de Gouges” Traduzione dall’originale francese di Francesca Di Donato (l’originale su Gallica, bibliothèque numérique de la Bibliothèque nationale de France): Copyright © 2004 Francesca Di Donato. Libera riproduzione dietro menzione del nome della traduttrice.