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Gli oggetti sono cose, solitamente di piccole o contenute dimensioni, che nella società occidentale sommergono le nostre abitazioni e gli uffici. Ne siamo ossessionati, a tal punto che esistono vere e proprie patologie che portano ad accumulare oggetti; e i pazienti muoiono, letteralmente travolti dalle valanghe di cose che crollano nei loro appartamenti. Ci sono i cosiddetti oggetti del desiderio, il cui fascino si esaurisce rapidamente dopo che li si è posseduti: sono quelli fatti in serie, prodotti dalla società del consumo che impone ritmi sempre crescenti all’acquisto, generando sempre nuovi bisogni. I nostri genitori e i nostri nonni sono soliti dire che “le cose duravano una vita, una volta”, e questo è verissimo. Si avevano pochi beni e li si teneva con estrema cura; ma erano anche solidi, quasi imperituri.

In questo mio nuovo post della serie “i vasi comunicanti” che tanto gradimento suscita, prendo in considerazione queste mute presenze attorno a noi, e che possono diventare i protagonisti indiscussi di un racconto, oppure di scene memorabili nell’ambito di romanzi anche monumentali. Di oggetti ve ne sono a bizzeffe, per cui chi dei miei amici blogger deciderà di seguirmi avrà una vasta scelta, stavolta, a seconda dei propri interessi e dei propri gusti. Per quanto mi riguarda, dunque, ci saranno altri post dedicati agli oggetti, essendo l’argomento sterminato, per cui contrassegno subito questo primo con il numero 1. L’unica regola implicita del meme, che qui ricordo, è che occorre avere letto ciò che si propone. Per il resto, come ben sapete, ognuno è libero di personalizzare l’articolo inserendo altre diramazioni nel campo della cinematografia e, perché no? della musica.

E quindi, senza occupare altro spazio, vado con la mia personale rassegna oggettistica. Alla fine troverete una mia riflessione del filo conduttore che ho individuato e che corre tra tutti questi oggetti.

Lo specchio: “Lo specchio deformante” di Anton Checov

Lo specchio è un degli oggetti-simbolo più celebrati nella letteratura, fantastica, esoterica e non: è una superficie riflettente dove ci si può vedere con precisione. In mancanza di uno specchio, per vedere se stessi ci si doveva sporgere su polle d’acqua, o sul bordo di pozzi, e l’immagine rimandata era comunque irregolare per via delle correnti e del limo, oppure oscura e tremolante nel secondo caso. Come si sa, lo specchio viene usato come strumento di divinazione o per vedere situazioni e persone lontane, un po’ come si fa con il cristallo di rocca. Lo specchio veniva anche usato per inviare segnali, tecnica usata dalle tribù di Nativi Americani e dagli eserciti belligeranti. La galleria di specchi deformanti dei luna park è uno dei punti più divertenti e innocui per i bambini, che ridono nel vedersi riflessi con misure sproporzionate. Per questo, lo specchio è anche ingannatore, in quanto trasmette un’illusione.

Il racconto breve che vi propongo fu scritto da Anton Checov attorno al 1883 con il procedimento a piccoli tocchi. Parla di una coppia, marito e moglie, che prendono possesso di una casa avita. Non sappiamo i nomi dei due, e nemmeno se si tratta di un’eredità, del genere di abitazione anche da una brevissima descrizione si può supporre che si tratti di una dimora molto antica. Infatti:

Mia moglie e io entrammo nella stanza. Era umida e c’era odore di muffa. Illuminando quei muri, che da un secolo almeno erano immersi nell’oscurità, provocammo il fuggi fuggi di un milione di topi. Ci chiudemmo la porta alle spalle, un colpo di vento arrivò all’improvviso e scompaginò dei mucchi di fogli abbandonati negli angoli.

La casa è naturalmente un posto inquietante, ma il peggio – o il meglio, a seconda dei punti di vista – deve ancora venire. Non si tratta del classico fantasma, perché anzi l’autore sembra farsi gioco dei canoni letterari che, in una casa del genere, imporrebbero l’arrivo di una presenza spettrale. Un giorno, infatti, la coppia trova uno specchio:

“Vedi quello specchio, nell’angolo?” domandai a mia moglie, indicando un grande specchio, dalla cornice di bronzo brunita e scura, appeso a poca distanza dal ritratto della mia antenata. “Quello specchio è dotato di poteri magici, che condussero la mia antenata alla rovina. Le costò caro acquistarlo, e non volle più separarsene, fino alla morte. Giorno e notte vi si specchiava, senza mai smettere neppure quando mangiava e beveva. E quanto andava a letto lo appoggiava accanto a sé. Perfino con il suo ultimo respiro, chiese che l’accompagnasse nella sepoltura. Ma lo specchio non entrava nella bara, e il desiderio rimase inesaudito.”

Sembrerebbe, dunque, un racconto magico, ma non è neppure così. Lo specchio rimanda l’immagine deformata della persona, ma chi guarda vede riflessa sulla superficie una persona bellissima. Così il racconto vira sul grottesco fino allo spiazzante finale, in una narrazione dove nessun oggetto sembra svolgere la funzione per cui è preposto, come nessuna persona sembra recitare la parte cui è destinata. Per questo motivo inserisco come abbinamento un disturbante quadro di Pablo Picasso, “Ragazza davanti a uno specchio” del 1903, anziché un quadro di impronta più romantica in linea con l’epoca in cui visse l’autore del racconto.

Il pettine: “La bella adescatrice” di Oliver Onions

Questo racconto è, invece, proprio una storia di fantasmi… e la cosa curiosa è che, pur non essendo particolarmente attratta da vampiri e zombie, ed essendo un’inguaribile fifona, adoro i fantasmi e le storie a loro dedicate. Nella prefazione della raccolta in cui è stata inserita, Storie di fantasmi per l’edizione Einaudi, Carlo Fruttero scrive che dell’autore si sa poco o nulla. L’unica cosa certa è che nacque nel 1873, e che George Oliver Onions mutò il proprio nome in George Oliver, ma pubblicò come Oliver Onions, ma che non era stato possibile rintracciare la raccolta Widdershins pubblicato nel 1911 che contiene anche il racconto. Questo racconto viene considerato come una raffinatissima ghost-story non indegna di Poe, dove non si concede nulla allo spavento e all’effetto facile, ma dove l’orrore nasce dalla quotidianità, dal silenzio, dal mistero di lunghi fruscii. E da un rumore che corre lungo tutto il racconto: quello di un pettine che viene passato e ripassato nei capelli di una donna. Solo che la donna non esiste in forma corporea….

Anche, qui, come nel racconto di Checov, la narrazione di apre con la descrizione di un’abitazione, solo dall’esterno, e qui il particolare inquietante è il cartello “Affittasi” rimasto per lungo tempo appeso ai tre o quattro pali piantati lungo il basso recinto della casa. Il giovane scrittore Oleron si trova a passare e a ripassare davanti alla casa, fino a quando un giorno s’informa su quanto costi l’affitto. L’affitto è molto basso e comporta l’intera abitazione visto lo stato di deplorevole abbandono in cui versa. Oleron, stupefatto della sua fortuna e senza sospettare che sta per entrare in una trappola mortale, accetta, si trasferisce nella casa e la ristruttura. Cominciano i primi incidenti ai danni di Elsie, l’amica di Oleron, quando la donna lo va a trovare; e la casa comincia a emanare tutta una serie di seduzioni che si traducono in profumi, luci, fruscii, e in un’atmosfera ovattata e sensuale. Ma il principio della fine incomincia quando egli capisce che non è il solo abitante della casa. Nel vetro che copre il quadro della nonna una notte egli può vedere la fiamma della candela sopra il cassettone:

Ma poteva vedere qualcosa di più. Quei tenui barlumi, quegli scintillii e riflessi, non mutavano posizione; ma c’era un punto di luce che si muoveva. Era più fioco degli altri, e si muoveva in su e in giù, a mezz’aria. Era il riflesso della candela sul pettine di bachelite di Oleron e ciascuno dei movimenti verso il basso era accompagnato da un serico crepitio. (…) Il fruscio elettrico e regolare echeggiava ora in tutta la stanza , e se Oleron avesse spostato il suo angolo d’osservazione avrebbe potuto mettere il fioco luccichio del pettine in perfetta corrispondenza del ritratto di sua nonna.


Se il pettine seguiva i contorni di un’altra testa, questa tuttavia restava invisibile.

Non è che l’inizio di una lenta e irresistibile opera di seduzione che sembra iniettare nell’indifeso Oleron una sorta di droga in modo che egli risulti sempre più dipendente dalla casa e dalla sua bella abitante, come una mosca imprigionata nella tela di un ragno. La bella adescatrice lo separa sempre di più dal mondo, sprofondando in un’accidia pericolosissima per l’anima e il corpo, fino a quando …

In abbinamento a questo affascinante racconto, vi propongo accanto allo stralcio Woman Combing Her Hair di Henri Edmond Cross del 1892, dove la tecnica del puntinismo applicata alla figura, e soprattutto ai lunghissimi capelli, e il fatto che il volto della donna non sia visibile, lo rendono perfetto per una storia di fantasmi che ha come protagonista un’ammaliante e spettrale presenza.

La bambola: “I miserabili” di Victor Hugo

Ci sono autori titanici, e romanzi giganteschi come il loro autore. Penso che I miserabili di Victor Hugo non abbia bisogno di molte presentazioni. Ricordo assai brevemente che la storia ha come protagonista il perseguitato Jean Valjean, un uomo di indole buona che solo la necessità e la fame hanno indotto a rubare, e che trascorre lunghi anni nelle galere francesi; e di tutti i personaggi che, man mano, incontra dopo il suo rilascio, tra vescovi, galeotti, prostitute, monache, osti, monelli, poliziotti, spie e rivoluzionari. L’imponente romanzo è anche uno straordinario affresco storico della Francia dalla Restaurazione a Luigi Filippo, e la folla che popola Parigi è quella dei “miserabili” citati nel titolo. Viene celebrata dunque non soltanto la civiltà borghese, ma anche e soprattutto quella dei bassifondi popolata da una teppaglia che emerge al calar della notte.

Anche le campagne, però, possono rivelarsi altrettanto squallide per merito di individui scaltri e arraffoni come ad esempio la coppia dei Thènardier, due tavernieri senza scrupoli che, in assenza della madre, si prendono cura della piccola Cosette. La ragazza-madre Fantine ha lasciato loro la bimba ed è andata a Parigi a cercare lavoro, finendo per trasformarsi in una prostituta. Cosette è vestita di stracci, denutrita e maltrattata dalla coppia, che da tempo non riceve i franchi della pigione, e viene tiranneggiata anche dalle figlie dei Thénardier, sue coetanee. In punto di morte, Fantine ha supplicato Jean Valjean di andare a prendere la figlia. In fuga dall’implacabile poliziotto Javert, Valjean si reca nelle campagne per esaudire l’ultimo desiderio della donna morente.

La bambola, questa creatura in miniatura, è la protagonista di una scena memorabile. Una sera, la bimba è stata mandata a prendere acqua con il secchio e quindi costretta ad attraversare, terrorizzata, il bosco all’imbrunire. Davanti agli occhi della piccola, sulla strada si materializza  proprio Jean Valjean, che la rassicura e la aiuta a portare il secchio fino alla locanda gestita dai Thénardier. Durante il cammino e grazie ad alcune domande, riconosce in lei proprio la figlia di Fantine. Poco prima di entrare, Cosette rimira nella vetrina di una bottega una bellissima bambola, che desidera.

Entrata nella locanda, e in un momento di pausa dal lavoro garantita dal buon cuore di Valjean, Cosette cerca timidamente di prendere una bambola gettata per terra da Eponine, una delle figlie degli osti, per poterci giocare; ma viene sgridata aspramente dalla Thénardier. In quel frangente Valjean esce nella notte e rientra poco dopo.

La porta si riaperse e l’uomo riapparve, tenendo fra le mani la favolosa bambola di cui abbiamo parlato e che tutti i marmocchi del villaggio contemplavano fin dal mattino, e la mise ritta in piedi davanti a Cosette, dicendo:


“To’, è per te.”


(…) Cosette alzò gli occhi. Vide l’uomo venire verso di lei con quella bambola, come avrebbe visto venire il sole, intese quelle inaudite parole: è per te, guardò lui, guardò la bambola e poi, indietreggiando lentamente, andò a nascondersi sotto la tavola, in fondo in fondo, nell’angolo del muro. Non piangeva più, non gridava più, pareva che non osasse più fiatare.


(…) “Ebbene, Cosette,” disse la Thénardier con una voce che voleva essere dolce ed era tutta fatta del miele aspro delle donne cattive “non prendi dunque la tua bambola?”


Cosette si arrischiò ad uscire dal suo buco.


“Mia piccola Cosette” riprese a dire la Thénardier con aria carezzevole “il signore ti regala una bambola. Prendila: è tua. ”


Cosette osservava la meravigliosa bambola con una specie di terrore. Il viso di lei era inondato di lacrime, ma i suoi occhi incominciavano a riempirsi, come il cielo al crepuscolo mattutino, degli strani raggi della gioia. In quel momento ella provava qualcosa di simile a quello che avrebbe provato se le avessero detto bruscamente: ‘Piccina, voi siete la regina di Francia.’”

Ricordo che lessi questa scena nell’ambito di un’antologia a scuola, e provai il desiderio di leggere tutto il romanzo. Avevo quattordici anni ed era l’epoca in un cui una storia come quella de I miserabili, insieme con il mio amore smisurato per la Francia, non avrebbero potuto non lasciare il segno. E così fu.

Il primo dipinto che ho scelto è A Young Girl with her Doll di Kate Perugini (1876). La bambina non è particolarmente stracciata, anzi, ma ha l’aria molto dolce, quasi sognante e la bambola è ben visibile. In questo caso faccio un’eccezione alla regola, e vi propongo una seconda opera con la deliziosa bambina di Pierre Renoir che ci ammonisce a stare in silenzio in quanto la sua bambola dorme.

Il ritratto: “Il ritratto ovale” di Edgar Allan Poe

Prima dell’avvento della fotografia, il ritratto era il modo migliore per immortalare le proprie sembianze e trasmetterle ai posteri e ai discendenti. Naturalmente era appannaggio di un ceto sociale abbiente che poteva permettersi di pagare i servigi di un pittore, e non di rado pretendeva che si abbellissero le loro fattezze. Dobbiamo essere comunque grati ai ritrattisti in quanto ci hanno trasmesso in modo vivido le fisionomie di coloro che vissero moltissimi anni or sono, documentando anche la moda in fatto di copricapi, gorgiere, camicie e accessori. Con l’andar dei secoli, il ritratto perde la sua natura istituzionale e codificata – valgano per tutti le effigi di profilo che richiamano quelli delle monete – per esprimere la psicologia della persona ritratta, attraverso la vivacità nello sguardo, la postura indolente o rigida, la piega delle labbra. E, parlando proprio di occhi e carnagione, quante volte abbiamo esclamato di un ritratto che ci fissa dalla sua cornice: “Accidenti! Sembra vero!”

Proprio su questa oscillazione tra vita e morte, tra arte e natura si gioca tutto il significato del racconto Il ritratto ovale (The oval portrait) di  Edgar Allan Poe del 1842. Il racconto è narrato al passato da un personaggio estraneo alla storia principale: questi, ferito per motivi ignoti, si rifugia, nella torre di un castello abbandonato, con l’aiuto del suo valletto, ritenendo pericoloso passare la notte all’aperto. All’interno della torre il personaggio-narratore un libro che racconta la storia di tutti i quadri che tappezzano le pareti. Spostando un candelabro per leggere meglio, le luci delle candele rischiarano il ritratto ovale di una giovane donna. Ha un sussulto in quanto, in un primo momento, aveva pensato che lei fosse nella stanza, in carne e ossa. Il narratore non riesce a spiegarsi la vitalità di quel ritratto, poiché ritiene che il semplice valore estetico non sia sufficiente a spiegarne l’effetto potente. Ecco la descrizione del quadro:

Il ritratto, l’ho detto, era quello di una fanciulla. Solo la testa e le spalle, eseguite, per usare la denominazione tecnica, alla maniera di «vignette» molto simile allo stile delle teste predilette da Sully. Le braccia, il seno, fin le punte dei capelli irraggianti si fondevano impercettibilmente con l’ombra vaga ma densa che faceva da sfondo. La cornice era ovale, riccamente dorata e filigranata alla moresca. Come opera d’arte, nulla poteva essere più ammirevole del dipinto in quanto tale. Ma non era pensabile che a destare in me un’impressione così subitanea e violenta fosse stato l’alto livello dell’esecuzione o l’immortale bellezza del viso. E ancor meno era ammissibile che la mia immaginazione, strappata dal dormiveglia, avesse scambiato la testa per quella di una persona viva.

Dopo aver lungamente fissato il quadro, il narratore vuole cercare una risposta all’inspiegabile attrazione per quel ritratto. Per far ciò comincia a leggerne la storia sul libro trovato nella stanza. Il libro parla della vita della fanciulla ritratta nel quadro, andata in moglie a un pittore. ..

Naturalmente vi lascio liberi di cercare come va a finire la storia, che è brevissima e facilmente rintracciabile anche su internet, e vi propongo come accostamento una donna lombarda di ignoto pittore bergamasco, realizzato nel 1730 ca. che sembra davvero esprimere tutta l’energia e la salute della sua età, e il benessere della sua condizione sociale.

Quasi dimenticavo: qual è il filo conduttore che lega tutte queste scelte? Credo che si tratti di un rapporto molto stretto con il volto umano (forse con qualche forzatura per quanto riguarda il pettine). Lo specchio e il ritratto riproducono entrambi l’essere umano, più o meno fedelmente nel secondo caso, la bambola invece è un simulacro in piccolo delle persone.


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Spero che abbiate gradito i miei abbinamenti! Mi piacerebbe sapere se vi vengono in mente altri brani letterari in rapporto allo specchio, al pettine, alla bambola e al ritratto. A quali oggetti istintivamente pensereste nella vostra ideale carrellata?

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Fonti:


Fotografia di apertura dal sito Pixabay
“L’arte di leggere” con I racconti di Anton Cechov a cura di Guido Corti – Corriere della Sera
“La bella adescatrice” di Oliver Onions da “Storie di Fantasmi” di AA.VV. – Einaudi
“I miserabili, v. 1-2” di Victor Hugo – Garzanti
“Racconti” di Edgar Allan Poe – edizione Mondadori
Wikipedia per le trame dei romanzi, fortemente adattate e integrate

I seguenti blog hanno partecipato all’esperimento:


The Obsidian Mirror con il suo “Oggetti, umane finzioni