Con vero piacere vi presento una donna che moltissimi anni fa era la mia vicina di casa, dato che in estate abitava a Cusano Milanino, località limitrofa a Cinisello Balsamo! Ovvero Amalia Moretti Foggia, meglio conosciuta alla sua epoca con lo pseudonimo di Dottor Amal con cui dava consigli pediatrici su La Domenica del Corriere; e anche come Petronilla nella sua rubrica di ricette di cucina e consigli nutrizionali.

Ebbi io stessa la fortuna di scoprirla grazie al bel libro Le voci di Petronilla, scritto a quattro mani da Roberta Schira e Alessandra de Vizzi il cui sottotitolo recita: Storia di una modernissima donna d’altri tempi, uno scorcio di vita femminile italiana dal 1872 al 1947. Questo gradevolissimo romanzo biografico, che mi farà da guida per presentare Amalia Moretti Foggia, è basato su accurate ricerche in archivi, documenti dell’epoca, fatti di cronaca e costume, eventi storici cruciali, e offre uno spaccato sociale dell’Italia tra il 1872 e il 1947 che attraversa ben due guerre mondiali e innumerevoli trasformazioni. Si tratta di un’ottima pietra di paragone anche per compiere una riflessione sulle condizioni della donna di allora in rapporto a quella odierna; e se molto sia cambiato o sia cambiato solo in apparenza.

Le autrici immaginano che Amalia, ormai anziana e con pochi mesi di vita davanti a sé, scriva le sue memorie, avvalendosi di lettere, ricordi, diari, cartoline e dell’aiuto dell’amatissimo marito Domenico, medico come lei. Non vuole essere ricordata solo per un aspetto della sua personalità, quella di Amal o di Petronilla, ma nella sua complessità di essere umano. Nel prologo del libro afferma quale è stato il concetto che ha guidato la sua intera esistenza: “Una volta capito a cosa siete chiamate dal destino, non permettete a nessuno di farvi rinunciare alla vostra natura, di farvi tradire la vostra indole. Essere infedeli a se stessi è l’unico vero tradimento, quello che ci annienta e dal quale non ci si solleva più, perché rappresenta la morte interiore. Donne, ricordate che lo scopo di ogni essere umano è diventare quello che si è. Donne, siate padrone della vostra vita proprio come io lo sono stata della mia. E vi voglio raccontar come.”



L’INFANZIA MANTOVANA

Amalia nasce a Mantova nel maggio 1872, da un padre farmacista, proveniente da cinque generazioni di speziali. Amalia è particolarmente amata in quanto la madre ha perso un bambino in precedenza a causa di un’epidemia di vaiolo. La bimba però è gracile, e le viene diagnosticata una forte enterite che ben pochi bimbi superano all’epoca. Il padre però non si perde d’animo e prepara un rimedio che le salva la vita.

Amalia cresce curiosa e intelligente, e trascorre lunghe ore nel negozio del padre e osservandolo mentre prepara erbe e distillati, e discorre con i clienti. Quando è in grado di farlo, comincia a leggere gli appunti paterni e a prendere familiarità con le ricette volte a curare malattie e malesseri. Proprio con il padre s’instaura in famiglia il legame più forte, poiché egli non solo le trasmette l’amore per il suo mestiere, ma sviluppa in lei anche quel senso d’indipendenza e quella mentalità priva di pregiudizi che le sarà da guida per tutta la vita. E tutto questo alla fine del 1800!

La madre muore nel 1884 e, dopo pochi anni, il suo posto viene preso dalla sorella, la zia Cleonice, con cui Amalia avrà rapporti non sempre facili. Amalia frequenta il liceo Virgilio e, nonostante il dolore per quella madre “regale”, per lei è importante continuare a studiare con profitto, e si diploma con ottimi voti il 15 luglio 1891. Data la sua predisposizione agli studi, è scontata in famiglia una sua iscrizione all’università di Padova.



GLI STUDI UNIVERSITARI A PADOVA

Il padre Giovanni Battista sogna di vederla diventare farmacista per prendere il suo posto, un giorno, nel negozio, ma Amalia vorrebbe iscriversi a Scienze Naturali. Consapevole di dare una grande delusione per il padre, stipula con lui un patto: si iscriverà a Scienze Naturali e se, dopo un anno, non otterrà brillanti risultati, passerà a Chimica farmaceutica senza perdere nulla degli studi fatti essendo alcuni insegnamenti comuni. Affare fatto! E quindi parte per Padova insieme alla famiglia per trovare un alloggio e venire presentata ad amici del padre in modo che possano aiutarla in caso di bisogno. All’università, però, sarà sola, in un mondo dove gli studenti maschi sono la stragrande maggioranza. Nonostante questo, Amalia si fa rispettare, e allaccia numerose amicizie nel vivace ambiente studentesco, che si ritrova allo storico Caffè Pedrocchi. Tiene fede ai suoi propositi e si laurea in Scienze Naturali a soli ventitrè anni, avvalendosi anche di una borsa di studio. In questo periodo intenso, Amalia vive anche una storia d’amore con un assistente nella Facoltà di Medicina, Lucio Bellandi. E proprio l’amore che prova per quest’uomo sarà galeotto per la nuova svolta che imprimerà alla sua vita.

Anche per amor suo infatti Amalia si trasferisce a Bologna per intraprendere gli studi di Medicina. La storia d’amore non va a buon fine, perché Amalia scopre un’intricata storia nobiliare per cui il fidanzato è costretto a sposare la futura cognata incinta, e salvare l’onore della famiglia. Delusa dalla sua prima importante relazione, ma più che mai determinata a farsi onore negli studi, Amalia ottiene una nuova borsa di studi. Si laurea in medicina come terza donna medico d’Italia, in un periodo dove già era insolito che una donna studiasse anziché diventare moglie e madre, e ancora più insolito che entrasse in una branca lavorativa riservata agli uomini. E con un brillantissimo risultato: 110 / 110! Grande e tenace Amalia.

Purtroppo una grave e trascurata peritonite le toglie la possibilità di diventare madre, cosa di cui patirà molto, ma che sarà determinante per concentrare le sue cure professionali e umane sulle donne e sui loro bambini, che, a qualsiasi categoria sociale appartengono, rappresentano la parte più disprezzata e debole della società.

Milano agli inizi del 1900



AMALIA ARRIVA A MILANO

Nella sua parentesi fiorentina, durante la quale si specializza in pediatria presso la clinica Mayer, Amalia allaccia nuove amicizie con alcune delle donne più influenti e determinate dell’epoca, come Anna Kuliscioff e Matilde Serao, che manterrà per tutta la vita. Decide di recarsi a Milano, città in pieno fermento politico e sociale, che per lei rappresenta la possibilità di svolgere la sua professione al meglio delle sue capacità. Arrivata nel capoluogo lombardo con una dotazione di appena 500 lire a disposizione, si mette a cercare lavoro. A Milano riceve aiuto e solidarietà delle femministe dell’epoca come Sibilla Aleramo, Anna Maria Mozzoni e Alessandrina Ravizza, cui ho dedicato un intero articolo (qui il link, per chi lo avesse perso). Si lega di profonda amicizia soprattutto con la poetessa Ada Negri.

Dal 1902 Amalia lavora alla Poliambulanza, che ha sede nel casello daziario di in Porta Venezia. Per quarant’anni vi esercita la professione di pediatra. Non cura soltanto i corpi, ma si sforza di incoraggiare le madri all’indipendenza, ad esempio non accettando come naturale la violenza maschile. Nel tempo stesso, Amalia è ben calata nella realtà e spesso fa da intermediaria e parla con il coniuge violento, cercando di trovare delle soluzioni ma mettendo sempre al primo posto la salvaguardia della dignità e della salute delle donne. Cura le operaie, esauste per il lavoro in fabbrica, e ammalate di esalazioni tossiche e per i materiali con cui venivano in contatto; le ragazze giunte dalle campagne e poi finite a prostituirsi; le domestiche violentate dai padroni e costrette a sbarazzarsi del bambino, e che ricorrevano a rimedi pericolosi; o donne che, molto spesso, mentono sulla causa delle ecchimosi che hanno sul corpo. Amalia cura i loro bambini, resi gracili dalla miseria e dalla fame, o dalla malnutrizione.

Nello stesso anno sposa il dottor Domenico Della Rovere. Non avranno figli, ma Amalia riverserà le sue cure materne sui piccoli pazienti e, come zia, sui figli dei suoi fratelli.

LE RUBRICHE SU LA DOMENICA DEL CORRIERE


Il 1899 è l’anno di nascita de La Domenica del Corriere, un inserto che compare una volta alla settimana. Amalia viene incaricata di tenere una rubrica di consigli pediatrici, che firma con lo pseudonimo di dottor Amal – firmare con il suo vero nome sarebbe stato impensabile e nessuno avrebbe letto la rubrica scritta da una donna, per quanto capace.

Nella rubrica spiega con un linguaggio semplice e divulgativo le proprietà delle erbe e il loro utilizzo, rivolgendosi non ai medici o ai professori, ma a uno strato sempre più diffuso di donne che possono usufruire dei suoi consigli, e migliorare un po’ la loro esistenza e quella dei loro figli. Le rubriche hanno un successo strepitoso, al punto da essere raccolte in un volume dal titolo Le piante alimentari e medicinali del dottor Amal.


A distanza di breve tempo le viene richiesto di tenere una seconda rubrica di ricette che scrive sotto lo pseudonimo di Petronilla e dove si presenta come “una donna qualsiasi” senza svelare la sua vera identità in modo da non mettere in soggezione le sue lettrici.  Come medico pediatra e figlia di un farmacista, Amalia conosce alla perfezione le proprietà nutritive dei cibi e quelle medicamentose delle piante, e quindi chi meglio di lei?

Il pregio delle ricette di Petronilla infatti non è soltanto quello di essere gustose e realizzate con ingredienti facilmente reperibili, e riutilizzando anche gli avanzi, ma di avere un alto valore nutritivo ed essere poco incidenti sull’economia domestica in un’epoca in cui le persone contavano anche i centesimi. Con pochi accorgimenti e variazioni, i piatti potranno sembrare sempre diversi ed essere graditi al palato. Oggi c’è una sovrabbondanza di programmi televisivi gastronomici, e tutti cucinano e gareggiano, e capita di sentire proclamare delle verità che sembrano la scoperta dell’acqua calda, come quella di recuperare gli avanzi dei giorni precedenti, cosa che nel 1900 era naturale perché nulla si sprecava.

Amalia è anche convinta che il cibo sia non solo una necessità del corpo, ma anche una forma di convivialità, e che attorno alla tavola gli animi si rasserenino più facilmente. Avendo viaggiato con il marito anche in luoghi esotici, ha capito che il cibo ha una matrice culturale, e ha valenza di memoria. A noi tutto questo sembrerà poca cosa, ma a quell’epoca era una novità assoluta.

Ben calata nella realtà tramite la sua professione e quindi consapevole delle difficoltà delle donne, Amalia con le sue rubriche sarà di grande aiuto alle famiglie nel drammatico periodo delle due guerre mondiali. All’epoca i razionamenti alimentari saranno una costante dell’esistenza, specialmente nelle città che non hanno facile accesso al cibo e che quindi patiranno maggiormente i bombardamenti, la denutrizione, la fame.

GLI ULTIMI ANNI

Amalia e Domenico hanno anche una casa di villeggiatura fuori città, dove trascorrono le estati in mezzo al verde e in compagnia dei nipoti, che serve anche come rifugio quando i bombardamenti colpiscono duramente Milano e per nascondervi due ebrei dalle retate. Continuano ad avere moltissimi amici fra i letterati, gli intellettuali e gli artisti dell’epoca, essendo uno dei fratelli di Amalia, Mario, un pittore affermato. Un altro caro amico è Luigi Buffoli, l’ideatore della Cooperativa a Milano, un’unione al servizio dei consumatori che nel giro di pochi anni consente a indigenti, operai e impiegati di comprare beni di prima necessità a prezzi contenuti. Luigi crea anche la sua città-giardino sul modello di quelle inglesi, e nasce così Milanino di cui vi ho parlato all’inizio del post.

Amalia muore nel 1947, a Milano, a poca distanza dalla fine della guerra. Con lei se ne vanno il dottor Amal e Petronilla, ma le sue scelte di assoluta indipendenza, la sua opera di medico pediatra, le sue rubriche di consigli – in sintesi, il suo impegno esistenziale per l’emancipazione della donna – costituiscono un esempio valido ancora oggi e certamente un modello da seguire.

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Fonti:
Le voci di Petronilla di Roberta Schira e Alessandra de Vizzi – Salani editore
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