L’acqua gelida scivola lungo le gambe e gocciola sulle fascine del rogo.

Mi hanno tirato un secchio d’acqua e neve nel cortile del castello, mi hanno sputato addosso il loro disgusto mentre camminavo a testa bassa, i piedi sfocati dalle lacrime.

Il vestito di tela leggera, fradicio, aderisce alla pelle e sottolinea ogni dettaglio del corpo, rendendolo ancora più nudo e vulnerabile. Le braccia legate dietro la schiena mi costringono in una posizione esposta, oscena.

La folla è eccitata, brama vendetta: io sono la causa della siccità che uccide i loro bambini.

La strega. La prostituta da incolpare e schiacciare. I loro occhi scorticano, divorano, violentano.

 

Mi offende finire la vita in questo modo.

Abbasso la fronte, chiudo gli occhi. Sento crescere l’orgoglio sotto questo corpo scarno.

Mi riscalda: è consapevolezza, è forza.

Avverto la natura fluire sotto la pelle, percepisco gli alberi, il vento, il tempo.

Sono in armonia, non ho più paura.

Apro gli occhi, alzo lo sguardo e li osservo, uno ad uno.

“Io vi ho curato con la mia arte,

io ho fatto nascere la vostra progenie,

io ho strappato i vostri bambini al destino che li voleva rapire,

io ho tenuto la mano ai vostri anziani nel passaggio finale.”

Il mio seno si alza e abbassa seguendo il respiro di rabbia e determinazione.

“Sono sempre io. Guardatemi!”

I capezzoli sono dita che accusano, la pancia il campo dove cresce il grano che nutre, il sesso la foresta che offre riparo e legna per il fuoco.

 

Il silenzio si posa sulla folla come un manto nevoso.

Gli schiamazzi, la derisione e le urla della folla si trasformano in stupore e imbarazzo.

La nudità smette di essere scherno e diventa potenza, bellezza.

Le donne distolgono per prime lo sguardo, portano via le figlie. Si sentono esposte, spogliate.

Sono me. E io loro.

Donne sorelle, che danno la vita per amore, che la perdono per odio.

 

Gli uomini radunati sotto la pira si agitano famelici, impazienti. Vorrebbero essere il fuoco che divorerà la mia bellezza. Vorrebbero possedermi, sfregiarmi, addomesticare la mia ribellione nella violenza dello stupro.

 

Il mio accusatore alza un braccio e lo abbassa di scatto, dando il segnale che tutti aspettano e temono.

Mentre il fumo nasconde il mio corpo, miei occhi braccano l’uomo, lo inchiodano alla sua colpa.

 

Poi un mormorio si leva dalla folla, che inizia a ondeggiare. Tracima negli spazi dove i miei accusatori attendono la mia morte. Li spinge alla fuga.

Quando le prime fiamme lambiscono le mie gambe, decine di mani femminili mi liberano, mi avvolgono e mi abbracciano.

 

E finalmente il cielo si apre di pioggia,

spegne il rogo,

scaccia la siccità

allontana la morte.

 

Ma quel giorno sulla pira è morta una fanciulla.

Quel giorno sulla pira è nata una strega.

 

Susanna Albertini

 

 

Immagine di apertura: “La giovane strega è condotta al rogo” di Anselm Feuerbach (1851), olio su tela.