
Il mio padrone mi ha appesa contro una staccionata di legno.
Una bambola ormai inutile, svuotata, violata.
Mi aveva scelta nove anni prima in un caffè di Parigi, affascinato dal sangue che aveva colorato il guanto bianco, una minuscola distrazione mentre facevo saltellare un coltello tra le dita eleganti.
Avevamo parlato tutta la notte e fatto l’amore all’alba per suggellare con il colore vermiglio la mia dannazione.
L’ho adorato attraverso il mio talento, la fotografia; l’ho divinizzato, immortalandolo mentre realizzava la sua creatura più grandiosa: Guernica.
Lui mi ha imprigionata nella vita e nelle opere, ha nutrito con cura la mia sofferenza per poi catturarla attraverso la sua arte.
Io sono la sua musa triste.
Io sono la donna verde dei suoi quadri.
Io sono la figura che grida il dolore per l’ingiustizia della guerra al centro di Guernica.
Il mio padrone ha divorato la carne delle mie ossa, il cielo dei miei occhi, l’allegrezza dei miei vestiti. Li ha impastati sulla tela, per costruire la sua eternità, cancellando, pennellata dopo pennellata, la mia bellezza, la mia gioia di vivere.
E poi mi ha rinnegata, una bambola priva di colore, con la testa vuota, i pensieri confusi dall’elettroshock, un’inutile pazza.
Ma io mi sono vendicata di Pablo Picasso.
Ho impugnato con mani tremanti la macchina fotografica e imparato a guardare di nuovo la vita attraverso di essa. Uno scatto dopo l’altro.
E ora, finalmente, Dora Maar non ha più bisogno di un padrone per scendere dalla staccionata di legno.
Susanna Albertini
Immagine di apertura: Marionnette accrochée à une palissade di Dora Maar (1934), Collezione Jill Quasha, New York.



