Sono molto contenta di poter presentare sul blog il nuovo lavoro della storica Maria Paola Zanoboni, che abbiamo imparato a conoscere e apprezzare grazie alla presentazione del precedente volume “La signora in abito da lutto” (qui il link all’articolo, per chi lo avesse perso).

Stavolta la nostra ospite ci parlerà del suo saggio “Donne al lavoro nell’Italia e nell’Europa medievale (secc. XIII-XV),” in una nuova edizione accresciuta e aggiornata, pubblicata da Jouvence nel 2026. L’immagine di copertina mostra infatti delle donne che costruiscono le mura di Messina, dal manoscritto della “Nuova Cronica” di Giovanni Villani (manoscritto Chigiano L VIII 96, Biblioteca Vaticana).

Ancora una volta la studiosa ci parlerà dunque delle donne, e in particolare del loro lavoro nel Medioevo, sfatando molti luoghi comuni che le vogliono poco partecipi alla vita produttiva e mercantile dell’epoca, per non dire soggetti passivi.

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Dagli studi più recenti sul lavoro femminile medievale che stanno fiorendo in tutta Europa su basi rigorosamente documentarie, emerge un quadro completamente diverso dagli stereotipi tradizionali: non donne chiuse in casa a svolgere soltanto mansioni domestiche, o filatura, tessitura e cucito, ma attivissime in tutti i settori (compresi i più pesanti, come l’edilizia o il lavoro in miniera), e a tutti i livelli, dalla manovalanza all’imprenditoria, riuscendo spesso a mantenersi da sole e persino ad aiutare familiari in difficoltà.

Nell’immagine sopra: Donne panettiere raffigurate in una miniatura del “Tacuinum Sanitatis” (fine XIV secolo). Bibliothèque nationale de France, Département des manuscrits, Latin 9333, Parigi.

 

La rigorosa analisi dei documenti, e il raffronto delle ricerche specifiche su contesti geografici anche molto lontani tra loro, hanno cioè messo in evidenza realtà e linee di comportamento comuni a tutte le donne d’Europa (secc. XIII-inizio XVI e oltre), ben diverse da quelle che la tradizionale storiografia sull’argomento, senza supporti documentari, continua da decenni a ripetere.

A prescindere dalle teorizzazioni generali, avulse da qualsiasi riscontro documentario, l’analisi dei singoli microcosmi consente dunque di percepire, nella concretezza e nella peculiarità delle situazioni, il modo di pensare e di agire delle donne medievali. Tra le caratteristiche comuni a vasti ambiti cronologici e geografici emerge in primo luogo il fortissimo spirito di corpo e la capacità organizzativa che portavano le donne, un po’ dovunque in Italia e in Europa, ad integrarsi perfettamente nella vita economica, sociale e politica delle loro città, arrivando talvolta a trattare direttamente con le autorità municipali, ottenendone il consenso (Bilbao, Valencia, Basilea, Rouen).

L’imprenditoria femminile

Nonostante la sua capillare diffusione c’erano settori, come quello tessile, in cui il lavoro femminile prevaleva, dando vita a ben organizzate manifatture gestite da donne. Persino nella filatura della lana esistevano delle imprenditrici autonome: a Barcellona alla fine del ’300 alcune di loro davano vita a piccole aziende in cui assumevano apprendiste, e giungevano fino a commercializzare direttamente il prodotto, vendendolo al mercato settimanale sulla piazza cittadina.

Nell’immagine sopra: Donne che filano da un manoscritto medievale di “La Cité de Dieu” (circa 1478).

 

Tre settori esclusivamente femminili erano caratterizzati da notevoli ed autonome capacità organizzative: le fasi preliminari alla filatura serica; la filatura dell’oro; la confezione di veli e cuffie/acconciature di seta e di cotone. Articoli, questi ultimi, destinati alle donne e che richiedevano un gusto prettamente femminile nell’ideazione. Perciò in tutta Europa veniva lasciata loro la gestione dell’intero ciclo produttivo (dalla realizzazione dei modelli, alla tessitura e alla commercializzazione), compreso il conferimento del capitale necessario ad avviare l’attività. Donne imprenditrici dotate di propri capitali commissionavano ad altre donne che lavoravano a domicilio (spesso, a loro volta, con delle allieve), la tessitura dei manufatti.

Nella maggior parte delle attività erano coinvolte le nobildonne come finanziatrici e come imprenditrici: nella Venezia d’inizio ’500 le aristocratiche avevano fatto un business persino della confezione dei merletti, prodotto raffinato e di semplice manutenzione, destinato ad avere successo. Molte di loro poi, come “mercantesse pubbliche”, controllavano tutto il ciclo di lavorazione dell’oro filato (secc. XIV-XV) o partecipavano in prima persona a società commerciali per l’esportazione dei tessuti in tutta Europa.

Nell’immagine sopra: Miniatura tratta dal manoscritto della “Cité des Dames” di Christine de Pizan (1405). Ragione, Giustizia e Virtù appaiono a Christine nella città; Ragione e Christine iniziano la costruzione della città.

 

Altre operavano nella nascente arte della stampa (fine sec. XV), firmando come editrici le pubblicazioni: la nobildonna greca Anna Notaras aprì una tipografia a Venezia all’inizio del ‘500 per diffondere nella città lagunare la cultura della madrepatria. Altre ancora, a Roma soprattutto (come Vannozza Cattanei, madre di Lucrezia Borgia), erano attivamente impegnate nella gestione di alberghi e locande, vere miniere d’oro negli anni santi, oppure armavano navi (a Marsiglia nel ’300 e nel ’400) e assoldavano pescatori per cercare il corallo nel mare della Sardegna, facendolo poi lavorare e foggiare in perle da manodopera femminile alle loro dipendenze. Anche Lucrezia Borgia era un’abilissima imprenditrice agricola impegnata in lavori di bonifica e in svariate attività, tra cui la produzione di mozzarelle di bufala (di cui tra l’altro era golosa). Non raramente finanziava i suoi affari vendendo i propri gioielli: sacrificando una catena d’oro costruì l’argine di un fiume. Analogamente la madre di Lucrezia con la vendita dei propri monili finanziò la ristrutturazione di un albergo nel centro di Roma, garantendosi in tal modo una cospicua rendita.

Edilizia e miniere

Le donne medievali erano attivissime anche in compiti molto faticosi, nell’edilizia e nelle miniere: a Siena e a Pavia scavavano acquedotti e canali (dei 640 lavoratori reclutati nel 1474 a Pavia, 284 erano donne, tra cui anche alcune bambine); in Francia e Spagna partecipavano come manovalanza alla costruzione delle cattedrali (secc. XIV-XV); a Messina costruivano le mura cittadine (sec. XIII). Nelle immagini sottostanti: Pannelli dipinti del soffitto di santa Maria de Mediavilla a Teruel (1285): donne musulmane che lavorano in cantiere.

In Francia le donne occupavano un ruolo notevole nelle miniere di sale. In quelle di Salins (Jura), tra il ’400 e il ’600 le operaie svolgevano compiti di primaria importanza come maestranze specializzate, occupando ruoli chiave all’interno del contesto produttivo, con incarichi di fiducia tramandati di madre in figlia.

 Nelle loro mani si trovava la maggior parte dell’attività, e godevano (alla pari degli uomini), di indennizzi in caso di infortuni o di malattia, e di una pensione d’invalidità o di vecchiaia accordata dal consiglio direttivo della salina, su richiesta dell’interessata che avesse lavorato a lungo (38-40 anni) e fosse ormai troppo debole e anziana o impossibilitata a lavorare. Così, nel 1476, un’operaia ormai attempata che lavorava da 38 anni chiese e ottenne la pensione settimanale che “era consuetudine assegnare ai lavoratori della salina”. E come lei molte altre di circa 60 anni che lavoravano da circa 40. Non tutte chiedevano però la pensione: alla fine del ’400, un’operaia di 80 anni lavorava ancora insieme alla figlia. Sorprendente poi la longevità delle impiegate nelle saline: alcune raggiungevano i 110/112 anni, e non si trattava di casi isolati.

Neppure in questo settore mancava l’imprenditoria femminile: negli anni ’90 del ’400 la nobildonna romana Cristofora Margani, vedova del mercante pisano Alfonso Gaetani, gestiva in prima persona le importantissime miniere di allume di Tolfa (Civitavecchia), occupandosi sia del lavoro dei minatori, sia dei rapporti col mondo mercantile.

I finanziamenti

La prassi abituale per mettersi in affari per le donne di ogni ceto sociale era quella di autofinanziarsi con la propria dote, o con la vendita di abiti e monili preziosi (pratica a cui fece ricorso, come accennato, anche Lucrezia Borgia). Talvolta utilizzavano i propri capitali, anziché in prima persona, per finanziare operazioni di microcredito, soprattutto a favore di aziende femminili. La cosa era tanto diffusa che, fra ’300 e ’500 ovunque (da Roma, alla Spagna, alla Germania), esistevano apposite figure professionali, le “imperlatrici”, dotate delle competenze tecniche necessarie a valutare i preziosi che altre donne cedevano in pegno, per ottenere somme da investire in attività manifatturiere.

 

Donne e corporazioni

Contrariamente a quanto si pensa, nel Medioevo non erano le corporazioni a rifiutare l’accesso alle donne, ma succedeva il contrario. Motivi di carattere economico (evitare la concorrenza sleale e i furti), o di tutela della collettività (impedendo il commercio di alimenti scadenti), portavano – solo quando strettamente necessario – le istituzioni cittadine e le associazioni professionali a esigere che anche le donne fossero sottoposte alla giurisdizione corporativa, in cui esse non avevano alcun interesse ad entrare. Far parte di una corporazione non era cioè un privilegio, ma una costrizione e un sistema per controllarle. Le donne preferivano invece organizzarsi da sole, cosa che consentiva loro di lavorare in nero, evitando le tasse, e di non avere obblighi di alcun tipo. Talvolta, pur invitate a iscriversi alle corporazioni, rifiutavano. Tutto questo poteva scatenare liti feroci con la corporazione: nel 1306 le autorità cittadine e corporative veneziane si diedero a cercare casa per casa le sarte, per obbligarle a pagare le tasse e a lavorare nel rispetto dei regolamenti. Esse naturalmente non volevano farsi trovare, e tanto meno iscriversi alla corporazione: se scoperte, adducevano pretesti di ogni tipo, soprattutto quello di confezionare esclusivamente capi per la famiglia.

I documenti mostrano insomma – in tutta l’Europa medievale – una realtà ben diversa da quella a cui siamo abituati, sottraendo alla polvere del tempo uno straordinario brulicare di attività femminili del tutto impensate.

 Maria Paola Zanoboni

Chi è l’autrice

Maria Paola Zanoboni, dottore di ricerca in storia medievale e abilitata a professore associato in storia economica, ha dedicato numerosi studi alle manifatture milanesi del secondo ’400, ai rapporti tra imprenditoria e ceti di governo, al lavoro femminile e a quello salariato. Ha fatto parte per due volte della giuria della manifestazione “Il Mercato della Gaite” di Bevagna per la gara del mercato e per quella dei mestieri.

Nel 2017 e nel 2019 ha partecipato al Festival del Medioevo di Gubbio con relazioni sulle “Start up medievali” (articolo Linkiesta), e sulla povertà femminile nel medioevo.

Con la casa editrice Jouvence ha pubblicato: La signora in abito da lutto. Rosa Novi imprenditrice e finanziatrice del Risorgimento nella Milano di metà ‘800, Milano, Jouvence, 2024, La vita al tempo della peste. Misure restrittive, quarantena, crisi economica, Milano, Jouvence, 2020 (articolo Festival del Medioevo), Donne al lavoro nell’Italia e nell’Europa medievali (secc. XIII-XV), Milano, Jouvence, 2016, vincitore del Premio Italia Medievale 2017 (articolo Festival del Medioevo), Povertà femminile nel medioevo. Istantanee di vita quotidiana, Milano, Jouvence, 2018, vincitore del Premio Gisa Giani 2018/19 (articolo Festival del Medioevo, video Youtube), Scioperi e rivolte nel Medioevo. Le città italiane ed europee nei secoli XIII-XV, Milano, Jouvence, 2015.

Tra le sue pubblicazioni anche: Artigiani, imprenditori, mercanti: organizzazione del lavoro e conflitti sociali nella Milano sforzesca, 1450-1476, Firenze, La Nuova Italia, 1996; Produzioni, commerci, lavoro femminile nella Milano del secondo Quattrocento, Milano, CUEM, 1997; Rinascimento sforzesco. Innovazioni tecniche, arte e società nella Milano del secondo Quattrocento, Milano, CUEM, 2005; Salariati nel Medioevo (Secoli XIII-XV). “Guadagnando bene e lealmente il proprio compenso fino al calar del sole”, con introduzione di F. Franceschi, Ferrara, Nuovecarte, 2009.  

Molti suoi saggi sono reperibili al sito:

https://independent.academia.edu/mariapaolazanoboni/Books

Collabora inoltre con le riviste “Medioevo”, “Storica NG”, “Prometeo”.

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Per l’acquisto del volume, potete accedere alla seguente pagina della casa editrice Jouvence: https://www.jouvence.it

 Sul suo canale Youtube @mariapaolazanoboni2443, trovate una recentissima presentazione del libro tenuta a Trieste il 5 marzo 2026, nello specifico accedendo a questo link.