Ci sono storie di perseguitati e coraggiosi che trascendono il loro tempo, turbano e commuovono, poiché interrogano l’anima umana nella sua essenza. Vi spiccano per contrapposizione i pavidi che badano soltanto alla propria salvaguardia all’insegna del detto “tengo famiglia”. Inutile affermare che noi non avremmo agito come questi ultimi. Forse ci saremmo comportati nello stesso modo o forse avremmo fatto anche di peggio: i delatori.
Mi sono imbattuta nella storia incredibile del marchese di Condorcet – ex-marchese, all’epoca dei fatti avvenuti durante la Rivoluzione francese, e qui sotto in un ritratto di artista ignoto – e della donna che gli diede rifugio nella sua pensione parigina.
La pensione di Madame Vernet
Siamo all’8 luglio 1793, quando due persone bussano alla porta di una pensione vicino a Saint-Sulpice, a Parigi. Con loro c’è un uomo fortemente agitato. I due chiedono a Madame Vernet se può accoglierlo. Marie-Rose Vernet è una vedova senza figli, originaria della Provenza, che affitta camere agli studenti di medicina. Capisce che si tratta di un ricercato, ma si limita a chiedere: “È una persona perbene?” e, ricevuto una risposta affermativa, lo fa entrare. I due ex-pensionanti vogliono pagare, ma Madame Vernet rifiuta e continua a rifiutare i soldi durante tutto il soggiorno del nuovo cliente. Sarebbe stato suo ospite per ben nove mesi.
Quell’uomo è Marie-Jean-Antoine-Nicolas de Caritat, marchese di Condorcet, deputato della Convenzione Nazionale, ex-segretario dell’Accademia Reale delle Scienze, matematico, studioso, politico, enfant prodige della matematica sin dalla sua giovinezza; ma, in quel momento, un ricercato proscritto dai giacobini. I suoi beni sono stati confiscati, e ora rischia la ghigliottina.
All’apogeo della notorietà
Eppure, lui e sua moglie Sophie (qui ritratta da un pittore ignoto) sin dal 1789, anno di scoppio della Rivoluzione, sono stati protagonisti della scena politica. Lui è un celebre matematico, segretario dell’istituzione scientifica più prestigiosa del tempo, amico di Voltaire e autore di libelli su tutte le cause progressiste dell’epoca.
Condorcet crede fermamente di poter costruire una repubblica sulle fondamenta della scienza e liberare la Francia da tutti gli ostacoli che ne impediscono l’ammodernamento. La casa sua e di Sophie diviene il luogo d’incontro dei rivoluzionari moderati e lo stesso Condorcet fa parte dei comitati che stendono il programma per un sistema educativo nazionale.
Inizialmente favorevole all’istituzione di una monarchia costituzionale, cambia idea quando il re e la sua famiglia tentano di fuggire dal paese nel 1791 e vengono riacciuffati a Varennes. Lui e sua moglie divengono quindi fautori della repubblica. Condorcet appoggia perfino la creazione di leggi per eliminare i titoli nobiliari, e diventa il “cittadino Caritat”, inimicandosi molti dei suoi amici aristocratici. Si getta poi nella politica rivoluzionaria, venendo eletto deputato nell’Assemblea Nazionale e poi nella Convenzione Nazionale.
La caduta in disgrazia
Quando vi è il processo al re, nel 1792, Condorcet vota per condannarlo per alto tradimento, ma non a morte. Il suo voto per risparmiare la vita del re, in un momento in cui la Rivoluzione era minacciata dalla coalizione di eserciti alleati, e lacerata all’interno da rivolte e lotte fratricide, lo rende inviso all’ala più oltranzista e radicale dei giacobini.
“Dichiarazione di Louis XVI, dopo l’arringa di Romain de Sèze, suo difensore. Convenzione, sala del Maneggio, 26 dicembre 1792.” Stampa di William Miller (1740-1810), 1796. Museo Carnavalet, Parigi.
Nel 1793, il popolo di Parigi prende d’assalto l’assemblea, costringendo i deputati terrorizzati ad autorizzare l’arresto degli alleati di Condorcet, i moderati girondini. Alcuni dei suoi amici abbassano la testa. Condorcet invece scrive un articolo in cui denuncia che il paese è stato consegnato al dispotismo di Robespierre e Saint-Just. I giacobini gli si avventano contro, le sue case vengono messe sotto sigillo e lui costretto a fuggire.
È a questo punto che lo aiutano due ex-studenti di medicina, consentendogli di rifugiarsi nella pensione di Madame Vernet, proprio a Parigi. Condorcet arriva a considerare la donna la sua “seconda madre”. La moglie Sophie, travestita da contadina, gli fa visita ogni volta che può, percorrendo a piedi tutta la strada da Auteuil, portando vestiti puliti a suo marito, giornali e notizie della loro figlia, una bimba di quattro anni di nome Eliza. Sophie, rimasta senza un soldo, si guadagna da vivere disegnando e vendendo ritratti a cameo di altri ex aristocratici. Anche lei donna coraggiosissima, continua a ripetere al marito di non arrendersi alla disperazione.
In un biglietto che lui le scrive a dicembre, la rassicura:
“Non temere che io ceda. Posso resistere. Non ho rimpianti. Mi hanno detto: puoi scegliere se essere un oppressore o una vittima. Io ho scelto la disgrazia e lascerò che loro scelgano il crimine.”
Freddo e fame
Tuttavia, le condizioni sono durissime, poiché la città, tra il 1793 e il 1794, è a corto di derrate alimentari e combustibili e anche alla pensione cibo e carbone si fanno sempre più scarsi. La moglie gli propone di riprendere un progetto che aveva cominciato dopo il 1780 e poi accantonato, cioè la storia dello sviluppo della scienza e del sapere grazie a nuove tecnologie.
Naturalmente questo progetto è impossibile da realizzare nella sua interezza, perché Condorcet non ha libri da consultare, non ha una biblioteca e soprattutto non è nelle condizioni di spirito ideali per scrivere un’opera così voluminosa. Scrive allora uno “Schizzo per un quadro storico del progresso della mente umana”, con fretta disperata, convinto che sia solo questione di tempo prima che vengano a prenderlo.
… to be continued
Cristina M. Cavaliere
“L’ultimo banchetto dei Girondini” di Henri Félix Emmanuel Philippoteaux (1850), olio su tela, Museo della Rivoluzione Francese, Vizille.
- FONTE TESTO: “Sulla consolazione – Trovare conforto nei tempi bui” di Michael Ignatieff – Vita e Pensiero
- FONTE IMMAGINI: Wikipedia



