Theo,

Tra i quadri che mi hai mandato da copiare ve n’è uno che mi toglie il sonno, mi arrotola i pensieri. L’ho appeso vicino all’armadio, per vederlo sempre, anche di notte, quando la luna rischiara appena i contorni dei mobili della mia celletta qui a Saint Rémy.

Già immagini di quale opera sto parlando, Theo, il quadro di Doré, la ronda dei carcerati.

Tu sapevi che avrei percorso ogni linea con cui Gustave ha ossessivamente tracciato. Sapevi che mi sarei perso nel volo delle minuscole farfalle. Sapevi che non avrei avuto pace finché non fossi stato capace di catturare l’essenza del quadro, per liberare un altro pezzetto della mia anima.

Avevi ragione, Theo.

Ho camminato con i prigionieri delle carceri fino a consumarmi le scarpe, sono diventato l’uomo che alza la testa e ho visto la luce, lassù, oltre le farfalle. Oltre il blu delle pietre che si rincorrono crudeli nelle alte mura.

La luce è piovuta dal cielo e ha colorato il gelo della prigionia. Giallo. Loro ancora non lo vedono, ma io sì. Giallo che diventerà arancio quando io sarò pronto. Quando i pensieri avranno smesso di arrotolarsi e voleranno liberi sopra i campi di lavanda, fuori dal luogo in cui mi sono rinchiuso per trovare pace.

Non perdere la speranza, fratello mio, saremo presto di nuovo insieme.

E insieme andremo al campo di girasoli a vedere il tramonto.

Sono ancora io, anche se un po’ perduto.

Vincent

 

 

Susanna Albertini

 

Immagini: a sinistra, “Il cortile della prigione di Newgate a Londra” di Gustave Doré (1872); a destra, “La ronda dei carcerati” di Vincent van Gogh (1890), olio su tela, Museo Puškin di Mosca.