New York, c. 1939. Foto di Helen Levitt © Film Documents LLC, courtesy Zander Galerie, Cologne

La mascherina di stoffa grezza mi graffiava il volto, me lo ricordo come fosse oggi. Come ricordo la rabbia che mi ha scorticato la pancia ogni volta che ho rivisto la foto. Sulle riviste, nel museo, e poi su internet. Nessuno sapeva chi fossero i bambini ritratti, tranne me.

Karl guardava lontano. La posa elegante, svogliata. Sarebbe stato un magnifico avvocato.

Michael strisciava le punte delle scarpe, come sempre. Mi snervava quel rumore sgraziato. La bocca stretta in un bacio che non mi avrebbe mai dato.

Li ritrovarono poche ore dopo, abbracciati, nell’armadio della loro cameretta. Non avevano nemmeno cercato di difendersi della persona che prima li aveva messi al mondo e poi ce li aveva strappati.

 

Quattordici coltellate a Michael, ventisette a Karl.

E un cuore fatto a brandelli, il mio.

 

Accarezzo la fotografia coperta di polvere. Sono uscita dalla torre un attimo prima che crollasse, stringendo in mano l’immagine che racchiude il ricordo più caro e doloroso della mia vita. Ho vagato per le strade sbiancate e mi sono ritrovata su questi scalini, dove la mia vita si era fermata la prima volta, 62 anni fa.

Frugo nella borsa e le mie dita sfiorano la stoffa ruvida. Con cautela indosso, per la prima volta da allora, la mascherina che ho portato sempre con me. Mentre osservo la devastazione di New York attraverso i buchi troppo piccoli per il mio viso di vecchia, collassa anche la seconda torre.

 «Era questo che guardavi allora, piccolo Karl?»

 

Susanna Albertini

 

 

 

FONTE IMMAGINE: link da https://fotocult.it/helen-levitt-mostra-fotografica-fundacion-mapfre-madrid-street-photograhy-surrealismo/