Elettra passò in mezzo ai pantaloni di suo padre, attraversò le gambe della sedia su cui era seduto e sbucò dall’altra parte. Si alzò in piedi e si avvicinò da dietro alla scrivania, senza fiatare.

Illuminata dalla luce calda della lampada verde, la mano dell’uomo correva veloce sui fogli, il pennino della stilografica che graffiava il silenzio.

La bimba riempiva quei pomeriggi invernali di fantasie: navi disperse in mezzo agli oceani che comunicavano con la terraferma, la voce del papa che portava parole di fede al mondo, la musica che rallegrava le persone nelle povere case. Tutto grazie all’invenzione visionaria del padre.

Lui le aveva insegnato che i sogni erano liberi finché non decidevi che erano troppo grandi per realizzarli.

I sogni di suo padre, lei, li vedeva prima di tutti. All’inizio erano piccoli scarabocchi abbozzati sui fogli, illuminati dalla lampada verde. Poi diventavano esperimenti rudimentali dove lei era chiamata a fargli da assistente, e infine celebrazioni eleganti in cui tutti festeggiavano il suo genio.

«Ogni cosa, prima di diventare grande, è piccina, come te, tesoro mio.» le diceva, accarezzandole la testa.

L’uomo si alzò, prese gli appunti e spense la luce.

Vedendo il disappunto della figlia, le sorrise. «Domani, sulla nostra nave, accenderemo la lampada gemella e proveremo a trasformare queste idee in qualcosa di utile. Mi aiuterai?»

Elettra si gettò tra le braccia del padre, pregustando l’odore del mare.

Per mano alla figlia, Guglielmo Marconi si incamminò verso casa sul lungotevere. «Stasera c’è il pollo arrosto, sei contenta?»

 

Susanna Albertini

 

 

Fonte immagine: Guglielmo Marconi con moglie e figlia Elettra sul panfilo Elettra nel 1935, da Archivio Luce