Come anticipato nel post con il quadro “Veduta di Piazza del Duomo con il Coperto dei Figini” (versione del 1839) – qui il link – esaminiamo ora il quadro sezionandolo in parti per poterne apprezzare tutta la ricchezza di dettagli! Vedrete che questo quadro è un pozzo senza fondo… ! Partiamo proprio dall’angolo a sinistra in alto del quadro.
In questo particolare, una bimba gioca col gatto, ardimentosamente in equilibrio sulla ringhiera del balcone. La bambina sta porgendo un fiore, forse colto da uno dei vasi lì accanto.

Una donna, con tutta probabilità la mamma, osserva la scena con aria un po’ preoccupata, mentre stende i panni.

Altri panni sono stesi sul balcone soprastante. Non c’erano regole condominiali che vietavano di far vedere panni o stendibiancheria in nome del “decoro urbano”!

Ci sono dei supporti in ferro, forse per appendere e tirare delle tende, per fare ombra o creare separazione. Si notano fregi e decorazioni neoclassiche apposti sulla facciata del Coperto.
Sotto il balcone, è appesa l’insegna del Teatro Fiando detto Gerolamo. Giuseppe Fiando era un marionettista che si esibiva già all’epoca nel teatro di piazza Beccaria. In scena c’era “La Presa di Costantina“. Potete osservare la plancia pubblicitaria che raffigurava due momenti salienti dello spettacolo: una vera e propria forma di réclame.

Il Gerolamo era la marionetta più famosa della famiglia di marionettisti Colla, attivi tuttora, nota per la sua saggezza popolare e per il fatto che spesso prendeva in giro i potenti, cosa che essi non gradivano per nulla.

Ve ne ho parlato nel post “Carlo Colla e Figli: un mondo di marionette”, che potete trovare qui, dove menziono proprio una delle versioni del quadro di Angelo Inganni.

A proposito, il post ha vinto il premio Chaplin Award 2025 di Luana Petrucci, blogger titolare di “Io, la letteratura e Chaplin”!  Trovate qui l’articolo sulla vincita.

Spostando lo sguardo verso il basso, abbiamo il lampionaio addetto all’accensione delle lampade a olio a Milano, inerpicato su una lunga scala. Milano introdusse l’illuminazione a gas solo a partire dal 1844, quindi nel 1838-39, data del dipinto, i lampioni della piazza erano ancora alimentati a olio. L’uomo sta compiendo una delle operazioni di manutenzione quotidiana, cioè rifornire il serbatoio dell’olio, pulire o sostituire lo stoppino, pulire il vetro del fanale.
Sulla sinistra si intravede la finestra di un caffè o un’osteria (al di sopra, si intravede la scritta “AZZ…” che potrebbe essere parte di “PIAZZA” o di “PALAZZO”, anche se la collocazione sotto i portici del Coperto dei Figini farebbe pensare a uno dei tanti esercizi commerciali che vi si trovavano). All’interno, un uomo elegantemente vestito, che indossa un cilindro, ha in mano un giornale oppure un mazzo di carte.

All’esterno, appoggiato alla colonna, c’è un signore anziano visto di profilo e con una papalina in testa, che osserva l’animazione della piazza da una posizione sopraelevata sotto il portico dei Figini. C’è una grande contrapposizione tra il viavai delle persone – lavoratori, venditori o persone che passeggiano – e la sua immobilità. È il perfetto antenato ottocentesco dell’odierno “umarell” (un termine coniato dal bolognese Danilo Masotti ma perfettamente calato nella cultura lombarda), dallo sguardo vigile e giudicante, che oggi osserva gli cantieri con le mani dietro la schiena!

Quello che vedete sopra è uno dei gruppi più belli dell’intero quadro.

Oltre al nostro “umarell”, che ora si vede nella sua interezza, c’è una bancarella davanti a cui è seduta una vecchietta con il capo avvolto da un fazzoletto nero con fiori. Indossa uno scialle rosso e ha un grembiule a righe. Sul banco ci sono cesti colmi di frutta – ciliege, mele e pere – oltre a una bilancia a piatti per pesare la merce.

Vicino a lei c’è un venditore ambulante, con un cesto pieno di galline ancora vive. Sta porgendo alla donna un volatile morto, al che lei fa un gesto come per contare e contrattare.

Sulla sinistra c’è un uomo che fuma la pipa e li osserva. Ha con sé i ferri del suo mestiere, tra cui sono riconoscibili un’ascia e una grossa mazza. Nel contesto della Milano dell’epoca, l’insieme degli strumenti e il suo abbigliamento robusto e povero lo identificano quasi certamente come un boscaiolo o taglialegna (in milanese legnaröl), uno dei tanti lavoratori stagionali che scendevano dalle valli lombarde e bergamasche in città per vendere i propri servizi.

Già che ci siamo, porto la vostra attenzione sullo sfondo, oltre la scala del lampionaio, dove passa un’elegante carrozza tirata da cavalli, e con un impettito cocchiere abbigliato di rosso in casetta. Vi siede una dama vestita di chiaro, alle sue spalle sono appollaiati due valletti in livrea rossa. Un cagnolino sta abbaiando davanti alle zampe dei cavalli, con il rischio di essere travolto.

Spostando lo sguardo a destra, sempre sullo sfondo, vediamo innanzitutto un venditore ambulante, con un berretto rosso, che regge un largo cesto piatto davanti a sé. Dal cesto sembrano sporgere oggetti chiari e piatti – potrebbe trattarsi di cialde, wafer o focacce, tipici cibi da strada venduti a Milano nell’Ottocento. Non è escluso che si tratti di pane o schiacce. Siamo di fronte a un esempio di street food dell’epoca!

Lì accanto c’è una bancarella con gabbie per la vendita di uccellini e un’altra bancarella con stampe e incisioni. Un gruppo è intento a chiacchierare: è composto da due azzimati gentiluomini, due dame di cui una regge un parasole, l’altra un ventaglio, una bimba. I cani, per lo più randagi, abbondano nel quadro; infatti, ce ne sono due nei paraggi.

Sullo sfondo, all’imbocco nella parte nord di piazza del Duomo, dove oggi si trova corso Vittorio Emanuele II, si apre l’allora corsia del Duomo, pesantemente in ombra, affollata di persone, veicoli e animali.

Ritornando a osservare i personaggi in primo piano, al centro del quadro, notiamo un ragazzino. Questo è uno dei personaggi più enigmatici del quadro, c’è infatti un forte contrasto tra gli abiti, che sono piuttosto eleganti, e la grande quantità di finimenti che regge col braccio ripiegato, e anche con l’altra mano. Guarda verso di noi e ha un mezzo sorriso.

Potrebbe essere un giovane garzone di una selleria o scuderia nelle vicinanze, incaricato di portare finimenti da consegnare o riparare; oppure potrebbe essere uno staffiere di una famiglia benestante.

Nella Milano dell’epoca esistevano anche giovani inservienti legati alle stalle pubbliche o agli alberghi, che avevano una sorta di uniforme, ma svolgevano mansioni pratiche legate ai cavalli.

Insomma, non è sicuro chi sia, ma è certamente ritratto con precisione maniacale! Il fatto che si trovi in primo piano segnala che sia un personaggio importante nell’economia della tela, cui Inganni ha riservato una particolare attenzione.
Gli spazzacamini sono una delle coppie più celebri del quadro. Probabilmente sono padre e figlio, e sono completamente anneriti dalla fuliggine dei camini. L’uomo ha un’espressione attonita, come se non fosse abituato a quel luogo, e ha addirittura la bocca spalancata. Il bambino sta mangiando qualcosa, forse un pezzo di pane; lo sta addentando voracemente e in fretta. Come il giovane stalliere, ci guarda negli occhi.

Questa raffigurazione ci porta immediatamente a pensare a un’epoca dove il lavoro minorile era ampiamente sfruttato, come testimoniato dai romanzi di Charles Dickens nella sua Inghilterra (“Oliver Twist” e “David Copperfield”). Molti bambini venivano impiegati proprio per pulire l’interno dei camini, essendo piccoli e leggeri. Come potete immaginare, molti morivano da giovani proprio per il lavoro pericoloso e l’esistenza malsana che conducevano.

Segue un gruppo davvero spettacolare: una famiglia altoborghese. Essa è composta da un signore col cilindro, il bastone e il soprabito scuro con bavero di velluto, una signora con l’abito rosso a maniche a palloncino, lo scialle nero con pelliccia, la cuffia con fiori verdi e la collana di perle, infine la bambina con l’abitino scuro e il cappellino blu, che tiene in mano un piccolo ombrello chiuso. La donna si appoggia al braccio del marito, e regge un ventaglio, mentre la bimba indica qualcosa ai genitori, che si voltano verso di lei.
L’abbigliamento, l’acconciatura, l’atteggiamento ricordano i ritratti del pittore romantico Francesco Hayez.

C’è l’immancabile cagnolino, che in questo caso sembrerebbe appartenere alla famiglia, a giudicare da molti particolari. Si tratta di un setter o spaniel (razza molto in voga tra la borghesia dell’epoca), sembra avere un collare ed è accanto alla famiglia. Anche l’animale pare fissare, intento, ciò che indica la bambina. C’è un contrasto tra questo cane molto curato e gli altri suoi simili che si aggirano, spelacchiati e affamati, alla ricerca di qualcosa da mangiare.

Sullo sfondo a sinistra, passa un uomo spingendo un carretto. Quasi certamente è un arrotino (moleta in milanese), uno dei mestieri ambulanti più tipici della Milano ottocentesca. La ruota grande è la mola per affilare coltelli, forbici e altri utensili, azionata a pedale o a manovella. Gli arrotini giravano per le strade e le piazze offrendo il loro servizio, ed erano una presenza costante nella vita quotidiana urbana dell’epoca.

Sempre sul retro e accanto ai gradini del Duomo, due persone chiacchierano e un uomo deforme, con la gobba, si avvicina, probabilmente per mendicare.

Un passante si sporge dalla tela come per osservare il gruppo familiare, o forse di nuovo noi e il pittore.

L’ingresso al Duomo è davvero animatissimo! Da sinistra a destra abbiamo numerosi personaggi: il primo potrebbe essere un funzionario o ufficiale civile in uniforme, o forse un ecclesiastico; i due soldati con il caratteristico sciaccò (un copricapo cilindrico o tronco-conico, con visiera) sono militari austriaci dell’esercito imperiale, in linea con il periodo della dominazione austriaca; un uomo col cilindro legge un libretto d’opera o un foglio di annunci; un bambino storpio, con le grucce, mendica, ed è figura comunissima sui sagrati delle chiese, dove la carità dei fedeli era più probabile; due signore escono dal Duomo in abiti eleganti, probabilmente dopo la messa; il venditore con le statuette le regge su un vassoio — potrebbero essere sia immagini sacre che souvenir del Duomo; altri signori eleganti chiacchierano.

E poi c’è una piccola parte di “lui”, il Duomo di Milano, che contribuisce alle numerose presenze in carne e ossa con le sue magnifiche statue.

Per finire, vi restituisco questo meraviglioso quadro nella sua interezza. Ora potete, con un po’ di fantasia, vedere le persone che camminano, le ruote dei carretti che girano; udire l’abbaiare dei cani, il vociare delle conversazioni, e tutto il frastuono di una città che, ora come allora, era in perenne movimento.

 

Cristina M. Cavaliere