Carissimi,
proseguo nella narrazione della toccante storia del marchese di Condorcet, di sua moglie Sophie, della loro figlia e di Madame Vernet, la donna che gli diede rifugio nel cuore stesso della Parigi rivoluzionaria a rischio di finire in prigione e di perdere la vita sotto la lama della ghigliottina. Per recuperare la prima parte della storia, cliccate qui.
Il cerchio si stringe
Gli eventi incombono: nel gennaio 1794, il Comitato di Salute Pubblica locale di Auteuil, dove vive la moglie di Condorcet – equivalente all’esecutivo – confisca tutte le proprietà di Condorcet. Sophie decide di divorziare per mettere in salvo quello che rimane dei suoi averi, così da trasferirli alla loro figlia Eliza. Condorcet acconsente per il bene della figlia, ma la cosa gli assesta un altro duro colpo.
Nel’immagine: Sanculotti in una rappresentazione popolare (1789).
Quando a febbraio, il Comitato di Salute Pubblica di Parigi decreta che chiunque desse ospitalità a una persona proscritta sarebbe stato condannato a morte, Condorcet comincia ad avere paura non solo per se stesso, ma anche per Madame Vernet. Decide dunque di lasciare la pensione. Durante le ultime notti, scrive una lettera di addio a sua figlia Eliza, sollecitandola a imparare un’attività così da rendersi autosufficiente – questo era Condorcet, fautore della piena uguaglianza di tutti – e di rimanere una repubblicana laica. Non è irragionevole supporre che anche Sophie abbia giocato un ruolo nel femminismo del marito, autore del celebre opuscolo “Sull’ammissione delle donne al diritto di cittadinanza” del 3 luglio 1790.
La porta chiusa e l’arresto
Il 25 marzo 1794, si veste e fa colazione, e poi esce dalla pensione con uno stratagemma per evitare che Madame Vernet gli faccia domande. Cammina per dodici chilometri verso la periferia di Parigi, nella speranza di trovare accoglienza presso la casa dei suoi amici Amélie e Jean-Baptiste Suard, che conosce da vent’anni. Dopo un paio di visite infruttuose – la prima volta viene mandato via da un servo, la seconda volta torna al calar della notte, ma viene ancora mandato via e dorme all’addiaccio in una miniera – “l’amico” lo fa entrare, ma gli dice che è troppo pericoloso ospitarlo, e lo mette praticamente alla porta.
Da sinistra a destra: Jean-Baptiste-Antoine Suard da François Gérard, Museo della Rivoluzione francese; Madame Suard da una miniatura proveniente dal castellodi Talcy (à Mme Strube). 1783, incisione, Biblioteca nazionale di Francia, Parigi.
Esausto, Condorcet cammina fino a una piccola locanda, che per sua sfortuna è un ritrovo di giacobini, e quindi i membri del Comitato di Salute Pubblica lo tempestano di domande. Lui sostiene di essere un riparatore di tetti senza lavoro; gli guardano i palmi delle mani e vedono che non ha mai eseguito lavori manuali. Gli svuotano le tasche e trovano un orologio costoso e una piccola edizione latina delle poesie di Orazio. Essendo troppo debole per camminare, lo legano a una carriola e lo spingono fino alla prigione, dove lo lasciano per la notte.
Una morte misteriosa
Il mattino dopo lo trovano morto, steso a faccia in giù, con il naso che cola sangue. Le circostanze della sua morte rimangono enigmatiche: la maggior parte degli storici sostiene che si sia avvelenato con una mistura di oppio e stramonio conservata in un anello, per evitare la possibilità di essere linciato dalla folla durante il percorso al patibolo. Tuttavia, altri ritengono che potrebbe essere stato ucciso (forse perché troppo famoso e amato per essere giustiziato). L’ufficiale sanitario dichiarò che il decesso poteva imputarsi ad “apoplessia sanguigna”, cioè ictus cerebrale. Altre tesi sostengono che sia morto per un infarto a causa della fatica e dello stress estremo, oppure a causa di una polmonite provocata dalle intemperie.
“Nicolas de Condorcet si suicida in prigione, 28 marzo 1794”, incisione, Museo della Rivoluzione Francese, Vizille.
Nel giugno 1794, alla Festa dell’Essere Supremo voluta da Robespierre, quest’ultimo pronuncia l’epitaffio irridente di Condorcet: “L’accademico Condorcet, un tempo grande matematico. Secondo il giudizio dei letterati, e grande letterato secondo i matematici, cospiratore timido, disprezzato da tutti i partiti.”
Condorcet fu sepolto al Panthéon di Parigi nel 1989, in onore del bicentenario della Rivoluzione francese e in omaggio al suo ruolo come figura centrale dell’Illuminismo ed enciclopedista. La bara era vuota; inumato infatti nel cimitero comune di Bourg-la-Reine col suo falso nome di Pierre Simon, i suoi resti andarono perduti durante l’Ottocento. Potete vedere qui sotto sia l’edificio sia il sepolcro vuoto.
La buona notizia, a conclusione di questa storia drammatica è che Madame Vernet, Sophie ed Eliza sopravvivono alla rivoluzione.
Dopo trent’anni…
Ma c’è un’ultima sorprendente coda, un estremo colpo di scena: nel 1826, quindi parecchi anni dopo, Amélie Suard pubblica le sue memorie, dove sostiene che lei e suo marito non avevano mandato via Condorcet, ma, anzi, che gli avevano aperto la porta sul retro del giardino, in modo che potesse entrare in casa.
Ma Madame Vernet, che era ancora viva, dopo aver letto le memorie, scrive una lettera indignata a Eliza. Infatti, sostiene che, dopo che Condorcet era andato via dalla pensione, aveva saputo dagli altri ospiti dove si era diretto e si era recata là lei stessa. Aveva fatto il giro della casa e ispezionato il cancello del giardino, constatando non solo che era chiuso, ma anche ostruito da erba alta un metro.
Questa la sua versione dei fatti, cioè la seconda campana da ascoltare, e qui riprendo la domanda con cui ho introdotto la prima parte: “Siamo sicuri che non ci saremmo comportati come i coniugi Suard?”. Non sapremo mai come siano andate davvero le cose, ma una cosa è certa: Madame Vernet dimostrò di essere una donna formidabile per coraggio e compassione, e che certamente quello che fece per lunghi nove mesi – quasi la gestazione di un figlio – fu la dimostrazione un’anima nobile nel vero senso della parola.
Cristina M. Cavaliere
“Club patriottico di donne” di Jean-Baptiste e Pierre-Etienne Lesueur (1792-94 circa), guazzo su cartone, Museo Carnavalet, Parigi.
FONTE TESTO: “Sulla consolazione – Trovare conforto nei tempi bui” di Michael Ignatieff – Vita e Pensiero
FONTE IMMAGINI: Wikipedia




Ciao Cry, grazie per avermi fatto conoscere la toccante storia di Condorcet.
Per me i giacobini l’hanno pestato e aggiungici una probabile polmonite e a seguire un arresto cardiaco. Non credo per niente che si sia avvelenato. Poi l’hanno seppellito con il suo falso nome sapendo bene chi fosse.
Ti sarei grata se mi segnalassi il libro.
Ciao Vanda, grazie di cuore per il commento. A me questa storia ha toccato profondamente, perché sono coinvolte diverse persone con reazioni svariate. Penso anche a quello che aveva passato la moglie, e quanta paura che dovevano avere avuto per la loro bambina. Ti dirò che ho scritto un racconto di questa storia e l’ho inviato a un concorso, non ho molte aspettative, ho sentito l’urgenza di scriverlo.
Il libro è questo “Sulla consolazione – Trovare conforto nei tempi bui” di Michael Ignatieff – Vita e Pensiero, si tratta di una carrellata di figure svariate, da Cicerone a Boezio, da Marco Aurelio a sant’Agostino, c’è perfino Karl Marx, che attraversarono tempi difficili e cercarono conforto ognuno a modo suo, anche senza la fede. Mi è piaciuto anche per questo motivo.
Grazie Cri. Trovo il libro interessante, lo cercherò.
Prego! Vedrai che ti piacerà.
Letti di fila primo e secondo articolo.
In effetti è una storia che mette in luce il meglio e il peggio di cui gli esseri umani sono capaci.
La Francia rivoluzionaria è stata un vero e proprio laboratorio di tutti i futuri regimi.
In effetti, Ariano, questa storia mette davvero i brividi: proprio nei momenti di emergenza viene fuori la vera natura delle persone, nel bene e nel male. Come scrivevo nella chiusura, non sono del tutto certa di come mi sarei comportata, nessuno può saperlo.