Cari amici,
concludiamo la narrazione della straordinaria vita di Amelia Earthart! Se avete perso i post precedenti, li trovate qui e qui.
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Lasciando le discussioni a chi, da oltre ottant’anni, propone ogni volta nuove teorie sulle possibili liaison della “Regina dell’aria”, e suggerisce nuove ipotesi sulla sua scomparsa – inabissata nel Pacifico, morta di stenti su un’isola sperduta, rapita dai giapponesi, torturata e uccisa dal nemico, spia di Roosevelt rimpatriata sotto falso nome dopo la guerra – mi soffermo a considerare l’intesa di lei con George Putnam come qualcosa di significativo, profondo e basata sulla reciproca stima. Infatti, una serie di operazioni di collocamento di capitali, come ad esempio quella relativa alla Boston & Maine Airways, conducono Amelia ad assumere, nel 1933, il ruolo di vice presidente della National Airways, mentre Eugene, che si occuperà a lungo di sviluppare le compagnie civili e commerciali, aprendo nuove strade all’aviazione, assurgerà a quel titolo solo nel 1938.
Va detto pure che tutte le attività di investimento effettuate dall’aviatrice sono funzionali ad alimentare il suo sogno: l’acquisto di nuovi mezzi con i quali esercitarsi in vista di una gara aerea le permette di raggiungere un nuovo primato e, una volta conquistato un nuovo obiettivo, si propone in chiave ancora più stimolante agli occhi delle altre donne, invitandole a interfacciarsi con il mondo del lavoro, in primis l’aeronautica (tiene anche conferenze mirate a questo scopo), e a sfidarsi, a tutto tondo, superando ogni volta i limiti. Sui suoi articoli si rivolge alle lettrici in modo alquanto diretto, con frasi che non possono non lasciare un segno:
Le ragazze, in particolare quelle i cui gusti non siano convenzionali, non vengono mai lasciate in pace… Ce lo portiamo dietro da generazioni, è un’eredità di usanze antiche, che ha come conseguenza il fatto che le donne siano educate alla timidezza.[…] Le donne dovrebbero fare per se stesse quello che gli uomini hanno già fatto – occasionalmente quello che gli uomini non hanno fatto – affermandosi così in quanto persone, e magari incoraggiando altre donne verso una maggiore indipendenza di pensiero e azione. Considerazioni del genere hanno contribuito alla mia volontà di fare ciò che desideravo così tanto fare.[…] Il coraggio è il prezzo che la vita esige per concedere la pace.
Continuando a seguire il filo del tempo, eccoci al 1931. Dopo aver stabilito nuovi record di volo e dopo aver rifiutato per ben sei volte in due anni le proposte di matrimonio di George Putnam, anche per Amelia arriva il momento del matrimonio. Prima delle nozze scrive una lunga lettera che consegnerà allo sposo, in procinto di iniziare la cerimonia, nella quale instilla tutto il suo modo di pensare e, quindi, di vivere. A mio giudizio, uno dei passaggi più significativi di quel testo è il seguente: “Ho bisogno di avere dei luoghi dove poter andare per essere me stessa.”.
Anche alla richiesta della stampa di commentare il lieto evento, la donna accenna a una guida a “doppio comando”, come quella degli aerei, e insiste per mantenere il proprio cognome. Con queste premesse non sorprende che il patto che unisce i due coniugi si riveli, senza ombra di dubbio, completamente fuori dagli schemi: lei vive in California, dove trova l’ambiente ideale per progettare le future trasvolate, mentre Putnam resta a New York a gestire gli affari, la sua immagine e l’intero indotto che ne deriva. A dispetto di ciò che si potrebbe immaginare, e anche in barba alla stampa che si diverte a confezionare il nomignolo di “Signor Earhart” addosso allo sposo, tanto per provare a mettere un po’ di zizzania, la loro relazione è salda e calorosa.
Del resto, la passione di questa donna per il volo non è una sorpresa per nessuno, men che meno per Putnam che, infatti, le lascia tutto lo spazio per continuare a elaborare nuovi piani. E un nuovo piano si profila già a partire dalla fine di quello stesso anno.
Considerando che oltre a Lindbergh nessun altro ha ancora tentato di attraversare l’Atlantico in solitaria, il 20 maggio del 1932, a bordo di un monomotore Lockheed Vega 5, Amelia mette a punto la nuova impresa.
Parte da Newfoundland, in Canada, tenta di raggiungere Parigi, ma a causa del maltempo e di problemi tecnici che hanno compromesso il suo mezzo, atterra dopo circa quindici ore di volo in un paesino rurale nel Nord dell’Irlanda, a Londonderry. È un assolato sabato pomeriggio quando piomba, letteralmente, dal cielo nel mezzo di un grande campo sul retro dell’abitazione di una famiglia di agricoltori, distruggendo il carrello dell’aereo. Una volta raggiunta dagli ospiti, visibilmente sorpresi, sorride affabilmente, risponde di arrivare dall’America, chiede il permesso di usare il telefono per rassicurare il marito e accetta di buon grado un pasto improvvisato, perché è affamata e senza soldi in tasca. Insomma, la naturalezza con la quale si muove questo personaggio colpisce chiunque e attiva empatia.
Nella foto sopra, potete vedere Amelia a Londonderry nel 1932. Nulla sembra fermarla, è un autentico “panzer”. Disegna, per la Ninety-Nines, alcuni capi di abbigliamento e la mise per le donne aviatrici. Vola in tutte le situazioni atmosferiche, restando digiuna per intere giornate, anche in condizioni igieniche di profondo disagio – non può certo usare con la disinvoltura dei colleghi uomini il tubo di spurgo per i rifiuti organici – non si fa intimidire dal ghiaccio che si crea sulle ali dell’aereo, sfiora le onde degli oceani con la disinvoltura con cui da bambina scivolava dalla rampa costruita dallo zio.
Non è un’esperta dei sistemi di trasmissione in uso sui motori dell’epoca, non conosce il codice Morse e usa la radio più per ascoltare la musica che per riferire le proprie coordinate di volo. È una pilota istintiva che decolla, mette a rischio la propria vita, stabilisce nuovi record, atterra e se ne va a dormire esausta, ma felice. E, comunque, batte tutti i record: è la prima aviatrice ad attraversare l’America coast-to coast, la prima a volare non-stop da Mexico City a Newark. È la migliore di tutti i tempi, in assoluto.
Nella foto sopra, Amelia a Newark, New Jersey. Per questa ragione la sua fama si ingigantisce ogni giorno di più, ormai è una donna molto importante e influente. Viene invitata alla cerimonia di assegnazione delle chiavi delle città da parte di moltissimi sindaci americani, viene ricevuta anche da molti esponenti della politica internazionale – in Italia l’accolgono Italo Balbo, altro personaggio alato della storia, e Benito Mussolini, che sfrutta l’occasione per creare ulteriore propaganda al proprio governo – ottiene la medaglia d’oro della National Geographic Society direttamente dalle mani del presidente degli Stati Uniti, Hoover, riceve la Legion d’Onore e la Distiguished Flying Cross dal Congresso degli Stati Uniti, entra a far parte del circolo ristretto di Eleanor Roosevelt – un’altra figura di estrema rilevanza nell’alveo delle istituzioni che si muovono per promuovere l’emancipazione femminile – diventa praticamente un’ospite fissa della Casa Bianca.
In particolare, tra Lady Lindy e Eleanor Roosevelt si instaura un legame d’amicizia profondissimo che, sul piano pubblico produrrà molteplici collaborazioni mirate a favorire l’implementazione del lavoro femminile, mentre sul versante privato porterà la moglie del presidente americano a conseguire il brevetto di pilota d’aereo. Nella foto, Amelia ed Eleanor Roosevelt – fonte: https://earhartdbq.weebly.com/documents-h–i.html
L’irrequietezza e, soprattutto, lo spirito intraprendente, libero, guidano Amelia verso la conquista di un nuovo e ancor più ardimentoso traguardo. Non bisogna mai dimenticare che regna in lei la totale consapevolezza dell’impatto che le sue azioni avranno sulla percezione della femminilità. Così, nel 1936, sempre determinata e con l’intento di arrivare dove altri hanno fallito, inizia a pianificare il giro del mondo in aereo.
Siccome quel record è già stato raggiunto da un altro suo collega, sceglie di procedere attraverso un itinerario più lungo, circa 47mila chilometri, viaggiando sulla linea equatoriale. Il messaggio che intende inviare, sostanzialmente, è che le donne, essendo ancora più coraggiose degli uomini, possono osare di più.
Come tutti i pionieri, è perfettamente cosciente dei rischi che corre, ma sa anche molto bene che i limiti vanno superati. Tra l’altro, è in procinto di compiere quarant’anni, a fine giugno e, forse avverte anche il tempo che pian piano sta scivolando via. Quindi, è decisa ad andare fino in fondo.
Dopo aver ottenuto i fondi e un aereo Lockheed Electra L10, opportunamente modificato per gestire il necessario carburante, decolla da Oakland, nel marzo del 1937, per raggiungere Honolulu, accompagnata da due navigatori (Noonan e Manning), che le vengono imposti dal marito e che lei avrebbe volentieri evitato. Nella foto, Amelia, Manning e Noonan a Darwin, 28 giugno 1937.
Questo primo tentativo, però, non va a buon fine a causa di alcuni problemi tecnici e di un testacoda che si verifica nella fase di decollo, sulla pista di Honolulu, mentre si prepara a tornare.
Il secondo tentativo si compie a pochi mesi di distanza dal primo e si rivela un successo. Il punto di partenza è ancora una volta Oakland, in California, ma quello di arrivo è diventato Miami, in Florida.
La pianificazione del volo subisce, dunque, una sostanziale modifica e prevede l’inversione del senso della rotta. Pertanto, il 1° giugno riparte da Miami, effettua alcune tappe, prima in Sud America, poi in Africa, nel subcontinente indiano, in Asia sudorientale, fino ad arrivare, il 29 giugno 1937, a Lae, in Nuova Guinea. Giunta nel cuore del Pacifico si ritrova ad aver già percorso 35mila chilometri; per completare il giro del mondo gliene restano altri 11mila. La tappa successiva le permetterà di effettuare il necessario rifornimento di carburante, dopodiché dovrà procedere sovrastando chilometri e chilometri di oceano, sino al raggiungimento della costa del continente americano.
Nella foto sopra, Amelia e Fred Noonan di spalle giugno 1937. Pertanto, verso la mezzanotte del 2 luglio si rimette in viaggio, effettuando la partenza da Lae, per raggiungere, nell’arco di 18 ore, l’isola di Howland, dove è già stato tutto predisposto per l’approvvigionamento di benzina. Per intraprendere questo lungo tratto senza scali, calcolando l’ingente peso del carburante, si era reso necessario eliminare tutto il peso superfluo, e ridurre il numero di componenti del team. In pratica, ad accompagnare la donna c’è un solo navigatore, Fred Noonan. Amelia avrebbe preferito Manning, un esperto del codice Morse, mentre nutre più di una perplessità su Noonan, in quanto, pur stimandolo come esperto aviatore, ha avuto modo di constatare che egli non conosce il codice Morse e, soprattutto, ha il vizio di bere. Diversamente dalle previsioni, inoltre, quel giorno il cielo è completamente coperto. Questo volo si preannuncia particolarmente difficile.
Nel frattempo, nei pressi di Howland, microscopico atollo disperso in mezzo al Pacifico, una striscia di terra lunga due chilometri e larga 500metri, c’è una motovedetta della Guardia Costiera statunitense, la Itasca, pronta ad attendere i due piloti per fornire loro le coordinate di atterraggio. Ma qualcosa va storto. Il navigatore Noonan ha difficoltà a calcolare la posizione, le sue mappe non sono abbastanza aggiornate, le trasmissioni radio non funzionano come dovrebbero, tanto che vengono costantemente interrotte da interferenze esterne e saltano da una frequenza all’altra; come se non bastasse il cielo si addensa ancor più di nuvole che impediscono la visuale.
Una comunicazione tra la motovedetta e il bimotore avviene intorno alle 7,42. Al suo interno si ode la voce di Amelia riferire: “Dovremmo essere sopra di voi, ma non riusciamo a vedervi ma il carburante si sta esaurendo. Non siamo riusciti a raggiungervi via radio. Stiamo volando a 1.000 piedi”.
Data le difficoltà a ricevere i messaggi, la nave inizia a trasmettere segnali Morse per rendersi individuabile, anche emettendo fumo dalle caldaie, ma il cielo totalmente carico di nuvole vanifica il tentativo. L’ultima comunicazione di Amelia avviene alle 8,43 di quella mattina: “Siamo sulla linea 15337. Ripeteremo questo messaggio. Ripeteremo questo messaggio a 6210 kHz. Attendete.”
Dopodiché dal Lockheed Electa L10 non arriva più alcun segnale.
La notizia rimbalza su tutti i media e presto è nota in tutto il globo. Il presidente Roosevelt autorizza le ricerche, spendendo risorse strepitose per l’epoca, ma a causa degli strumenti rudimentali utilizzati il risultato è un totale fallimento.
Amelia Earhart viene formalmente dichiarata morta il 5 gennaio del 1939.
Cari lettori, come anticipato, non intendo addentrarmi nel guazzabuglio di ipotesi sulle motivazioni della scomparsa di questo meraviglioso personaggio alato. Essendo estremamente affascinata dalla sua esistenza, che ritengo molto più interessante della sua morte, mi fermo qui. Grazie per la lettura e alla prossima!
Clementina Daniela Sanguanini
BIBLIOGRAFIA
- Amelia Earhart, Wikipedia
- Amelia Earhart, l’aviatrice, Il tempo e la storia, Michela Guberti, ed. ERI
- John Burke, Winged Legend: The Story of Amelia Earhart, New York, Ballantine Books
ICONOGRAFIA
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