"La Storia siamo noi": blog di storia, letteratura e arte

FRAMMENTO DELL'ARA PACIS

Altare del 9 a.C. Museo del Louvre - Parigi

MADONNA E SANTI NEL GIARDINO DEL PARADISO

Maestro dell'Alto Reno. Tecnica mista su tavola, 1410.

LA BATTAGLIA DI SAN ROMANO

Paolo Uccello. Tecnica mista su tavola, 1438.

And when did you last see your father?

William Frederick Yeames. Olio su tela, 1878.

KENTUCKY FLOOD

Margaret Bourke-White. The American Way of Life, 1937.

sabato 10 aprile 2021

La cancel culture: analisi di un suicidio intellettuale


Una lezione dal passato

"Brûler n'est pas répondre" (“Bruciare non è rispondere”) replica sdegnosamente il giornalista Camille Desmoulins all'indirizzo di Robespierre, e colui che si comporta in questo modo è "un despota". Siamo nel 1794 durante una drammatica seduta nel Club dei Giacobini, potente associazione politica dove militano gli esponenti più intransigenti e radicali della rivoluzione francese

Desmoulins ha appena pubblicato alcuni numeri del suo nuovo giornale, "Le Vieux Cordelier", per criticare il governo e la politica del Terrore. "Sono anche convinto, che presso un popolo che legge, la libertà illimitata di scrivere, in ogni caso, anche in tempi di rivoluzione, non potrà essere sufficientemente protetta contro tutti i vizi, tutti i trucchi bricconi, tutti gli intrighi, tutte le ambizioni." [...] Libertà della stampa illimitata anche in tempi di rivoluzione? , perché non spetta in ogni caso a chi governa indicare al giornalista quello che egli deve censurare nei suoi articoli, dice Desmoulins.


Il furore iconoclasta nella Storia

Ebbene, in questi nostri tempi assistiamo al ritorno di uno dei più ricorrenti e pericolosi fenomeni storici, cioè la distruzione dei simboli della parte avversa. La Storia nel suo andamento ciclico ci offre innumerevoli esempi di “rieducazione” forzata, di messa a tacere, di rigurgiti d’intolleranza, di caccia alle streghe. Per ricordare soltanto i più celebri, posso citare la distruzione delle immagini sacre nella chiesa bizantina nei secoli VIII e IX, delle immagini religiose nelle Chiese cattoliche in Inghilterra ai tempi dei Puritani di Cromwell, i roghi dei libri e delle “vanità” (cioè gli oggetti di lusso e come tali considerati peccaminosi) durante la ierocrazia del frate domenicano Girolamo Savonarola nella Firenze di fine Quattrocento, la mutilazione delle tombe di sovrani ai tempi della rivoluzione francese in una nazione anticlericale, scristianizzata e con la schiuma alla bocca, i roghi di libri scritti da autori considerati depravati nella Germania nazista, la persecuzione e messa al bando di professori, medici, intellettuali, poeti e scrittori nella Cina di Mao, in nome della dittatura dell’ignoranza, la caccia alle streghe (leggi: i comunisti) negli Stati Uniti del senatore McCarthy.


Origine e sviluppo della cancel culture

Questo furore distruttivo ha assunto oggi l’aspetto di un movimento crescente denominato cancel culture o call-out culture originata dai paesi anglosassoni (cultura della cancellazione o cultura del boicottaggio) e che ha varie ramificazioni, più o meno subdole e ipocrite. La cancel culture vuole eliminare o modificare fatti e personaggi storici considerati indesiderabili secondo la sensibilità e la visione attuali; e finisce per provocare delle forme di autocensura negli scrittori e negli artisti.

Ne consegue che si attaccano figure di riferimento del passato isolando un aspetto della loro complessa azione politica (Winston Churchill, Abraham Lincoln), si prendono di mira opere letterarie selezionando soltanto passi controversi e sottraendoli al tempo storico in cui furono scritti e della società che ritraevano (drammi e commedie di Shakespeare, il romanzo "Via col Vento" di Margaret Mitchell). Non vengono risparmiate nemmeno alcune opere artistiche perché considerate offensive per le donne (i nudi di Egon Schiele), le composizioni musicali (le opere di Mozart qualificato come autore “bianco”) o i prodotti cinematografici ("Grease", tacciato di sessismo e omofobia). Sono stati presi di mira persino alcuni dei classici cartoni animati della Disney come "Lilli e il Vagabondo" o "Dumbo", dove sono state etichettate delle scene in nome del politically correct (di cui parlerò più avanti).

La cancel culture si è fatta particolarmente massiccia dopo la morte dell’afroamericano George Floyd il 25 maggio 2020, a seguito di un pestaggio della polizia di Minneapolis. In modo particolare negli Stati Uniti vi sono state ondate di legittima indignazione e protesta per evidenziare il gravissimo problema del razzismo e dei metodi brutali della polizia. A seguito di ciò, sia negli Stati Uniti sia in Inghilterra si sono verificati numerosi episodi di iconoclastia volti a rimuovere statue o monumenti considerati simboli di un passato razzista e schiavista, come l’abbattimento della statua di Cristoforo Colombo. Da noi l’episodio più noto è stato l’imbrattamento con vernice della statua di Indro Montanelli a Milano per il suo passato colonialista.


Il volto minaccioso della cancel culture

Fatta salva la sacrosanta legittimità delle proteste per denunciare violenze e abusi (ma, ribadisco, del presente, non del passato) e invocare una società più egualitaria dove si tutelino le minoranze, la cancel culture sta assumendo sempre più un volto orwelliano nelle sue molteplici varianti, proprio come una sorta di virus dell’intolleranza.

La cancel culture estrae un frammento dalla fitta rete di relazioni che lo collegano alle svariate forme di attività culturali, civili e sociali del tempo in cui esso vive, snaturandolo. Prosegue facendo sprofondare ciascun elemento di collegamento nel buio, in modo da vanificare la sua importanza. Successivamente, dà via a una sorta di nuovo assemblaggio che in seguito essa porterà alla ribalta. Ciò che mostrerà a questo punto, infatti, sarà un brandello molto diverso dall’originale, una scheggia deformata destinata a essere osservata secondo un’inusuale chiave di lettura, ovvero quella che non ammette il pubblico dibattito.

Ne consegue che la cancel culture è promotrice di ignoranza - dell’ignoranza di chi non sa e di chi non vuole nemmeno sapere, e non vuole che altri sappiano - perché ostacola l’accesso ai prodotti culturali nella loro interezza, e dunque lo sviluppo dello spirito critico e del libero pensiero. Il risultato di questa operazione è un ingabbiamento del linguaggio e l'intimidazione del detrattore, favorendo soltanto il conformismo. Mira perciò a instillare un senso di profonda colpa per gli errori commessi, che secondo i suoi ideologi sono tutti imputabili a una sola fazione, sottratti come sono a qualsiasi contestualizzazione storica, politica e sociale.



Un parente stretto: il politically correct

La cancel culture è fortemente imparentata con il politically correct in quanto:

1. La prima è l’avanguardia aggressiva, la cosiddetta truppa d’assalto che prende di mira pezzi di cultura, li deforma secondo la sua visione dogmatica e li sottopone a processo con sentenza inappellabile, li etichetta oppure li elimina;

2. Il secondo è la compagine “liturgica” incaricata di dirigere la forma – una forma di solito esitante, neutra e piagnucolosa, all’insegna della contrizione e delle pubbliche scuse – che si appropria di quello che rimane, oppure lo prende e lo livella in modo omogeneo e conformista. (All’inizio di questo articolo ho menzionato il frate domenicano Girolamo Savonarola, il quale si serviva di gruppi di seguaci, solitamente fanciulli, che giravano per Firenze come una specie di squadra della “buon costume”. Tali seguaci venivano detti “piagnoni”, e la nomea spiega tutto).

Molto spesso il politically correct ammanta di un velo di ipocrisia l’argomento del dibattito, e ottiene l’effetto contrario a quello che si propone di fare, o sbandiera di voler fare: infatti, se c’è un pregiudizio, questo rimane ben radicato nell’animo. Il risultato è un appiattimento generale, un mondo senza colori e la perdita di qualsiasi spirito critico.


A Letter on Justice and Open Debate

Nei paesi anglosassoni la situazione si è fatta talmente grave che, nel luglio 2020, ben 150 scrittori – tra cui firme come J.K. Rowling, Margaret Atwood, Salman Rushdie - hanno redatto una lettera aperta diffusa sulla rivista Harper’s (A Letter on Justice and Open Debate). Si tratta di una denuncia dell’intolleranza culturale promossa dalla cancel culture e di una decisa difesa della piena libertà di pensiero e di parola. In replica alla lettera aperta di denuncia verso la montante intolleranza promossa dalla cancel culture, alcuni detrattori hanno sottolineato il fatto che i firmatari fossero tutti molto ricchi, famosi e soprattutto indenni da qualsivoglia critica nei loro riguardi.

Peraltro anche il cantautore Nick Cave ha denunciato con grande pacatezza come questa tendenza alla colpevolizzazione - nei confronti di personaggi, aziende o prodotti culturali - sia soffocante per la libertà di pensiero. Si tratta di una tendenza che, a suo dire, rischia di trasformare la società in “inflessibile, paurosa, vendicativa e priva di senso dell’umorismo.” Quale tratto distintivo della cancel culture egli ha parlato apertamente di “mancanza di compassione”.

Gli ha fatto eco Rowan Atkinson, meglio noto come Mister Bean, che ha sottolineato come un semplice algoritmo finisca per decidere che cosa dobbiamo vedere o meno in rete. Nel mio modesto orticello, io stessa ho sperimentato la dittatura dell’algoritmo che ha giudicato per ben due volte il mio booktrailer “Il Pittore degli Angeli” come avente contenuti non adatti ai minori per il semplice motivo che vi sono dei nudi femminili e maschili dell’artista Tiziano Vecellio.


E in Italia come siamo messi?

Forse sono troppo pessimista, e questo movimento integralista si sgonfierà come una bolla di sapone, o comunque non approderà sulle nostre coste. Però il giornalista Pierluigi Battista ne ha parlato a più riprese con grande senso di allarme. Il 4 aprile 2021 Ernesto Galli della Loggia ha pubblicato l’articolo “Il nostro delirio suicida. Processare il passato”, dove ha saldato questo “movimento della negazione” ad alcuni elementi: la mera ignoranza della Storia per cui non si ricordano nemmeno i fatti più recenti, per non parlare di quelli più antichi; la progressiva emarginazione delle materie storiche nei curricula scolastici; la giurisdizzazione continua (cioè il voler ridurre qualsiasi ambito alla revisione in nome del diritto puro). Anche Alessandro Piperno in un articolo del 6 aprile 2021 ha difeso a spada tratta Philip Roth, giudicato misogino nella sua produzione letteraria.

Peraltro la cancel culture non è di stretta pertinenza di una destra tipicamente trumpiana, ma viene invocata, oltre che dai nostri sovranisti, anche da un’ideologia di sinistra “giacobina” e intransigente, per riprendere lo scorcio nella mia introduzione. Essa tende a suddividere il mondo in due grandi blocchi manichei di rivoluzionari e controrivoluzionari: o sei con me o sei contro di me, e ogni forma di dissenso è morto. Amen.


La Storia alla pubblica gogna

I processi storici sono fenomeni evolutivi che attraversano i secoli, per non dire i millenni, e ogni espressione politica, sociale, artistica; e non occorre essere uno storico professionista per comprenderlo. La Storia si segmenta a livello temporale soltanto per poterla studiare meglio, ma è come un fiume di volta in volta impetuoso o lento, ma che si muove sempre, e in cui siamo pienamente immersi.

Gli storici analizzano le fonti, le contestualizzano, le dibattono anche in modo acceso, ma in genere senza dare giudizi di valore se non nel loro privato (proprio per non costruire fazioni e contrapposizioni sterili che non aiutano). Quante volte sono letteralmente “saltata sulla sedia” leggendo come venivano – e vengono – trattate le donne e gli omosessuali, dei roghi e delle torture in nome della fede, dell’antisemitismo e delle persecuzioni, dello spaventoso fenomeno della schiavitù, della miseria e tutto il campionario di cui la Storia umana è abbondantemente provvista! Ma comprendere, o almeno sforzarsi di farlo senza ergersi a giudice, dovrebbe essere buona norma.

Misurare la Storia con l’ottica del presente è dunque un errore gravissimo, perché quello che era perfettamente concepibile in un’epoca può non esserlo più oggigiorno, così come i nostri pronipoti potrebbero inorridire davanti ai nostri usi e costumi. Proviamo a pensare: come ci “giudicheranno” i posteri nell’apprendere che mangiamo carne animale? Potremmo essere tacciati di cannibalismo?

Cerchiamo di migliorarci nel presente, e non mutilando il passato; anzi, partendo proprio da quest'ultimo. Rispettiamo il prossimo e le altrui opinioni evitando offese e insulti, rappresentazioni stereotipate, irrisioni rispetto alla razza (concetto che peraltro non esiste, biologicamente parlando), all’aspetto fisico, alla disabilità o al genere. Questo è il vero punto di partenza, non un revisionismo pericoloso, prosciugante e dogmatico.


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E voi che cosa pensate della cancel culture e del politically correct? Mi piacerebbe molto avere la vostra opinione questo proposito.

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Fonti:

John McDermott, Those People We Tried to Cancel? They're All Hanging Out Together, su The New York Times, 2 novembre 2019.

What It Means to Get 'Canceled', su www.merriam-webster.com.

Che cosa è la cancel culture, al centro di un grande dibattito sulla libertà di espressione, su Il Riformista, 14 luglio 2020.

Louisa Shepard, Cancel culture on the silver screen, su Penn Today, 23 luglio 202

Nick Cave e gli altri: quando il politically correct è "la più infelice delle religioni", su L'HuffPost, 17 gennaio 2021.

A Letter on Justice and Open Debate, su Harper's Magazine, 7 luglio 2020.

A More Specific Letter on Justice and Open Debate, su www.objectivejournalism.org, 10 luglio 2020.

Alessandro Piperno, Philip Roth perché lo difendo (e difendo la letteratura, su La Lettura, Corriere della Sera, 6 aprile 2021. 

Immagini Wikipedia - Uomo e meccanismo: Pixabay

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domenica 4 aprile 2021

#Triduo pasquale: Auguri di Pasqua in arte e poesia


Resurrezione di Piero della Francesca (1458-1474), dipinto a tecnica mista, affresco e tempera
Museo Civico, Sansepolcro

Ma ora Cristo è stato risuscitato dai morti, primizia di quelli che sono morti. Infatti, poiché per mezzo di un uomo è venuta la morte, così anche per mezzo di un uomo è venuta la risurrezione dei morti. Poiché, come tutti muoiono in Adamo, così anche in Cristo saranno tutti vivificati; ma ciascuno al suo turno: Cristo, la primizia; poi quelli che sono di Cristo, alla sua venuta; poi verrà la fine, quando consegnerà il regno nelle mani di Dio Padre, dopo che avrà ridotto al nulla ogni principato, ogni potestà e ogni potenza. (Paolo, Prima lettera ai Corinzi 15, 20-24)


 
Aspetto il momento del crollo

Le acque non hanno parole.

Da tante notti battono
silenziose agli argini
creduti invalicabili.

O liquide mani che frugano
montando implacate
gli spalti della mia vita.

Aspetto il momento del crollo
ultimo.

   Allora
tutte le dighe travolte
mi getterò nel tuo
fiume che ha sete
del mio naufragio.


GIOVANNI ANGELO ABBO
Posta clandestina, Ed. di Storia e Letteratura, Roma 1984, p. 107



Giovanni Angelo Abbo (Pontedassio, Imperia, 1911 - Roma 1994) è stato un fine poeta e un diplomatico al servizio della Santa Sede. Ordinato sacerdote, per anni insegna diritto canonico e dottrina sociale della Chiesa all’università cattolica di Washington. Amico di Giuseppe Prezzolini, per anni rimane in stretto contatto epistolare con lo scrittore, fondatore della rivista “La Voce”. Le sue opere sono: Paesi e deserto (1951), Posta clandestina (1984), Motivi per una sinfonia (1987), Parole dipinte (1989).


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Fonte testo: "Poesie di Dio", 1999 – Einaudi


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venerdì 2 aprile 2021

#Triduo pasquale: Venerdì santo in arte e poesia

 


La Crocifissione bianca di Marc Chagall (1928), The Art Institute of Chicago.

Dopo questo, Gesù, sapendo che tutto era ormai compiuto, affinché si compisse la Scrittura, dice: «Ho sete». C’era là un vaso pieno di aceto. Avendo dunque messo una spugna piena di aceto attorno a (una canna di) issopo, (la) portarono alla sua bocca. Quando dunque ebbe preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto», e chinato il capo, consegnò lo spirito (Gv 19,28-30).


Amor di vita

Invoco il fior di luce,
la grazia del mattino
quando si scioglie il sonno come un grumo
di sangue scuro: amor di vita torna
a splendere sugli alberi e sul limo.

Erbe tra le macerie
del mondo che riplasma le sue forme,
cedo all'antica brama di fiorire
per sempre sopra l'eterno morire.

ADRIANO GRANDE, Fuoco bianco, in F. Ulivi - M. Savini (a cura di),
Poesia religiosa italiana cit., p. 648




Adriano Grande è stato un rilevante poeta del Novecento italiano, nato a Genova nel 1897 e vissuto a Roma dal 1934 fino alla sua scomparsa avvenuta nel 1972. Apparteneva alla cosiddetta “linea ligure” di quel gruppo di poeti che, nel primo dopoguerra, diedero nuova e vigorosa fioritura alla lirica italiana sollevandola su piano europeo.

La sua ispirazione si giovava d'un apprendimento pittorico ed elegiaco della realtà naturale, e sfociava in un senso cristianamente religioso dell'esistenza. Come poeta ha riportato diversi premi e come narratore anche un premio “Teramo”. È stato anche autore di teatro: una sua specie di farsa filosofica, Faust non è morto, rappresentata a Roma nel 1935, è stata un manifesto per il ritorno allo spettacolo di poesia. Un altro suo dramma, Gli angeli lavorano, fu premiato a San Miniato. Dall'età di sessant'anni si è dedicato alla pittura, e quale pittore naïf è stato invitato alle maggiori mostre nazionali e straniere.

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Fonte testo:
  1. "Poesie di Dio", 1999 – Einaudi
  2. Biografia da Wikipedia
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giovedì 1 aprile 2021

#Triduo Pasquale: Giovedì santo in arte e poesia


Bacio di Giuda di Giotto, databile al 1303-1305 circa. Ciclo della Cappella degli Scrovegni a Padova.

« E subito, mentre ancora parlava, arrivò Giuda, uno dei Dodici, e con lui una folla con spade e bastoni mandata dai sommi sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani. Chi lo tradiva aveva dato loro questo segno: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta». Allora gli si accostò dicendo: «Rabbì» e lo baciò. Essi gli misero addosso le mani e lo arrestarono. » (Marco 14:43-46)   .



Quando tu mi hai ferita?

Quando tu mi hai ferita?
Forse ero ancora nel seno di mia madre
o forse solo nei tuoi pensieri.
Tu mi amasti da sempre.
Io non ho che un piccolo tempo da darti
Ed un piccolo amore
Ma mi perdo nel tuo,
questo mare che brucia
e di sé si alimenta.
Allorché mi feristi
Io non sapevo quanto il tuo amore facesse male.
Ed è questo che vuoi,
soltanto questo in cambio dell’infinito amore:
che io soffra l’amor tuo,
che me lo porti come piaga profonda
e non la curi.

ELENA BONO, I galli notturni cit., p. 77

 

Elena Bono (1921-2014) è stata una scrittrice, poetessa e traduttrice italiana. Per motivi legati al lavoro del padre, insegnante di letteratura classica, la sua famiglia si trasferisce da Sonnino a Recanati e poi a Chiavari. Qui Elena sposa nel 1959 Gian Maria Mazzini, imprenditore e critico letterario. 

Ritenuta fra le maggiori scrittrici del secondo dopoguerra, ha tradotto opere letterarie dal greco e dal latino; ha composto poesie ed è stata autrice di romanzi e opere per il teatro. Dal 1980 tutta la sua opera è stata pubblicata dalla casa editrice "Le Mani" di Francangelo Scapolla, che ne intuisce la grandezza pur senza illudersi riguardo ad un suo immediato successo popolare. 

Nel 2013 pubblica in versione e-book il suo capolavoro assoluto, Morte di Adamo. Ha vinto numerosi premi letterari e nel 2008 è stata insignita dalla cittadinanza onoraria di Sonnino. Ammalata da tempo, Elena Bono muore il 26 febbraio 2014. I funerali sono stati celebrati nella cattedrale di Nostra Signora dell'Orto a Chiavari, città dove è stata sepolta con indosso lo scapolare francescano come da sue volontà.

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Fonte testo:
  1. "Poesie di Dio", 1999 – Einaudi
  2. Biografia da Wikipedia
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mercoledì 31 marzo 2021

Tempus fugit. Il blog nella settimana di Pasqua.


Tenere un blog con una certa costanza significa poter ripercorrere un diario pubblico dove balzano all'occhio alcuni momenti cruciali della propria esistenza. Proprio per la sua natura, un blog non è un sito che invece è una vetrina statica quasi aziendale. Recensioni di libri o film, articoli sulle mostre, momenti di vita in famiglia, lavoro tra alti e bassi, e per molti di noi scrittura, speranze e disillusioni, e persino periodi dove non si pubblica nulla, tutto contribuisce a delineare un percorso che diviene più chiaro quando ci si volta indietro a riconsiderarlo. 

Possiamo infatti decidere da noi stessi le tappe di questo cammino, ma fino a un certo punto perché il destino individuale, familiare o collettivo ci sbalza su sentieri alternativi che non sempre avremmo voluto prendere; o, se preferite la metafora del fiume, le correnti ci sospingono in bracci secondari dove spesso ci areniamo o dove veniamo condotti in direzioni contrarie alle nostre intenzioni. Nonostante questo alternarsi tra volontà e fortuna (un classico anche letterario, come ci insegna Niccolò Machiavelli) è interessante esaminare - proprio attraverso il blog - come si sia snodato il sentiero che sta ormai alle nostre spalle, e appartiene al passato.

Il 2020 può essere  considerato un anno-spartiacque, perché a livello personale e comunitario siamo entrati in una sorta di uragano che, pur con le debite variazioni di intensità, non accenna a sopirsi, e il blog Il Manoscritto del Cavaliere me lo ha mostrato come uno specchio sufficientemente fedele, come pure penso sia accaduto per molti blogger. Abbiamo cercato di aggrapparci a qualche maniglia salvavita per non essere spazzati via nel caos, e abbiamo dovuto orientare in modo diverso le nostre scelte, oppure rinunciare a molti progetti; soprattutto, abbiamo tentato disperatamente di non ammalarci.

Proprio individuando un segmento temporale ben preciso, all'incirca a questa altezza nel 2020, avevo avviato in modo del tutto istintivo l'iniziativa #una poesia e un'immagine al giorno, allo scopo di fare compagnia a me stessa e a voi e senza prevedere quanto sarebbe durato. Avevo problemi di salute, ma nello stesso tempo non avrei voluto chiudere del tutto i battenti. Ripercorrere quella galleria di immagini e poesie, insieme con il numero di visualizzazioni e i vostri commenti, mi ha colpito piacevolmente; e nello stesso tempo mi ha provocato una sorta di estraniamento. In fondo, è la stessa sensazione che prova un autore quando rilegge a distanza di tempo uno suo scritto, sia per trarne diletto sia per revisionarlo: si tratta di un "altro sé" che non poteva immaginare quello che era in corso, e tantomeno prevedere quello che si stava preparando. L'autore di un blog, ovvero un diario più o meno intimo, si è trovato dunque a interpretare un personaggio preso in una trama più grande di lui

La seconda sensazione che ho provato, rileggendo il tutto, è la dilatazione nel tempo intercorso, che è di un anno ma che sembra assai più ampia. "Tempus fugit" dicevano i latini, e questi mesi sono comunque trascorsi, sia pure in maniera convulsa, complicata e luttuosa.

Ritornando a quell'esperienza, quest'anno ho pensato di proporvi nella settimana santa tre immagini e tre poesie di autori poco noti per il Triduo Pasquale. Non è importante che si sia credenti o meno, si sia cattolici o si appartenga ad altre confessioni: penso che possa rappresentare un momento di bellezza per la vista e la lettura, e di riflessione conseguente. Le poesie che ho scelto non sono necessariamente collegate al dipinto, ma tutte sono imperniate sul rapporto con Dio. Spero che comunque vi piacciano!

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Vi do appuntamento a domani giovedì 1 aprile, e vi lascio con la domanda: avete mai "risfogliato" il vostro blog e che cosa vi ha colpito maggiormente?

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lunedì 22 marzo 2021

“Piacere, sono il re Sole. Luigi 14 per gli amici.”


Il re di Francia Luigi XIV molto probabilmente griderebbe al crimine di lesa maestà. Forse l'audace plebeo che tanto ha osato non rischierebbe la forca, ma un soggiorno in carcere sarebbe il minimo che potrebbe capitargli. La notizia è recentissima, e l’alzata d’ingegno proviene proprio dai cugini d’oltralpe; tra l’altro non da istituzioni qualsiasi, ma da musei noti in tutto il mondo come il Louvre e il Musée Carnavalet.

Mentre il Louvre non ha bisogno di molte presentazioni, meno conosciuto è il Musée Carnavalet di Parigi. Si tratta di un museo sulla storia della città, che non manco mai di visitare ogni volta che vado nella capitale in quanto ha un piano tutto dedicato alla rivoluzione francese con mobili, cimeli, quadri, oggetti, lettere, missive, stampe... insomma per me è una vera festa per gli occhi, il cuore e la mente. Ne avevo parlato nell’ambito di uno dei miei articoli de Il Caffè, dal titolo “Le Musée Carnavalet, uno scrigno di tesori” che, se volete, potete leggere qui. Il museo è stato ristrutturato dopo ben quattro anni di lavori e riaprirà i battenti non appena le precauzioni anti-Covid lo permetteranno.

Nel frattempo, è stata annunciata una novità, in questo caso allineandosi parzialmente alle decisioni prese dal Louvre: le scritte esplicative per quanto riguarda re, regine e secoli saranno indicate con i numeri arabi, abbandonando così i numeri romani. Dunque Luigi XIV o re Sole, che qui potete vedere in un sontuoso ritratto di Hyacinthe Rigaud del 1702, diventa Luigi 14 e il XVI secolo viene semplificato in 16°. Questo perché, come asserisce la direttrice Noémie Girard, “i numeri romani possono essere un ostacolo alla comprensione”.

Vi confesso che qualcosa mi sfugge, e peraltro questa decisione ha innescato numerose polemiche: anziché insegnare o spiegare la numerazione romana, si fa l’esatto opposto, cioè trattarla come se fosse una barriera architettonica e abbatterla onde appianare la strada alla comprensione del pubblico, di cui peraltro faccio parte. Luigi 14 sembrerà dunque la sigla di un taxi, come ha scritto argutamente Gramellini in un suo editoriale, oppure il nome di un ristorante in catena franchising, o al limite un nickname da usare in rete. Volendo, si potrebbe anche creare l’hashtag #luigi14 senza colpo ferire.


La numerazione romana

Ma andiamo con ordine e partiamo dalla pietra dello scandalo, cioè i numeri romani che ci riportano ai tempi della scuola. Potete vedere qui i nostri progenitori in un affresco di Pompei che raffigura un banchetto. Almeno a grandi linee tutti noi conosciamo i numeri romani (I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X…), e per quanto mi riguarda li ho sempre trovati duri da digerire dato anche il mio amore sviscerato per la matematica: li capivo fino a un certo grado, poi mi confondevo. 

Ecco qualche notizia sulla numerazione romana, che riporto da treccani online e che potete trovare qui se volete leggere la voce per intero:
È sistema di numerazione di tipo additivo e non posizionale, in cui cioè ogni simbolo denota sempre la stessa quantità. Tale sistema di numerazione è tuttora usato per indicare → numeri ordinali e quindi anche i giorni del mese quando essi compaiano in documenti scritti in latino, come quelli dello stato della Città del Vaticano, che ha tale lingua come lingua ufficiale. Il sistema si è evoluto nel tempo e conserva, nei segni fino a 50, l’origine antropomorfa: il dito per l’unità, il palmo della mano a V per il cinque e inclinato a L per il 50, i due palmi delle mani per formare la X del 10. Non è possibile esprimere con tale sistema né lo zero né numeri frazionari o negativi, mentre, nel corso dei secoli, sono stati aggiunti segni di vario genere per poter scrivere numeri di ordine di grandezza maggiore.

Un altro sito molto interessante (Progetto Matematica dell’Università di Bologna, qui il link) ci ricorda che, essendo i Romani soprattutto un popolo di pastori, almeno in origine, contavano le pecore con un intaglio di tacche su bastoni: ogni cinque tacche si faceva una tacca a forma di “V” e ogni dieci una “X”. Poi altre forme vennero introdotte per segnare “50”, “100” ecc. Nel sistema di numerazione romano c'è una novità: la notazione sottrattiva: IV = 4; XIX = 19. La notazione sottrattiva è un residuo della pratica dell'intaglio. Da ciò segue che i numeri sono sempre posti da sinistra a destra in ordine decrescente, peraltro con alcune regole da rispettare. Per i numeri più grandi si dovevano introdurre nuovi simboli: per indicare i numeri di 1000 a 100.000 si ricorreva alla semplice sovrapposizione di una lineetta.


Imperatori, papi e via discorrendo

La numerazione romana fa parte della cultura classica, quindi della cultura europea, ed è impossibile ignorarla. Nei miei studi di storia, ma anche esaminando gli alberi genealogici delle dinastie, mi era balzata all’occhio l’indicazione di I, II, III, IV dopo il nome; per esempio accade nella casata dei Saint-Omer o dei Payns di cui narro nei miei romanzi del ciclo La Colomba e i Leoni, di cui ho trovato in rete un albero genealogico fortemente incompleto, ma molto interessante. 😉 Lo stesso avviene nei romanzi sulle famiglie nobiliari come narrano le vicende degli Uzeda nello splendido I Viceré di Francesco De Roberto, con svariati Giacomo e Consalvo.

Per un senso di continuità, inoltre, e per la nostra somma gioia, alcuni nomi propri ricorrono molto sovente nelle casate europee, per cui in Inghilterra c’è una badilata di Enrico ed Edoardo, mentre in Francia avremo spesso Luigi o Filippo, e quindi ci vuole il solenne numero romano per indicare la successione. Per giunta queste teste coronate erano imparentate tra loro, quindi il tutto risulta molto intricato come potete vedere a colpo d’occhio in questo albero genealogico con le parentele intrecciate nella guerra di successione spagnola, che ho dovuto studiare per l'esame di Storia Moderna. Meraviglioso, vero?


Naturalmente anche per la successione dei pontefici ci vuole il numero romano, dato che la Città del Vaticano è una monarchia elettiva, nel senso che il pontefice viene eletto nel conclave dal collegio dei cardinali riuniti; ma è anche una monarchia assoluta con a capo il papa della Chiesa Cattolica che, dal 13 marzo 2013, è Jorge Mario Bergoglio, regnante con il nome di papa Francesco. Il pontefice ha dunque la pienezza dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario. Infatti il papa in carica si definisce come “felicemente regnante”. Papa Francesco non è I, perché è il primo ad avere adottato questo nome pontificale, se ci sarà un altro Francesco sarà Francesco II.

Anche in editoria e soprattutto nei testi universitari, o anche nella tesi di laurea, ci sono casi in cui l'indice e le pagine che lo precedono presentano una numerazione romana. Com’è ovvio i numeri romani si usavano… ai tempi dell’antica Roma, quindi se siete studiosi o appassionati del periodo ve li ritroverete su epigrafi, monumenti, cippi, iscrizioni, tombe e tutto ciò che occorre. Assodato che i numeri romani sono difficili, anzi ostici, e che si usano in contesti ufficiali un dubbio inquietante si fa strada nella mia mente, cioè....


... che sia un’altra forma di “politicamente corretto”?

Eccolo lì che fa capolino il “politicamente corretto”, cioè quel melenso e piagnucoloso livellamento della cultura in nome del rispetto formale di qualsiasi cosa, che in questo caso potrebbe tradursi anche nello smussare o nel rimuovere “ostacoli alla comprensione” per non far sentire le persone ignoranti.

La qual cosa viene avviata da due istituzioni museali che dovrebbero promuovere la cultura, spiegarla, approfondirla, e non livellarla. Sì, perché meno si presentano alcuni concetti, in questo caso i numeri romani, e meno persone saranno in grado di capirli, e quindi l’asticella del comprendonio si abbasserà sempre di più e la materia grigia si attiverà sempre meno. Quindi anziché cercare di saltare in alto, ci troveremo con la pancia sulla sabbia, con il rischio che le mandrie ci calpestino senza fare nemmeno troppa fatica. Altro che "fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza" del Sommo Poeta Dante Alighieri di cui tra l'altro ricorrono settecento anni dalla morte.

Il rischio è un altro, cioè di comportare una serie di altre decisioni a catena. Se infatti rimuoviamo la numerazione romana dai nomi dei re e delle regine, che è un piccolo ma importante segnale di adeguamento alla massa, perché non togliere qualche altra cosa che ci disturba in quanto ci fa sentire inadeguati? L'elenco degli argomenti potrebbe essere infinito. Insomma tra “cancel culture”, “politically correct”, “colour blind casting” (di cui ha parlato Luana Petrucci del blog Io, la letteratura e Chaplin nel suo interessantissimo articolo qui) e via anglicizzando, e soprattutto abbassando, siamo messi proprio bene. 


Paradossi e speranza


Qualcosa mi fa sperare che non tutto sia perduto, però, alla faccia del Louvre e del Musée Carnavalet. Per paradosso c’è una rivalutazione della numerazione romana proprio nella culturale globalizzata e popolare. Un esempio è il football americano. Guardate questa immagine: non notate niente di strano? Ebbene sì. Dal 1971 il Super Bowl
usa i numeri romani proprio per dare una patina di grande prestigio a questo evento sportivo, evocando le gesta dei gladiatori. Quindi abbiamo attualmente il Super Bowl LV (o 55). 

In alcune serie cinematografiche come Star Wars il regista Lucas ha numerato gli episodi alla maniera romana, così come è stato fatto per Il Padrino di Coppola. Stesso dicasi per il mondo dei videogiochi come Red Dead Redemption oppure Grand Theft Auto. E, se guardiamo sui nostri orologi, da polso, da tavolo o da parete, è molto probabile che vi troveremo i numeri romani che, buttati fuori dalla porta, sono rientrati dalla finestra... o meglio dal quadrante.

***

Bene, era mio dovere dare conto di questa nuova assurdità visto il taglio del blog e soprattutto sperare che non venga importata in Italia (o magari sono troppo "purista"). E voi avete notato qualche altro esempio di abbassamento culturale che vi ha dato particolarmente fastidio?


***

Per chi vuole approfondire:

Siti:
Britannica
Alfonso Traina, L'alfabeto e la pronunzia del latino, 5a ediz., Cappelli, Bologna 2002
Giulio C. Lepschy, La linguistica strutturale, nuova edizione, Einaudi, Torino 1990

Fonti immagini:
Wikipedia 

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martedì 16 marzo 2021

A che gioco giochiamo? Pandemia e carriera universitaria

In questo clima rosso fuoco, che colora mezza Italia, sto cercando di pianificare la mia strategia universitaria subito dopo il mio ultimo esame di Storia dell’Età del Rinascimento (di cui vi ho parlato qui).

La cosa si sta trasformando in un percorso a ostacoli comune a tutti noi, ma cerco di non perdermi d'animo. Ci sono dei miei compagni, giovani o meno, che sono completamente in crisi con gli esami online, mentre i corsi a distanza sono più graditi, fatto salvo la perdita della componente relazionale in università. Sono passata alla biblioteca universitaria proprio di recente, e cortili e stanze erano impressionanti, silenziosi com'erano: sembrava un luogo denuclearizzato. 

Attualmente ho dato 17 esami con ottimi risultati (ho tutti 30, quattro 30 e lode e un 28), dunque mi mancano 5 esami e la tesi. Per la precisione mi mancano i seguenti esami

  • Storia Romana (9 crediti)
  • Letteratura Italiana (9 crediti)
  • Storia delle Dottrine Politiche (9 crediti)
  • Storia dell’Illuminismo e delle Rivoluzioni (9 crediti)
  • Storia dell’Arte Medievale (6 crediti). 

e per la tesi ho già qualche idea, anche se vorrei dare un paio di esami prima di cominciare a contattare il docente. Comincio a vedere la luce in fondo al tunnel, anche se la situazione di corsi online e soprattutto di esami online sta mettendo a dura prova la mia pianificazione


Che cosa sto studiando

A parte Storia Romana che ho tentato di dare a dicembre e il cui solo ricordo basta a mettermi in agitazione parossistica (qui il resoconto), e i cui libri sono al momento tenuti a bagnomaria in attesa di accadimenti miracolosi, sono tutti esami che mi paiono abbastanza fattibili online e con argomenti di cui non sono proprio digiuna. Per esempio, sto seguendo il corso online di Storia delle Dottrine Politiche: nonostante la materia ponderosa, si sta rivelando quasi avvincente, e c'è sempre da imparare o da ripassare! Ho programmato di dare questo esame a settembre, a Dio piacendo. 

Attualmente però sto studiando per conto mio Letteratura Italiana, un esame rimandato molte volte perché non riuscivo mai ad abbinarlo a un altro esame più leggero oppure inserirlo nel periodo giusto. Se tutto va bene, conto di dare l’esame nell’appello estivo, dato che la parte scritta di parafrasi e domanda aperta è stata trasformata in orale per via della modalità online.

Il problema di Letteratura Italiana non è tanto la difficoltà della materia – qualcosa rispunta nella memoria dalla notte dei tempi e ritrovo con gioia dei vecchi amori come la scuola siciliana, Angelo Poliziano o Matteo Maria Boiardo – ma è la vastità del materiale da preparare. L’esame verte, infatti, sui maggiori autori e movimenti letterari dal Duecento all’Ottocento spiegati nelle videolezioni da me per fortuna scaricate per tempo prima della rimozione, una montagna di parafrasi da preparare e stralci di testi da leggere (per esempio lunghi passaggi da "Il Principe" di Machiavelli). Per il modulo C portiamo “Vita” del formidabile Vittorio Alfieri, che sto leggendo e che mi sta piacendo moltissimo nonostante la prosa desueta. 

Una vera follia. 

Un tempo, la prova era ripartita in vari momenti di cui uno soltanto dedicato a Dante Alighieri. Ecco i libri da portare per l'intero esame: i primi due sono i manuali sulla letteratura, il terzo la dispensa con le poesie e i testi affrontati, il quarto un libro facoltativo per studiarsi la metrica (di cui sto capendo poco o niente), e poi fate il calcolo delle pagine.

 


Gli esami per ogni anno

In considerazione del fatto che gli esami per la Facoltà di Storia laurea triennale sono 22, lo studente si ritrova a dover affrontare una media di oltre sette esami ogni anno, magari del calibro di Storia del Cristianesimo Antico, Storia Medievale o Storia Moderna. Nel nostro caso non ci sono esami-sbarramento come nelle facoltà scientifiche, e puoi affrontarli nell’ordine che preferisci, anche se c'è un prospetto di esami distribuiti nel primo, secondo e terzo anno, e com'è ovvio sarebbe meglio affrontare determinati esami "canonici" prima di altri. 

Ma, se vuoi tenere il ritmo, frequentando o meno, il manicomio è assicurato; l'alternativa è quella di studiare con minor impegno alcune materie pur di prendere la sufficienza e tentare di passare l'esame, accendendo prima un cero votivo. E di ciò dobbiamo ringraziare il bonario signore che potete vedere qua nei paraggi, cioè Luigi Berlinguer.


La riforma Berlinguer 3+2

Con il decreto del MURST del 3 novembre 1999, n. 509 vennero infatti riformati
i corsi di studio universitari
, oltre che il sistema scolastico, in questo caso con l'introduzione del "sistema del 3+2" ovvero della creazione della laurea triennale e della laurea specialistica o magistrale. La riforma ha compresso a dismisura quasi lo stesso numero di esami in un periodo di tre anni anziché quattro, introducendo pure gli esami parziali per il cui completamento potresti ritrovarti a rifare tutto da capo, come era capitato a mio figlio con Matematica Generale. 

Le mie amiche, laureatesi negli anni Novanta in Lettere con indirizzo, che so, Storia Medievale, e con un paio di esami in più distribuiti su quattro anni, andarono quasi tutte fuori corso in quanto i tempi già erano stretti all’epoca. Figuratevi ora il delirio per i miei compagni che si trovano ad accelerare pur di non andare fuori corso e pagare forti sovrattasse universitarie (da quest'anno sono fuori corso e vi assicuro che è un vero salasso). La situazione si è andata complicando con la pandemia. E non è tutto perché con tale riforma si sono aggiunti altri misteri.

I crediti universitari

L’esistenza dei crediti universitari è uno dei grandi, insondabili enigmi del cosmo. Inutilmente provo a condividere il mio sapere sui crediti e intavolare un dibattito – ci sono voluti due anni per capire come funzionano università, corsi, esami, iscrizioni, moduli, piattaforma, ecc. A mio marito viene subito il mal di testa e mia madre alla parola “crediti” comincia a ridere a crepapelle quasi avesse inalato del gas esilarante. Infatti…

Per conseguire la laurea triennale in Storia, devi raggiungere 180 crediti in tre anni con 22 esami al tuo attivo, oltre alla tesi di laurea, un po' come la tessera punti al supermercato. La differenza con la tessera punti è che per quest’ultima hai uno sconto sulla spesa o un oggetto omaggio da un catalogo; con l’università non hai vantaggi evidenti. Non sono “crediti” formativi come a scuola, e tanto meno sono previsti “debiti” formativi, dato che i debiti non si trascinano fino a un eventuale esame di recupero: passi l’esame, hai il voto e i tuoi crediti, non lo passi oppure non accetti il voto e lo devi rifare.

Il superamento di ogni esame comporta un certo numero di crediti: di solito gli esami importanti e obbligatori hanno 9 crediti. Per esempio Storia Medievale è un esame obbligatorio per 9 crediti. Ogni corso prevede tre moduli didattici (A, B e C) ciascuno di 3 crediti. In casi eccezionali puoi sostenere un esame da 12 crediti, ma ti devi mettere d’accordo col docente e soprattutto devi ricevere l’imprimatur del Castello di Kafka che ti ha scolpito il piano di studi su tavole di granito. Per gli esami minori, in senso lato, puoi scegliere tra modulo B o C e questo tipo di esami ammonta a 6 crediti. Per i laboratori hai 3 crediti. 

Sembra facile, come diceva l’omino della pubblicità Bialetti, ma quando inserisci online il piano di studi al 2° anno scegliendo l’indirizzo (Medievale, Moderna o Contemporanea), le discipline sono raggruppate a blocchi inamovibili che non ti permettono di scegliere troppo liberamente, o di attribuire crediti a destra e a manca, al di là degli esami obbligatori. Il sistema informatico si blocca e ti dice che a un esame stai assegnando troppi crediti o troppo pochi. La cosa ridicola è che dici: “Ma a me questo argomento piace tanto”, poniamo che sia Storia delle Donne e delle Identità di Genere, “e vorrei darlo per 9 crediti anziché 6. Fa niente se alla fine avrò 183 crediti: crepi l'avarizia.” 

Sbagliato! 

Devi avere 180 crediti precisi precisi, non uno di più e non uno di meno, o altrimenti affrontare una trafila burocratica per arrivare a conferire con il Magnifico Rettore, e forse anche oltre. Ma il mistero continua perché...


Ogni esame ha anche il suo voto

Esattamente come in passato, a ogni esame viene attribuito un voto che va da 18 (la sufficienza) fino a 30 (il massimo, cui può essere aggiunta la lode). 

Poniamo il caso limite di due studenti, uno che prende sempre 18 e il secondo che prende sempre 30 e che sono alla fine del  loro percorso di studi: ognuno di questi due studenti, indipendentemente dal voto, raggiungerà lo stesso numero di crediti, cioè 180. Mia madre nella sua saggezza sostiene che uno studente che prende 18 dovrebbe avere dei crediti di "minor valore", e non ha tutti i torti. Alla fine uscirai con 180 crediti e la media ponderata degli esami. 

E quindi a che cosa servono i crediti? Nessuno lo sa. Anzi, se qualcuno di voi ha una risposta, mi piacerebbe saperla. 

Intanto vado avanti a studiare Letteratura, e sono arrivata all'Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, personaggio in cui ben presto mi trasformerò. ;)

***

Come diceva qualcuno "speriamo che me la cavo" da qui alla primavera del prossimo anno quando spero di laurearmi... crediti, lavoro e pandemia permettendo! 

***

Foto: Pixabay  

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lunedì 8 marzo 2021

L’Orto Botanico di Brera: una storia d’amore tra donne e natura


La primavera si avvicina con alcune timide fioriture e giornate indecise tra il sole e la pioggerella intermittente, e l’umore non è dei migliori viste le coloriture nazionali e mondiali.

Oggi però vorrei parlarvi un luogo magico e poco conosciuto, cioè l’Orto Botanico di Brera aMilano, chiamato anche Hortus Botanicus Braidensis. L’ho scoperto tramite una videopresentazione nell’ambito di Bookcity, edizione 2020 interamente online, dal titolo “Che genere di pianta sei?” di cui vi darò tutti i riferimenti sotto. Intanto andiamo insieme alla scoperta di questo luogo e delle donne sue protagoniste … siete pronti per la nostra passeggiata?


Un po’ di storia

Stretto tra palazzi, case, uffici, questo luogo viene istituito tra il 1774 e il 1775 nell’ambito di un progetto più ampio voluto dall’Imperatrice Maria Teresa d’Austria per rendere Palazzo Brera un centro culturale di riferimento. Ecco che abbiamo una prima, autorevole figura femminile sul nostro cammino che qui potete vedere all'età di undici anni come arciduchessa nell'olio su tela del 1729 di Andreas Möller, quindi ben prima che salisse al trono alla morte del padre.

Il luogo serviva alla meditazione, ed era un orto per i padri Gesuiti che abitavano il palazzo e gestivano una scuola per l’educazione dei rampolli delle famiglie altolocate. Con la soppressione dell’ordine nel 1773 il palazzo e le sue pertinenze diventano patrimonio dello Stato Asburgico. Vengono poi fondati l’Osservatorio Astronomico, la Biblioteca Braidense, l’Accademia di Belle Arti, la Pinacoteca di Brera e l’Istituto Lombardo Accademia di Scienze e Lettere: una serie di gioielli di cui la città va tuttora fiera.

Fin dalla sua nascita l’Orto ha un forte carattere didattico-formativo perché annovera la coltivazione di piante medicinali per formare studenti che volevano diventare medici e farmacisti. Dalle stesse piante si estraggono i componenti attivi, e si rifornisce la spezieria del Palazzo.

L’Orto attraversa comunque varie vicissitudini fino al 1935, annesso all’Istituto Superiore di Agraria, che nel periodo fascista e sotto il Ministero della Pubblica Istruzione lo pose sotto la competenza dell’Università degli Studi di Milano.


Finalmente, il restauro

Questo luogo ha versato per lunghi anni in uno stato di abbandono, fino a quando non si è avviato il progetto di restauro conservativo conclusosi nel 2001. La riqualificazione dell’arboreto, conclusa nel 2018, ha portato alla conservazione di tutte le specie vegetali presenti, cui sono state aggiunte grandi alberature e piante nuove. (La fotografia è tratta dalla pagina Unimi dell'Università.)

Dopo il restauro del 2001, il luogo è stato ridato alla città e conserva l’impianto settecentesco originale con tre settori separati da vasche di irrigazione di forma ellittica. Dopo tale restauro, è stato riconosciuto dalla regione Lombardia come istituzione museale. Allo stesso tempo è anche un museo “senza catalogo”, ovvero è un museo particolare con odori, suoni, specie… :)

Le prime due aiuole formano la zona scientifica dove ci sono le collezioni di piante, e l’altra è dedicata all’arboreto con piante secolari tra cui due colossali Ginkgo Biloba, maschio e femmina, della rispettabilissima età di circa 250 anni e che sono diventati icona del luogo.


La missione dell’Orto Botanico di Brera

Uno degli scopi dell’Orto è infatti quello di salvaguardare le specie rare in via di estinzione, cioè la salvaguardia della biodiversità, cosa più che mai urgente in questi tempi di devastazione su scala planetaria. In termini ancora più ampi, la missione è quella di ricerca, conservazione ed educazione per la scuola e gli studenti universitari, collegato com’è ai progetti di ricerca dell’Università agli Studi di Milano o Università Statale. Sarebbe già sufficiente, ma c’è molto di più da scoprire in questo luogo affascinante!

Grandi storie d’amore… naturali

Nel video Cristina Puricelli, curatrice dell’Orto Botanico, insieme ad altre studiose, giardiniere, botaniche e storiche dell’Orto ci spiega, passeggiando con noi attraverso i vialetti di questo pezzetto di paradiso, che nel mondo vegetale esistono un’enorme varietà di generi e comportamenti riproduttivi. (La fotografia è tratta dalla pagina Unimi dell'Università.)

Per unirsi al loro amato o alla loro amata, le piante sono disposte a superare qualsiasi ostacolo, il primo dei quali è che non possono camminare sulle proprie radici! Proprio i due Ginkgo Biloba sono la coppia coniugale per eccellenza: sono un maschio e una femmina. Lui, grazie al vento, manda il polline verso di lei, e alla base della pianta femmina, che all’interno dei fiori contiene gli ovuli, c’è la zona chiamata “nursery” dove nascono i piccoli Ginkgo. Nella foto wikipedia potete vedere un esempio di foglie. 

Nell’Orto ci sono migliaia di specie botaniche, molte delle quali sono di genere femminile, o hanno gusti specifici in fatto di impollinatori. L’agrifoglio di Natale con le bacche è femmina, per esempio, mentre quello senza bacche è maschio. A Brera ci sono moltissime varietà di salvia, che preferiscono api e bombi per i loro fiori perché si combinano bene insieme. Sul dorso di questi insetti si deposita il polline dopo che l’ape ha toccato la parte maschile del fiore.

Non lo trovate affascinante ed emozionante al tempo stesso? Come vi ho anticipato, però, il luogo è intimamente connesso anche ad alcune figure femminili pionieristiche e ad alcuni stili di giardino.


Giardino all’inglese versus giardino alla francese

A fine Settecento nasce il cosiddetto “giardino all’inglese”, proprio come avviene per l’Orto Botanico di Brera. Il giardino all'inglese è un fenomeno che ebbe inizio attorno al XVIII secolo, conducendo al superamento delle rigorose geometrie e ripartizioni all'interno dei nuovi giardini nobiliari. Queste geometrie erano espresse nel “giardino formale” o “giardino all’italiana” tardo-rinascimentale con una suddivisione degli spazi ottenuta con siepi, sculture vegetali, fontane e statue, come i giardini di Villa d’Este a Tivoli. Questo tipo di giardino ha influenzato anche il “giardino alla francese”, di cui l’esempio più eclatante sono i giardini della reggia di Versailles.

All’opposto si colloca il giardino all’inglese, legato alla corrente dell'Illuminismo. Il giardino è considerato il luogo in cui il piacere, suscitato dall'avvicendarsi delle sorprese, viene temprato dall’equilibrio che lega le varie parti, attraverso la contrapposizione degli opposti, come il regolare al selvaggio, il maestoso all'elegante. Non è insomma un luogo del tutto “selvaggio” e non è completamente regolato dalla mano dell’uomo, ma trasmette una certa idea di disordine in apparenza naturale. Qual è il vostro stile di giardino preferito? 

 


Donne e botanica

Ma continuiamo nella nostra passeggiata. Proprio in Inghilterra alla fine del Settecento arriva la teoria di Linneo sulla sessualità delle piante e quando circolano le prime traduzioni si dice che le sue teorie sono troppo esplicite e quindi non sono considerate una lettura adatta a un pubblico femminile. Poi, però, anche Erasmus Darwin, nonno del celeberrimo Charles Darwin di L'origine delle specie con un poemetto sull’origine delle piante rende le cose ancora più esplicite. Le donne cominciano a impadronirsi della scienza della botanica e qui inizia la carrellata: ci allontaneremo un po’ dall’Orto Botanico per arrivare nel nostro viaggio proprio in Inghilterra.

Dorothy Wordsworth



La prima insigne figura di riferimento è la sorella del poeta W. Wordsworth, Dorothy Wordsworth. I fratelli vengono separati fin da bambini a causa della morte dei genitori, come accadeva molto spesso all’epoca (mi vengono in mente i fratelli Robespierre rimasti orfani da piccoli). Il sogno sarà sempre quello di riunirsi ai fratelli e ricostituire la famiglia.

Riusciranno a prender in affitto il Dove Cottage nel Lake District, una piccola casa con giardino e orto dove Dorothy si dedica alla coltivazione delle piante. Ha una produzione molto vasta, e riesce spesso a fare dono dei suoi ortaggi ad amici e conoscenti. Trova il tempo per scrivere nei suoi diari quello che la occupa durante il giorno ed esprime una forte simbiosi con la natura: se la natura è triste anche Dorothy lo è, e viceversa.

Il Dove Cottage sarà poi preso in affitto da Beatrix Potter, autrice di Peter il Coniglio (The Tale of Peter Rabbit) e di altre storie per l'infanzia. Nella rimessa Potter trova una quantità elevata di carte e appunti, e comprende che si tratta dei diari di Dorothy. La scoperta di Beatrix Potter viene pubblicata nel 1933 con il titolo di Grasmere Journal, e rivela quanto questa donna fosse stata preziosa per il successo del fratello.


Jane C. Loudon

  


Altro meraviglioso esempio di scrittura e talento è Jane C. Loudon (1807-1858), che per necessità e passione diventa un’affermata autorità in campo botanico. Si rivolge alle donne, convinta che educazione e scienza siano indispensabili per la donna e per far progredire la società.

Crea i primi manuali di giardinaggio a livello divulgativo in opposizione ai testi di orticoltura specializzati, e ritiene il giardinaggio come particolarmente adatto alle giovani donne. Un esempio della sua produzione è Instructions in Gardening for Ladies con meravigliose illustrazioni.

Jane è anche autrice pionieristica di opere di fantascienza, ancor prima che questo genere venisse “etichettato” con opere come The Mummy! Insomma, una donna davvero ricca di multiforme ingegno.


Beatrix Potter

Pochi sanno che questa celeberrima autrice di storie per l’infanzia fu anche molto interessata alle scienze naturali. Nel 1897 la sua teoria sulla germinazione delle spore di fungo, On the Germination of the Spores of the Agaricineae, viene presentata alla Linnean Society, ma il suo scritto viene giudicato di nullo valore, e in seguito Beatrix lo ritira, probabilmente per modificarlo. Questo libro non viene mai pubblicato, e va perduto.

Beatrix decide di illustrare libri per bambini, e con il successo e i proventi delle pubblicazioni riesce ad acquistare la proprietà nel Lake District. Nella foto potete vedere la casa di Beatrix Potter, Hill Top, Near Sawrey. Alla sua morte nel 1943, Potter ha donato centinaia di suoi disegni e dipinti sui funghi all'Armitt Museum and Library di Ambleside e altri si trovano al Perth Museum and Art Gallery di Perth.

Nel 1967, il micologo WPK Findlay ha incluso nel suo Wayside & Woodland Fungi molti dei disegni di funghi accuratamente disegnati da Potter, soddisfacendo così il desiderio della scrittrice di pubblicare i sui disegni in un libro. Tali illustrazioni sono ritenute degne di attenzione non solo per la loro bellezza e precisione, ma anche per l'aiuto fornito ai moderni micologi nell'identificare le varietà di funghi.

Quando si dice che la qualità paga, magari non al momento… :/


Gertrude Jekyll

Anche Gertrude (1843-1932) è stata un’artista e una scrittrice britannica, considerata tra le figure più influenti nella progettazione e nel design di giardini del XX secolo

Nel corso della sua esistenza crea più di 400 giardini nel Regno Unito, in Europa e negli Stati Uniti, e scrive più di 1000 articoli per riviste come Country Life e The Garden di William Robinson. Una delle sue opera più importanti è Children and Gardens del 1908. 

Una vera autorità in materia! Eccola qua in una foto in bianco e nero nel Deanery Garden.


Vita Sackville-West

Vi invito a scopre anche Vita Sackville-West (1892-1962) nella sua veste non soltanto di scrittrice e poetessa, e amica di Virginia Woolf, ma anche come disegnatrice di paesaggi e giardini nella sua proprietà di Sissinghurst Castle. Vita crea un nuovo sistema sperimentale di recinzioni o stanze con fiori dello stesso colore, come il White Garden, il Rose Garden, l’Orchard, e mostra un così grande talento che in vita viene conosciuta più per le sue innovazioni nel giardinaggio che per le sue opere letterarie.


Edna Walling

Anche Edna Walling (1896-1973) merita la nostra piena attenzione. Nata in Inghilterra, deve trasferirsi in Australia in seguito al tracollo economico della famiglia. Là frequenta una scuola di giardinaggio aperta alle donne dove sotto la gonna si indossano i pantaloni. Progetta piccoli villaggi e giardini, con impostazione classica ma attenta a inglobare piante e specie australiani. The happiest days of my life parla della sua felicità nel trascorrere il tempo immersa nel suo lavoro e in mezzo alla natura.

E potete trovare altri esempi di illustri studiose della natura nel video Bookcity!

***

Abbiamo così concluso la nostra passeggiata in mezzo alla natura, sia pure con l’immaginazione! Spero che vi sia piaciuta e di avervi fatto scoprire l’Orto Botanico di Brera, che io stessa mi riprometto di visitare non appena sarà possibile. 

Abbiamo anche imparato a conoscere la vita di donne cui dobbiamo tanto, e che vissero spesso nell’ombra. A loro va questo mio omaggio per l’8 marzo, Giornata Internazionale della Donna.









Link utili per approfondire:
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giovedì 4 marzo 2021

Ecco un esempio del mio lavoro


In occasione di uno dei miei recenti post, dal titolo "La professione aiuta nella scrittura?" (qui il link) avevo toccato l'argomento di come la professione serva a migliorare la scrittura, le offra alcuni spunti narrativi o sia del tutto ininfluente. I vostri commenti sono stati molto interessanti e diversificati, e mi hanno anche portato a rileggere i due post che avevo pubblicato sul blog di Maria Teresa Steri dove spiegavo in che cosa consiste il mio lavoro.

Pur nella difficile situazione di caos e pandemia che tutti ben conosciamo, l'anno scorso ho avuto l'opportunità di lavorare con i colleghi della casa editrice Pearson, e con lo studio grafico Apotema, a un progetto bellissimo e molto complesso, cioè una Letteratura in lingua inglese in due volumi per la scuola secondaria di secondo grado. Durante la lavorazione si mantiene la più rigorosa riservatezza sul progetto, ma quando il libro è ufficialmente pubblicato dalla casa editrice si può uscire di più allo scoperto.

Quindi, come i naufraghi de La Tempesta di William Shakespeare, che qui potete vedere nella raffigurazione Miranda e la tempesta di John William Waterhouse del 1916, siamo riusciti a condurre felicemente questa nave in porto.

Siccome sono particolarmente orgogliosa di aver contribuito alla realizzazione di Amazing Minds New Generation e mi sembra che questa letteratura, che ha anche una consistente parte storica e socio-culturale, calzi a pennello con il blog nel suo complesso, ve la presento:

Amazing Minds NEW GENERATION
M. Spicci - T.A. Shaw - with D. Montanari

Letteratura inglese che integra trattazione cronologica e percorsi tematici mirati all’attualizzazione dei testi e alla riflessione sugli obiettivi dell’Agenda ONU 2030 e sulla cittadinanza in preparazione all’Esame di Stato. Con sezioni dedicate alla cultura, al pensiero critico e all'apprendimento visibile.

Ordine di scuola Scuola Secondaria di Secondo Grado - Tutti tipi scuola 2° biennio e 5° anno

Area disciplinare Discipline lingue moderne


Qui di seguito potete trovare due brevi video youtube: il primo riguarda l'edizione appena uscita e il secondo illustra l'edizione uscita nel 2017. Per chiunque voglia approfondire - insegnanti, studenti, appassionati della lingua di Shakespeare - maggiori informazioni sono reperibili presso il sito di Pearson, che potete esplorare qui.

Buona visione e buona immersione letteraria! :)





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martedì 23 febbraio 2021

Il Caffè della Rivoluzione: Questi fantasmi / 45

 



Di recente mi sono imbattuta in una storia curiosa, meglio nota come "I fantasmi del Trianon", di cui non avevo mai sentito parlare. La presento nella rubrica Il Caffè della Rivoluzione come un'altra pagina da aggiungere al mio repertorio settecentesco-rivoluzionario. In qualunque modo la pensiate, converrete che il tema dei fantasmi suscita in noi attrazione, curiosità, paura, scetticismo, dubbio, ma è destinato a non lasciarci indifferenti

Ma veniamo al fatto specifico. Si tratta di un'esperienza vissuta nel 1901 nei giardini del Trianon situati nella reggia di Versailles, così come ci viene raccontata da parte di due signore inglesi, Charlotte Anne Moberly ed Eleanor Frances Jourdain. Tale esperienza verrà poi pubblicata da loro nel libro An Adventure nel 1911 sotto lo pseudonimo di "Elizabeth Morison" and "Frances Lamont", suscitando molto clamore e aspettative e poi anche moltissima derisione nel pubblico.


Le due protagoniste

Prima di arrivare al sodo, ecco una rapida biografia delle due signore:

Charlotte Anne Moberley, nata nel 1846, è la decima di quindici figli. Il padre è stato preside al Winchester College e diventa poi vescovo di Salisbury. La figlia assume le mansioni di sua segretaria per venti anni prima di essere scelta nel 1886 come direttrice del St. Hugh’s Hall, terzo College femminile dell'università di Oxford fondato da Elizabeth Wordsworth.

Eleanor Frances Jourdain, nata nel 1863, è la primogenita di dieci figli. Il padre è Francis Jourdain, vicario di Ashbourne e discendente da ugonotti (cioè i protestanti) francesi; e anche lei è diplomata in un College di Oxford. Come l'amica, diviene insegnante e fonda la sua propria scuola a Watford nell'Hertfordshire. All'epoca dei fatti vive a Parigi dove ha preso in affitto un appartamento con la prospettiva di ricevervi degli studenti per impartire delle lezioni.

 
La visita a Versailles

Anne Moberley si è recata a Parigi per proporre all'amica di diventare condirettrice a St. Hugh, cosa che effettivamente accade nel 1902. Intende approfittare dell'occasione per recarsi in visita alla reggia di Versailles. Siamo al 10 agosto 1901 in una giornata pienamente estiva e carica di elettricità temporalesca. Dopo aver visitato la reggia, che peraltro non le ha entusiasmate, le due amiche stanno attraversando i giardini, in direzione del Petit Trianon, una zona del parco con un piccolo castello e circondato da giardini in diversi stili. 

Ricordo che questo luogo nasce ben prima, nel 1748, per volere del re Luigi XV, su iniziativa della sua favorita Madame de Pompadour, che affida a un architetto la progettazione di un "giardino di piante". Alla morte di suo nonno, il nuovo sovrano Luigi XVI offre il Petit Trianon alla giovane sposa Maria Antonietta che vi crea un suo ambiente intimo, lontano dall'etichetta della corte che per lei risultava oppressiva. Lo potete vedere qui in una veduta aerea: c'è un piccolo padiglione ed è contornato da boschetti.

Torniamo però alle due amiche e al 1901. Dopo aver raggiunto il Grand Trianon, scoprono che il Petit Trianon è chiuso. Pur consultando la guida turistica Baedeker, si perdono, per esempio non svoltando all'Allée des Deux Trianons, il viale principale. Anne Moberley nota una persona che scuote uno strofinaccio bianco da una finestra, mentre Eleanor Jourdain nota una sorta di fattoria deserta, fuori dalla quale c'è un vecchio solco da aratura. A questo punto cominciano a provare un senso crescente di disagio, pur non rivelandolo l'una all'altra al momento.

Avvistano anche un cottage con una donna che sta porgendo in maniera enfatica una caraffa a una ragazza che si trova sulla soglia. Avrebbero poi descritto la scena come un "tableau vivant", cioè un "quadro vivente", un genere di rappresentazione molto in uso nel Settecento. Anne Moberly non osserva con attenzione il cottage, ma ricorda che l'atmosfera cambia sensibilmente. Scrive: "D'improvviso tutto sembrava innaturale, e dunque sgradevole; persino gli alberi sembravano diventati immobili e senza vita, come se appartenessero a una tappezzeria. Non c'erano giochi di luci e ombre, e il vento non muoveva le foglie."

Raggiungono il limitare di un bosco, vicino al Temple de l'Amour, e si imbattono in un uomo seduto 
vicino a un gazebo, e che indossa un mantello e un cappello a larghe tese. Secondo Anne Moberly, il suo aspetto è "grandemente ripugnante.... la sua espressione odiosa. La sua carnagione era scura e irregolare." Jourdain dirà: "L'uomo aveva girato lentamente il viso, segnato dal vaiolo; la carnagione era molto scura. Aveva l'espressione malvagia... e, anche se non sembrava che guardasse proprio nella nostra direzione, era sgradevole l'idea di passargli accanto." Le due signore descrivono un altro uomo, "alto... con grandi occhi scuri, e lunghi capelli ricciuti sotto un grande cappello" che le raggiunge, e mostra loro la strada per il Petit Trianon.

Anne Moberly nota una signora che sta disegnando seduta sull'erba e che guarda nella loro direzione dopo che hanno varcato un ponte per raggiungere i giardini davanti al palazzetto. La signora indossa un leggero vestito estivo e un grande cappello bianco, e ha una capigliatura folta e bionda. La signora inglese al momento pensa a una turista, ma il vestito sembra molto fuori moda. Dal canto suo, Eleanor Jourdain non scorge questa signora. La loro visita si conclude alla reggia, dove si dirigono verso l'ingresso e dove su uniscono a un gruppo di altri visitatori.

Una settimana dopo, Anne Moberley menziona in una lettera alla sorella dei fatti occorsi durante la visita. Discorre poi con Eleanor Jourdain, chiedendole un'opinione: Versailles è forse infestata? Tre mesi dopo a Oxford, le due amiche decidono di mettere a confronto i loro appunti e scrivere relazioni separate su che cosa è successo, e anche di fare ricerche sulla storia del Trianon. Le due amiche ritornano diverse volte sul posto, ma non riescono a ricostruire il loro percorso. Chiedono anche se al momento non fosse in corso una festa privata, cosa che non risulta. Anche su sollecitazione della Society for Psychical Research, le due amiche pubblicheranno poi il loro racconto sotto pseudonimo nel 1911. Il libro ottiene un ottimo successo con 11.000 copie vendute e studi pubblicati nelle riviste di parapsicologia. L'identità delle due protagoniste viene peraltro rivelata dopo la loro morte.


Le spiegazioni proposte

Anne Moberley ed Eleanou Jourdain sostengono di aver forse visto avvenimenti che ebbero luogo il 10 agosto 1792, appena sei settimane prima dell'abolizione della monarchia, quando il palazzo delle Tuileries a Parigi fu assediato e le guardie svizzere massacrate. La donna è molto somigliante alla regina Maria Antonietta, che potete vedere in apertura all'età di ventisette anni nel quadro di Elisabeth Vigée-Lebrun. L'uomo dal viso butterato potrebbe essere il conte Vaudreuil, tra i vari candidati. Le emozioni e l'angoscia vissuti dai protagonisti settecenteschi avrebbero potuto lasciare una sorta di deposito di emozioni che sarebbe stata attivato dal clima temporalesco. (La mia obiezione è che all'epoca la famiglia reale era stata già trasferita da tempo al palazzo delle Tuileries di Parigi e, se non ricordo male, non tornò mai più a Versailles.)

Una spiegazione che non coinvolge il soprannaturale fu avanzata da Philippe Julian nel 1965 nella sua biografia del poeta decadente Robert de Montesquiou. Al tempo della visita delle due signore a Versailles, Montesquiou viveva nei paraggi e notoriamente dava delle feste dove i suoi amici indossavano costumi del periodo e interpretavano i "tableaux vivants" come parte dell'intrattenimento. Le due signore potrebbero essersi imbattute in uno di questi eventi, e dunque la donna vestita come Maria Antonietta, e gli uomini in abiti d'epoca, avrebbero potuto essere dei figuranti. I soliti maligni avanzano l'ipotesi di un coinvolgimento lesbico tra le due amiche, e altri ancora più maligni sottolineano il loro stato di zitelle facilmente suggestionabili. (Come se essere l'una o l'altra avrebbe potuto far perdere il ben dell'intelletto!)

Michael Coleman, un autore britannico, ha esaminato attentamente la storia e in particolare le due versioni pubblicate dalle signore (1911 e 1913) e ha notato come la vicenda stessa sembra aumentare di consistenza e in dettagli, e anche dopo l'inizio delle indagini da parte delle due protagoniste, mentre il resoconto originale non sembra suggerire quasi nulla di un'esperienza paranormale. Coleman ha anche messo in discussione il rigore e l'affidabilità delle ricerche successive, sottolineando che sono nominate poche fonti e che la maggior parte delle referenze storico-letterarie sono inaffidabili. Uno psicologo ha suggerito che si era trattato di una "esperienza allucinatoria" rielaborata nel tempo con le informazioni raccolte a posteriori.

Altri sostengono che "Moberley e Jourdain erano umane" e potrebbero semplicemente essersi sbagliate. Molti hanno appunto notato che le edizioni di An Adventure si sono abbellite ogni volta, e che le discrepanze sono evidenti.  Inoltre anche le descrizioni di gazebo e ponti sono generiche e potrebbero riferirsi a molte delle strutture esistenti. 

Ma le ricerche potrebbero invece aver spiegato ricordi e dettagli altrimenti incomprensibili. E altri ancora sostengono che, cinquant'anni dopo i fatti narrati, si sono scoperti nella biblioteca municipale di Versailles, in un certo numero di fondi d'archivio che erano poco utilizzati, dei progetti che presentano un padiglione cinese esattamente uguale alla descrizione data dalle protagoniste.

A conclusione della vicenda, l'opera An Adventure non fu più ristampata

***

Per quanto mi riguarda e a scanso di equivoci, ho visitato Versailles, per non parlare delle innumerevoli volte in cui ho girato per Parigi, e visto i luoghi della rivoluzione. E, forse per mia fortuna, non ho mai visto nulla di anomalo o mi sarebbe venuto un colpo! ;)

Vorrei comunque chiedervi se conoscete qualche esempio di luogo infestato "famoso" dalle vostre parti!

***

P.S. Mi è appena giunta una recente biografia su Robespierre che mi era stata consigliata dal docente di Storia e Web e che sarà di mia prossima lettura! Eccola qua nei paraggi. :) 

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QUALCOSA DI ME

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Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato sei romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ho in cantiere una serie di romanzi ambientati nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

IL MIO ULTIMO LAVORO

Parigi, 1789. Maximilien Robespierre, Georges Danton, Camille Desmoulins, Antoine de Saint-Just sono tra i protagonisti della Rivoluzione Francese. Ma come si arriva a far scoppiare una rivolta di tale portata, a diventarne il volto e a capeggiare le sue fasi sanguinarie?
Solo scandagliando il passato si scioglierà l’enigma.
Ne emerge un disegno rivelatore di tormentati legami che li uniscono sin dalle esistenze passate. E che li attira verso la bellissima Lucile Duplessis, fenice che rinasce dalle sue stesse ceneri.
I Serpenti e la Fenice non è soltanto un romanzo storico dove l’aderenza alle fonti si illumina e si scalda al fuoco dell’immaginazione, ma il racconto di un’occasione imperdibile di redenzione e amore.

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