"La Storia siamo noi": blog di storia, letteratura e arte

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MADONNA E SANTI NEL GIARDINO DEL PARADISO

Maestro dell'Alto Reno. Tecnica mista su tavola, 1410.

LA BATTAGLIA DI SAN ROMANO

Paolo Uccello. Tecnica mista su tavola, 1438.

And when did you last see your father?

William Frederick Yeames. Olio su tela, 1878.

KENTUCKY FLOOD

Margaret Bourke-White. The American Way of Life, 1937.

martedì 23 febbraio 2021

Il Caffè della Rivoluzione: Questi fantasmi / 45

 



Di recente mi sono imbattuta in una storia curiosa, meglio nota come "I fantasmi del Trianon", di cui non avevo mai sentito parlare. La presento nella rubrica Il Caffè della Rivoluzione come un'altra pagina da aggiungere al mio repertorio settecentesco-rivoluzionario. In qualunque modo la pensiate, converrete che il tema dei fantasmi suscita in noi attrazione, curiosità, paura, scetticismo, dubbio, ma è destinato a non lasciarci indifferenti

Ma veniamo al fatto specifico. Si tratta di un'esperienza vissuta nel 1901 nei giardini del Trianon situati nella reggia di Versailles, così come ci viene raccontata da parte di due signore inglesi, Charlotte Anne Moberly ed Eleanor Frances Jourdain. Tale esperienza verrà poi pubblicata da loro nel libro An Adventure nel 1911 sotto lo pseudonimo di "Elizabeth Morison" and "Frances Lamont", suscitando molto clamore e aspettative e poi anche moltissima derisione nel pubblico.


Le due protagoniste

Prima di arrivare al sodo, ecco una rapida biografia delle due signore:

Charlotte Anne Moberley, nata nel 1846, è la decima di quindici figli. Il padre è stato preside al Winchester College e diventa poi vescovo di Salisbury. La figlia assume le mansioni di sua segretaria per venti anni prima di essere scelta nel 1886 come direttrice del St. Hugh’s Hall, terzo College femminile dell'università di Oxford fondato da Elizabeth Wordsworth.

Eleanor Frances Jourdain, nata nel 1863, è la primogenita di dieci figli. Il padre è Francis Jourdain, vicario di Ashbourne e discendente da ugonotti (cioè i protestanti) francesi; e anche lei è diplomata in un College di Oxford. Come l'amica, diviene insegnante e fonda la sua propria scuola a Watford nell'Hertfordshire. All'epoca dei fatti vive a Parigi dove ha preso in affitto un appartamento con la prospettiva di ricevervi degli studenti per impartire delle lezioni.

 
La visita a Versailles

Anne Moberley si è recata a Parigi per proporre all'amica di diventare condirettrice a St. Hugh, cosa che effettivamente accade nel 1902. Intende approfittare dell'occasione per recarsi in visita alla reggia di Versailles. Siamo al 10 agosto 1901 in una giornata pienamente estiva e carica di elettricità temporalesca. Dopo aver visitato la reggia, che peraltro non le ha entusiasmate, le due amiche stanno attraversando i giardini, in direzione del Petit Trianon, una zona del parco con un piccolo castello e circondato da giardini in diversi stili. 

Ricordo che questo luogo nasce ben prima, nel 1748, per volere del re Luigi XV, su iniziativa della sua favorita Madame de Pompadour, che affida a un architetto la progettazione di un "giardino di piante". Alla morte di suo nonno, il nuovo sovrano Luigi XVI offre il Petit Trianon alla giovane sposa Maria Antonietta che vi crea un suo ambiente intimo, lontano dall'etichetta della corte che per lei risultava oppressiva. Lo potete vedere qui in una veduta aerea: c'è un piccolo padiglione ed è contornato da boschetti.

Torniamo però alle due amiche e al 1901. Dopo aver raggiunto il Grand Trianon, scoprono che il Petit Trianon è chiuso. Pur consultando la guida turistica Baedeker, si perdono, per esempio non svoltando all'Allée des Deux Trianons, il viale principale. Anne Moberley nota una persona che scuote uno strofinaccio bianco da una finestra, mentre Eleanor Jourdain nota una sorta di fattoria deserta, fuori dalla quale c'è un vecchio solco da aratura. A questo punto cominciano a provare un senso crescente di disagio, pur non rivelandolo l'una all'altra al momento.

Avvistano anche un cottage con una donna che sta porgendo in maniera enfatica una caraffa a una ragazza che si trova sulla soglia. Avrebbero poi descritto la scena come un "tableau vivant", cioè un "quadro vivente", un genere di rappresentazione molto in uso nel Settecento. Anne Moberly non osserva con attenzione il cottage, ma ricorda che l'atmosfera cambia sensibilmente. Scrive: "D'improvviso tutto sembrava innaturale, e dunque sgradevole; persino gli alberi sembravano diventati immobili e senza vita, come se appartenessero a una tappezzeria. Non c'erano giochi di luci e ombre, e il vento non muoveva le foglie."

Raggiungono il limitare di un bosco, vicino al Temple de l'Amour, e si imbattono in un uomo seduto 
vicino a un gazebo, e che indossa un mantello e un cappello a larghe tese. Secondo Anne Moberly, il suo aspetto è "grandemente ripugnante.... la sua espressione odiosa. La sua carnagione era scura e irregolare." Jourdain dirà: "L'uomo aveva girato lentamente il viso, segnato dal vaiolo; la carnagione era molto scura. Aveva l'espressione malvagia... e, anche se non sembrava che guardasse proprio nella nostra direzione, era sgradevole l'idea di passargli accanto." Le due signore descrivono un altro uomo, "alto... con grandi occhi scuri, e lunghi capelli ricciuti sotto un grande cappello" che le raggiunge, e mostra loro la strada per il Petit Trianon.

Anne Moberly nota una signora che sta disegnando seduta sull'erba e che guarda nella loro direzione dopo che hanno varcato un ponte per raggiungere i giardini davanti al palazzetto. La signora indossa un leggero vestito estivo e un grande cappello bianco, e ha una capigliatura folta e bionda. La signora inglese al momento pensa a una turista, ma il vestito sembra molto fuori moda. Dal canto suo, Eleanor Jourdain non scorge questa signora. La loro visita si conclude alla reggia, dove si dirigono verso l'ingresso e dove su uniscono a un gruppo di altri visitatori.

Una settimana dopo, Anne Moberley menziona in una lettera alla sorella dei fatti occorsi durante la visita. Discorre poi con Eleanor Jourdain, chiedendole un'opinione: Versailles è forse infestata? Tre mesi dopo a Oxford, le due amiche decidono di mettere a confronto i loro appunti e scrivere relazioni separate su che cosa è successo, e anche di fare ricerche sulla storia del Trianon. Le due amiche ritornano diverse volte sul posto, ma non riescono a ricostruire il loro percorso. Chiedono anche se al momento non fosse in corso una festa privata, cosa che non risulta. Anche su sollecitazione della Society for Psychical Research, le due amiche pubblicheranno poi il loro racconto sotto pseudonimo nel 1911. Il libro ottiene un ottimo successo con 11.000 copie vendute e studi pubblicati nelle riviste di parapsicologia. L'identità delle due protagoniste viene peraltro rivelata dopo la loro morte.


Le spiegazioni proposte

Anne Moberley ed Eleanou Jourdain sostengono di aver forse visto avvenimenti che ebbero luogo il 10 agosto 1792, appena sei settimane prima dell'abolizione della monarchia, quando il palazzo delle Tuileries a Parigi fu assediato e le guardie svizzere massacrate. La donna è molto somigliante alla regina Maria Antonietta, che potete vedere in apertura all'età di ventisette anni nel quadro di Elisabeth Vigée-Lebrun. L'uomo dal viso butterato potrebbe essere il conte Vaudreuil, tra i vari candidati. Le emozioni e l'angoscia vissuti dai protagonisti settecenteschi avrebbero potuto lasciare una sorta di deposito di emozioni che sarebbe stata attivato dal clima temporalesco. (La mia obiezione è che all'epoca la famiglia reale era stata già trasferita da tempo al palazzo delle Tuileries di Parigi e, se non ricordo male, non tornò mai più a Versailles.)

Una spiegazione che non coinvolge il soprannaturale fu avanzata da Philippe Julian nel 1965 nella sua biografia del poeta decadente Robert de Montesquiou. Al tempo della visita delle due signore a Versailles, Montesquiou viveva nei paraggi e notoriamente dava delle feste dove i suoi amici indossavano costumi del periodo e interpretavano i "tableaux vivants" come parte dell'intrattenimento. Le due signore potrebbero essersi imbattute in uno di questi eventi, e dunque la donna vestita come Maria Antonietta, e gli uomini in abiti d'epoca, avrebbero potuto essere dei figuranti. I soliti maligni avanzano l'ipotesi di un coinvolgimento lesbico tra le due amiche, e altri ancora più maligni sottolineano il loro stato di zitelle facilmente suggestionabili. (Come se essere l'una o l'altra avrebbe potuto far perdere il ben dell'intelletto!)

Michael Coleman, un autore britannico, ha esaminato attentamente la storia e in particolare le due versioni pubblicate dalle signore (1911 e 1913) e ha notato come la vicenda stessa sembra aumentare di consistenza e in dettagli, e anche dopo l'inizio delle indagini da parte delle due protagoniste, mentre il resoconto originale non sembra suggerire quasi nulla di un'esperienza paranormale. Coleman ha anche messo in discussione il rigore e l'affidabilità delle ricerche successive, sottolineando che sono nominate poche fonti e che la maggior parte delle referenze storico-letterarie sono inaffidabili. Uno psicologo ha suggerito che si era trattato di una "esperienza allucinatoria" rielaborata nel tempo con le informazioni raccolte a posteriori.

Altri sostengono che "Moberley e Jourdain erano umane" e potrebbero semplicemente essersi sbagliate. Molti hanno appunto notato che le edizioni di An Adventure si sono abbellite ogni volta, e che le discrepanze sono evidenti.  Inoltre anche le descrizioni di gazebo e ponti sono generiche e potrebbero riferirsi a molte delle strutture esistenti. 

Ma le ricerche potrebbero invece aver spiegato ricordi e dettagli altrimenti incomprensibili. E altri ancora sostengono che, cinquant'anni dopo i fatti narrati, si sono scoperti nella biblioteca municipale di Versailles, in un certo numero di fondi d'archivio che erano poco utilizzati, dei progetti che presentano un padiglione cinese esattamente uguale alla descrizione data dalle protagoniste.

A conclusione della vicenda, l'opera An Adventure non fu più ristampata

***

Per quanto mi riguarda e a scanso di equivoci, ho visitato Versailles, per non parlare delle innumerevoli volte in cui ho girato per Parigi, e visto i luoghi della rivoluzione. E, forse per mia fortuna, non ho mai visto nulla di anomalo o mi sarebbe venuto un colpo! ;)

Vorrei comunque chiedervi se conoscete qualche esempio di luogo infestato "famoso" dalle vostre parti!

***

P.S. Mi è appena giunta una recente biografia su Robespierre che mi era stata consigliata dal docente di Storia e Web e che sarà di mia prossima lettura! Eccola qua nei paraggi. :) 

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lunedì 15 febbraio 2021

La professione aiuta nella scrittura?


Prima delle mie turbolenze galattiche universitarie e lavorative, ho ripreso in mano a scopo revisione il romanzo

Il Tempio di Salomone 

che appartiene al ciclo medievale. Tale romanzo costituisce il proseguimento de Le regine di Gerusalemme e dunque il penultimo atto della storia dei miei personaggi – cavalieri, regine, guerrieri, cristiani, musulmani, schiavi, maghi... Rappresenta un momento delicato nell’ambito di una serie perché proietta i protagonisti verso il gran finale.

Oltretutto avevo la testa ancora immersa nel Settecento, quindi ho dovuto chiudere in una stanza i miei impazienti rivoluzionari promettendo loro che mi rifarò viva molto presto, per dedicarmi all’altrettanto amato Medioevo. Per farmi perdonare ho inserito nel post questo meraviglioso dipinto, che mi ricorda una delle sorelle Robespierre nel mio ultimo romanzo I Serpenti e la Fenice. S’intitola "A Girl Writing; The Pet Goldfinch" ed è della pittrice Henriette Browne (1829-1901). Non sia mai che si accendano delle zuffe tra personaggi di romanzi contrapposti, anche se sarebbe interessante assistervi!

Scrivere romanzi storici, del resto, significa posare un cappello per indossarne un altro. Per quanto mi riguarda, se mi calo in un periodo non riesco a portare avanti in parallelo un altro romanzo, e oltretutto in un’epoca così diversa, dato che non sono per nulla multitasking.
 

Le manchevolezze nel romanzo

Per proseguire con le metafore, nei confronti de Il Tempio di Salomone ho avuto la sensazione di dover prendere un gatto e ficcarlo in una tinozza per fargli fare un bagno. Com'è ovvio il micio, inferocito, non voleva saperne di sottoporsi all'ingrato lavaggio.

Alcune lacune erano evidenti a un primo sguardo: mancava tutta la parte relativa al giovane François de Saint-Omer, personaggio attorno a cui ruotano tutti gli altri, mentre era già scritta la storia relativa al padre, l’ormai celeberrimo e fascinoso cavaliere fiammingo, e soprattutto della bella regina Arda.

La seconda questione era che i personaggi erano troppo stanziali, mentre di solito li faccio girare come trottole attorno al mar Mediterraneo tra guerre, avventure e colpi di scena a ripetizione fino a togliere loro il fiato.

Il terzo difetto è che, proprio per i problemi suddetti, il romanzo era troppo magro rispetto agli altri, anche se quest'affermazione riguarda un manoscritto di circa quattrocento pagine.
 

Spremersi le meningi

Ho cominciato ad attivare la mia scarsa materia grigia sondando varie ipotesi. Per François ho pensato di scrivere una storia gialla alla corte di Marrakech, ma poi ho lasciato perdere: ambientare un’inchiesta in una corte musulmana del XII secolo con tutte le restrizioni originate dalla cultura, e dai dettami religiosi, non mi sembrava una buona idea. Inoltre, non ho l’abilità di una giallista, e sarebbe stata una nota stonata in una serie di vicende che parlano di tutt’altro. 

Ho meditato se fargli fare l’ennesima trasferta, ma François aveva già viaggiato molto, e inoltre ha delle difficoltà di deambulazione; e quindi ho scartato anche questa idea. C’è inoltre un personaggio secondario, un conte inglese, che ha aperto una sottotrama molto disturbante e che prima o poi dovrò chiudere; ho pensato di fare interagire François con questo personaggio ma senza riuscire a venirne a capo. E nei romanzi di questo ciclo gioco molto con i piani temporali, andando a mettermi nei guai da me medesima.

Ne ho parlato al telefono con la mia beta-reader storica, ma, non volendo raccontare troppo della trama, ho dovuto limitare le mie rivelazioni, anche se parlarne ha messo in moto tutta una serie di meccanismi mentali utilissimi. Però i miei fogli appallottolati si ammontavano nel metaforico cestino, e il romanzo-gatto mi soffiava e mi ringhiava contro non appena tentavo qualche intervento.


Il mio regno per una mappa

Quando ci si inoltra in un territorio impervio, però, uno dei metodi migliori è quello di tracciare una mappa, come potete vedere in questa bellissima immagine di mappa medievale del 1321 di Pietro Vesconte, ora alla British Library. 

Nel mio caso consiste in un semplice elenco delle scene del mio romanzo, un lavoro molto noioso ma necessario dove descrivo con una breve frase che cosa succede. Di solito eseguo tale lavoro dopo la seconda revisione, ed esso mi permette di verificare:

. se ci sia un buon equilibrio tra le scene (come sapete nel ciclo medievale tendo a dare molto rilievo alle scene con Geoffroy de Saint-Omer, ma anche gli altri protagonisti devono avere il loro giusto spazio);

. se non ci siano delle scene ripetute, o anche delle anticipazioni, e in questo caso tagliarle, spostarle o correggerle;

. se una parte sia della giusta lunghezza rispetto alle altre: magari ci sono delle scene su cui insisto troppo e altre troppo sbrigative.

Detto in poche parole, occorre lavorare alla sistemazione della struttura e così ho fatto. Lentamente sto venendo fuori da questo ginepraio anche se il lavoro è immane, perché si tratta di prendere delle parti del romanzo successivo e trasferirle ne Il Tempio di Salomone in una vera e propria rivoluzione (che a quanto pare spunta anche qua!) che ha qualcosa di folle. Inoltre sto eliminando delle sottotrame che non mi hanno mai convinto fino in fondo. 

Il cantiere delle grandi opere è ancora in corso, prima o poi la polvere si abbasserà e potrò cominciare la revisione vera e propria. Per questo mi chiedo sempre come facciano alcuni autori di romanzi storici a sfornare libri a ripetizione...


Il lavoro e la scrittura: due vasi comunicanti

Ma veniamo alla domanda che intitola questa mia riflessione, cioè quegli aspetti della propria professione che possono aiutare la scrittura. Qualche anno fa avevo parlato in che cosa consiste il mio lavoro di editor per volumi scolastici e universitari in lingua inglese e francese, in un paio di puntate sul blog Anima di Carta di Maria Teresa Steri dal titolo "Il meraviglioso mondo dell’editor di scolastica", sotto le mentite spoglie di Alice, che potete trovare qui e qui.

Spiegare il ruolo di una redattrice o editor di scolastica non è mai facile perché non sono autrice, non sono traduttrice, e non solo semplicemente una correttrice di bozze, ma sono una sorta di consulente che assiste un autore nello sviluppo della sua opera, a più livelli secondo l’incarico ricevuto. Molta acqua è passata sotto i ponti e, se il mio lavoro non è cambiato nella sostanza, ho potuto fare nuove esperienze, e mi è perfino capitato di diventare autrice di mappe grammaticali e lessicali.

Nelle mie conclusioni dico:

Nella complessa lavorazione di un testo di scolastica, come avrete ormai capito, l’imponderabile è sempre in agguato, e di questo vi ho dato solamente alcuni pallidi esempi. Vi assicuro che potrei scrivere altri trenta post, ma tralascio. Il succo del discorso è che cosa questa professione mi ha insegnato, e continua a insegnarmi. Tre cose fondamentali:

1 La visione d'insieme. Nello sviluppo di un corso di scolastica non ci deve essere solamente un occhio di riguardo sul particolare, o sulla Unit (leggi: capitolo), ma sull'intera opera. Anche in un romanzo è quindi fondamentale avere questo sguardo complessivo. L'autore ha questa facoltà quasi divina, così è bene che spesso faccia delle ricognizioni a volo d'uccello sui suoi territori.

2 L’ordine. La vita è un caos apparente, e quindi sta all’editor far sì che i materiali siano sistemati in maniera corretta e armoniosa. Così come un corso ha una sua struttura e una sua regolarità interna, anche da un romanzo devono trasparire entrambe le cose. A livello razionale non lo senti, ma l’irrazionale lo avverte eccome.

3 La coerenza interna. Se tolgo un vocabolo e lo presento in una lezione successiva, mi devo ricordare di toglierlo ovunque finché non viene presentato “ufficialmente”. Se faccio fuori un personaggio in un capitolo, non può rispuntarmi due capitoli dopo, risorgendo senza un valido motivo…



Ecco, penso che questi aspetti del mio lavoro mi abbiano aiutato a orientarmi nei miei romanzi, e dunque a migliorare almeno un po’ l’organizzazione e le modifiche nella struttura; i rimandi interni; il bilanciamento del materiale; la coerenza e l’uniformità. Ho potuto appurarlo anche nel mio lavoro relativo a Il Tempio di Salomone, e non dico di aver domato del tutto il gatto che non voleva fare il bagno ma sono riuscita a trovare delle soluzioni per fargli accettare il sapone.

Sono però convinta che, qualsiasi sia la nostra professione, il nostro incarico, anche in famiglia, possano contribuire a migliorare aspetti della nostra scrittura, o se non altro essere un’ottima palestra psicologica. E che persino una professione per noi poco appagante ci può offrire molto in questo senso.

***

E voi che cosa ne pensate? Ci sono aspetti della vostra professione che vi sono sembrati utili nella vostra attività di scrittura, o che ritenete possano rivelarsi interessanti se avete intenzione di scrivere?


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lunedì 8 febbraio 2021

L'esame di Storia dell’Età del Rinascimento e il mestiere delle armi


Evviva!!! Ho sostenuto Storia dell’Età del Rinascimento il 5 febbraio, ed è andato molto bene, a parte lo stress da esame moltiplicato a mille per la modalità alienante che tutti ormai ben conosciamo. Ormai tutto questo è diventato “Il mestiere delle armi”, come il titolo dello splendido film del 2001 diretto da Ermanno Olmi, che narra degli ultimi giorni di vita del condottiero Giovanni delle Bande Nere, nel tentativo di bloccare la marcia dei lanzichenecchi verso Roma e dell'infingarda politica italiana dei principi rinascimentali... mi ricorda qualcuno, in effetti... mumble mumble... :/ Il giovane condottiero viene tradito da alcuni principi che consentono il passaggio delle truppe imperiali, e riceve in una gamba un colpo di falconetto - una specie di piccolo cannone -  ferita che causerà la cancrena e la morte. 
Comunque, se non lo avete visto e siete curiosi, ecco qui il link al trailer italiano per farvi un’idea, io l'ho visto due volte, ma non dovete aspettarvi un film d'azione, di sparatorie appollaiati sulle selle di cavalli al galoppo e inseguimenti sulle autostrade, pardon, sui sentieri, nonostante il tema della guerra. Rende però bene l'idea di come fosse un mestiere fatto di freddo, fame, sporcizia, fatica e sangue. 

In questo post vi racconterò invece della mia esperienza più che altro per poter rileggere l'articolo a freddo e tenerne memoria. 😊 


La materia dell’esame

L’esame verteva su tutta l’età del Cinquecento, periodo affascinante ma anche molto complicato a livello politico, istituzionale, religioso e bellico. Si apre con le guerre d’Italia quando l’esercito di Carlo VIII di Francia scende nella penisola per rivendicare il trono di Napoli alla testa di un esercito e un parco di artiglieria altamente innovativo; è anche il secolo di Carlo V imperatore, della Riforma di Martin Lutero e di tutte le spaccature confessionali in Europa, di Enrico VIII, delle guerre di religione in Francia, della minaccia ottomana che preme da levante, di Filippo II di Spagna e dello sterminato suo impero che comprende le colonie del Nuovo Mondo.

È anche l’età dove si rafforzano le monarchie nazionali, un periodo estremamente fecondo dal punto di vista culturale e che mette a frutto invenzioni e innovazioni, non da ultimo l’arte della guerra: infatti le monografie, come vi avevo illustrato, erano tutte sulla cosiddetta rivoluzione militare. Avevo cominciato a studiare nel mese di agosto, sia scaricando e visionando le videolezioni su Storia Moderna come ripasso, sia cominciando a leggere i libri con i quali mi sarei presentata per 9 crediti come non frequentante.

L’esame come “osservatrice”

Memore del caos infernale occorso durante l’esame di Storia Romana con più di novanta persone collegate, la piattaforma che era andata in crash, e il delirio schizofrenico conseguente, ho pensato che valesse la pena assistere all’appello del 12 gennaio con una serie di obiettivi: vedere quante persone avrebbero partecipato; constatare come era organizzato l’esame; appurare che tipo di domande si sarebbero poste.

Non avendo ricevuto risposta dal professore a una mia mail, ho pensato di collegarmi ugualmente. Sono stata subito impallinata come una beccaccia, insieme ad altri, perché non gli tornavano i conti: “Ci sono sette persone in meno rispetto alle iscrizioni e cinque persone i cui cognomi non mi risultano,” ha detto, soggiungendo in tono che mi è sembrato minaccioso: “Per esempio lei, Cristina Rossi, lei ha intenzione di sostenere l’esame oggi?”, al che molto intimorita mi sono palesata e ho chiesto di poter assistere senza disturbare, e anche altri studenti si sono aggregati alla mia petizione. Sembravamo i Minions, con atteggiamento tra il petulante e il supplichevole.

Il professore è comunque una persona molto amabile e con quel filo di ironia partenopea che non guasta: ha risposto che non c’era nessun problema e che ci avrebbe aggiunto al gruppo. Ho così potuto assistere all’esame di tipologia doppia, con l’assistente che interrogava sulla parte storica-istituzionale e poi con lui che avrebbe interrogato sulla parte delle monografie di storia militare, e annotarmi le domande. Ci sono stati anche dei siparietti tra lui e gli studenti dove ha raccontato episodi della sua permanenza in Spagna con le corse dei tori a Pamplona, allo scopo di metterli a loro agio, e ricondurli sulla retta via nel rispondere alle domande. Alla fine dell’esame il professore ha chiesto a noi Minions se era stato utile e, ricevuto risposta affermativa, ci ha detto in modo sornione: “Il trucco è quello di lasciarmi parlare, come sostengono alcuni studenti nelle chat!” al che abbiamo riso di gusto.

 
La preparazione all’esame

Alla vigilia dell’esame ero molto meno di buonumore, mi sembrava di avere il solito gran minestrone in testa, e ogni volta penso di esordire con: “Guardi, non mi chieda niente perché non-so-niente.” Avevo già crivellato i testi con le mie note a margine, mi sono fatta i soliti schemi sugli argomenti difficili come per esempio l’evoluzione nella costruzioni delle navi nel periodo (dalla galera da guerra alla galeazza, dalla galeotta al vascello oceanico, dalla fregata al vascello a vapore alla fine dell’età moderna… ) o gli elementi dell’architettura bastionata (scarpa, controscarpa, rivellino, cappello del prete, torrione…) e chi più ne ha più ne metta.

Ho osservato ancora le fisionomie nei ritratti d’epoca onde memorizzare i nomi delle casate, che so, durante le guerre di religione in Francia dove erano tutti contro tutti (Montmorency, Coligny, Borbone…, politiques, monarcomachi, ugonotti, ultracattolici), e però questi visi sono tutti uguali con la barbetta e il cappellino con la piuma, o al massimo la gorgiera come potete vedere da voi stessi. Anzi, chi di voi riesce a capire chi sono questi signori senza imbrogliare, e mettendosi la mano sul cuore, riceverà in premio l’iscrizione alla mia Newsletter e i racconti omaggio
 


Ho cercato di collegare le varie battaglie con gli accordi di pace tramite alcuni espedienti, e memorizzare le maledette date che non vogliono saperne di entrarmi in testa, a parte alcune che spuntano in maniera del tutto inspiegabile. Insomma, tutte strategie che gli studenti, indipendentemente dall’età, conoscono benissimo.

Il giorno dell’esame

Il giorno dell’esame l’appello era stato fissato alle 10:00 del mattino, mentre l’esame vero e proprio sarebbe iniziato alle 10:30. Ero agitatissima, latravo nei confronti di mio marito non appena mi rivolgeva la parola e mi sono affrettata ad accendere non soltanto il pc con il nuovo schermo dotato di webcam incorporata, ma anche il portatile per supplire a eventuali défaillance. Nel frattempo borbottavo “Ma chi me l’ha fatto fare di iscrivermi all’università…”. Il professore è spuntato alle 10:15 dicendo che appunto l’appello vero e proprio sarebbe iniziato dopo un quarto d’ora e di prenderci un caffè. Naturalmente non ho seguito il consiglio di ingurgitare la corroborante bevanda perché, invece di abbaiare al marito, l’avrei proprio morsicato.

All’ora fatidica si è riaffacciato il professore in compagnia di due giovani assistenti. Oltre a Storia dell’Età del Rinascimento c’erano i candidati per Storia della Riforma e della Controriforma. Ha fatto l’appello constatando, come la scorsa volta, che una nutrita turba di studenti si iscrive e poi non si presenta: “Incuto proprio paura, inutile negarlo: c’è un fuggi-fuggi generale!” Comunque io avrei sostenuto l’esame con una giovane e sorridente assistente, e per raggiungere il suo gruppo avrei dovuto usare un codice già fornito.

Esco dal gruppo generale, inserisco il codice nel campo preposto… e il codice non funziona. Comincio ad agitarmi, oltretutto non c’è nemmeno mio figlio che mi potrebbe dare una mano, e dopo vari tentativi rientro nel gruppo generale dove il professore sta conferendo con uno studente. Mi inserisco timidamente e dico: “Mi scusi, professore, ma il codice non funziona”, al che un altro studente interviene dicendo che sta accadendo anche a lui la stessa cosa (dunque non è sempre colpa della sottoscritta, una carampana del tutto inetta con la tecnologia). “Che strani 'sti codici, ma non vi preoccupate: vi aggiungo io ai due gruppi.”

 

Completate le manovre professorali, non capisco comunque come devo fare ad accedere, ma, mentre mi affanno a entrare e uscire freneticamente da Teams come una mosca impazzita, mi arriva l’invito della giovane assistente che mi precipito ad accettare: si accende un bagliore accecante, compio il salto nell’iperspazio e mi ritrovo catapultata nell’aula virtuale insieme ad altre due studentesse pallide e smarrite come me per l'accelerazione. Comincio ad accendere il primo cero di ringraziamento e prometto che d’ora in poi mi comporterò sempre in modo integerrimo e con grande diligenza.

L’esame su “L’Europa del Cinquecento – Stati e relazioni internazionali” di Alain Tallon

L’assistente ci sorride radiosa e condivide le nostre lamentele su Teams, chiacchierando un po’ con noi per metterci a nostro agio; poi spiega che ci farà tre domande di carattere generale e alcune di approfondimento e domandando alle due ragazze di Riforma e Controriforma di spegnere tutto mentre inizia con il mio esame.

“Mi può spiegare la situazione della penisola italiana prima della discesa di Carlo VIII in Italia?” Orpo, le guerre d’Italia è uno degli argomenti che so meglio, e me le avevano chieste nel mio esame di Storia Moderna, e comincio a illustrare l’argomento parlando con dovizia di particolari, e poi passando a Carlo VIII. “Si ricorda a Firenze chi era quello straordinario personaggio che aveva scalzato i Medici?” Sono proprio fortunata, dato che è uno dei protagonisti del mio primo romanzo. Se fossi una scrittrice famosa un critico letterario direbbe “del periodo giovanile, dove già ci sono 'in filigrana' gli argomenti che l’autrice svilupperà appieno nelle opere della maturità”: il frate domenicano Gerolamo Savonarola. Le parlo anche dei “piagnoni”, cioè queste bande di seguaci - una specie di squadra della buoncostume - che giravano per Firenze alla ricerca di dame riccamente vestite onde poterle ammonire e soprattutto depredare.

Molto contenta mi ha detto che poteva bastare, e passa al secondo argomento ovvero la rivolta dei Paesi Bassi sotto Filippo II. Parlo con sufficiente scioltezza, a parte dire Margherita d’Austria invece di Margherita di Parma (dovete sapere che a ogni esame io sbaglio almeno un nome – all’esame di Storia della Stampa avevo detto Andrea Silvio Piccolomini invece di Enea Silvio Piccolomini, e sbaglio sempre le date); però mi ricordo chi era alla testa delle truppe spagnole, persino il nome del cancelliere della governatrice dei Paesi Bassi. Rammento anche il nome del capo degli insorti perché poi aveva il suo bravo soprannome, e i soprannomi sono la gioia di noi studenti: Guglielmo d’Orange il Taciturno (potete vederlo qui nei paraggi). Come Mario Draghi, presidente incaricato, evidentemente blaterava poco ma faceva molti fatti... scusate, ora che li guardo meglio sono due gocce d'acqua!

Come terza domanda mi chiede poi che cosa si intende per “internazionale calvinista”, e il dubbio storiografico dell’autore. Insomma, in totale penso di aver parlato per circa un quarto d’ora, comunque era felicissima, mi ha detto che mi metteva trenta. Ha esclamato: “Spero che abbia studiato altrettanto bene la parte monografica che farà col professore, per poter confermare il voto.” “Speriamo, io ce la metto tutta.” E poi mi ha detto una cosa che mi ricorderò finché campo e cioè: “È una meraviglia ascoltarla parlare.” Mi congedo e, piuttosto commossa, accendo il secondo cero della giornata: oltre a comportarmi bene prometto di non lagnarmi più del destino cinico e baro.

L’esame su “La rivoluzione militare” di Geoffrey Parker, “Guerre ed eserciti nell’età moderna”, “Signori e mercenari” di Michael Mallet

Rientro nel gruppo generale dove il professore sta esaminando un signore all'incirca della mia età che parla dell'articolazione episcopale del calvinismo, e che fa un esame talmente bello e appassionato che riceve trenta e lode (e io sono molto orgogliosa di noi vecchietti d’assalto). È la volta di un altro ragazzo, ma non gli si accende la webcam. “Eh no, non posso farle l’esame in queste condizioni: me la deve risolvere,” lo ammonisce il professore, e dunque passa alla sottoscritta che ormai è tesa come una corda di violino. “Bene, allora che testi ha portato?” Medita un po’, poi mi chiede di parlare del dibattito storiografico sulla rivoluzione militare, comincio a spiegare bene tutta la questione parlando dell’histoire-bataille e della scuola degli annali, e lì sbaglio un altro nome per l’agitazione (invece di dire Marc Bloch dico Michael Bloch, che è una specie di eresia come dire Perito Santo invece di Spirito Santo). Dopo essere stata corretta parlo di Michael Roberts, dell’innovazione nella strategia, del ruolo della fanteria, del fuoco di sbarramento del re svedese Gustavo Adolfo, e poi passo a parlare di Geoffrey Parker e dell’architettura bastionata e della fortezza stellata.

Dopo aver dispiegato la mia eloquenza per dieci minuti, mi ferma e passa al secondo testo chiedendomi l’impatto del “militare” e del “paramilitare” nella società di antico regime. Temo di non aver interpretato bene la domanda, ma il vantaggio è che Storia non è come Analisi Matematica; e, a meno che non si vada proprio off topic parlando degli Etruschi quando devi parlare degli Asburgo, di solito hai una certa libertà di, ehm, manovra. Mentre parlo mi osserva pensieroso e fuma una sigaretta, mentre alle sue spalle scaffali di meravigliosi libri, e persino il ritratto di un principe rinascimentale, si allineano e sembrano osservarmi con aria amichevole.

Sto per enumerare altri ruoli del paramilitare, al che dice che può bastare e passiamo al terzo testo, “Signori e mercenari”. Io avrei voluto comprare “Il sacco di Roma”, ma all’epoca non era disponibile, così era stato una specie di ripiego. È interessante, ma ci sono moltissimi nomi tra compagnie di ventura, condottieri etc. ed è difficile da memorizzare. In pratica è quello che temo di più. Mi chiede la differenza tra sforzeschi e bracceschi, parlo un po’ anche di Francesco Sforza che ha scalzato la Repubblica Ambrosiana, al che si sporge e mi chiede a bruciapelo: “Quando?” Mi faccio ripetere la domanda, e sbaglio clamorosamente la data dicendo fine Quattrocento anziché 1450. Beh, insomma, in fondo si tratta soltanto di cinquant’anni, che volete che sia, comunque io e le date non andiamo proprio d’accordo! Mi ricordo vagamente che Braccio da Montone opera a Perugia, e azzardo nel dire la città, cosa che per fortuna è giusta…

Alla fine però dopo il solito quarto d’ora totale mi ferma e dice anche lui che va molto bene. “Lei ha fatto un bell’esame, e mi complimento soprattutto per la grande proprietà di linguaggio che ha usato.” Borbotta: “Di solito quando si chiede ai ragazzi di parlare argomenti come la guerra sembra che giochino con i soldatini.” Mi conferma il trenta, e mi dice con un sorriso sornione: “Mi raccomando, si faccia vedere da queste parti! Non ci abbandoni.”

Ebbene, ecco il voto finale con alcune immagini di questo fatidico periodo! Il Rinascimento - quello vero e non quello che sostiene un certo politico nostrano elogiando despoti che deportano popolazioni per occupare i loro territori e costruire città finte - è questo:


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Per concludere un altro esame è stato fatto, e sono molto sollevata. Soprattutto lo è mio marito che è ancora tutto intero! :D Alla prossima con altre novità.


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sabato 30 gennaio 2021

Liliana Segre e il Memoriale della Shoah a Milano


Liliana Segre ha scelto di rendere la sua ultima testimonianza pubblica a Rondine, in provincia di Arezzo il 9 ottobre 2020, e il suo resoconto ha trovato espressione in stampa con il libro "Ho scelto la vita". Davanti a centinaia di studenti delle scuole italiane, e in collegamento con scuole straniere, e alla presenza di molte cariche dello Stato, la senatrice Segre ha parlato per settanta minuti e in un silenzio quasi perfetto. Il silenzio viene preteso da lei stessa per chi non c'è più e non è mai uscito vivo dai campi di concentramento.

Tra i passaggi più toccanti del racconto di Liliana Segre, c'è la descrizione del tragitto di lei, una bambina di tredici anni, insieme con il padre e altri, a bordo dei camion che dal carcere di san Vittore di Milano li avrebbero condotti alla Stazione Centrale e al binario 21. Al carcere i detenuti salutavano con affetto le persone, delle età più svariate - da bambini piccoli alle famiglie agli anziani. Al contrario, nessuno in città nessuno aprì le finestre per testimoniare la loro solidarietà, e nessuno sui giornali dell'epoca ne scrisse, al di là di brevi trafiletti come "Trasporto prigionieri". Arrivarono alla Stazione Centrale dove furono caricati sui vagoni, che furono poi sprangati. Era così iniziato un calvario la cui ultima stazione sarebbe stata il campo di concentramento di Auschwitz.



Ho voluto recuperare l'articolo che avevo scritto qualche anno fa in occasione della mia visita proprio al Memoriale della Shoah, e che vi ripropongo arricchito della mia lettura del libro. Nel libro di Liliana Segre si ricorda infatti come questo sia l'unico luogo di deportazione degli ebrei a essere rimasto allo stato originario. Il Vélodrome d'Hiver a Parigi non c'è più, per esempio, ed è quindi un'occasione imperdibile per visitarlo, oggi accedendo al sito di cui potete trovare qui il link e, quando sarà possibile a pandemia conclusa, recandosi di persona.

La Storia del Novecento rappresenta l'apogeo della guerra su scala mondiale, e non solo. Nel secolo appena trascorso il Male parve posarsi come una grande coltre luttuosa sul mondo intero: quest'ultimo venne sconvolto da due conflitti senza precedenti, al punto che alcuni storici oggi sono portati a voler considerare l'intervallo tra le guerre come una sorta di lugubre pausa prima della ripresa.

L'essere umano è dunque capace di ogni efferatezza, ma con la Shoah superò se stesso in quanto perpetrò il massacro sistematico di milioni di esseri umani, pianificandolo a tavolino, soprattutto nella conferenza di Wannsee, una riunione tra alti ufficiali e burocrati nazionalsocialisti tenutasi il 20 gennaio 1942, e non come conseguenza di battaglie, pur cruente. In questo modo furono sterminati tra i cinque e i sei milioni di ebrei secondo le fonti attestate, anche se potrebbero essere molti di più. 

I sopravvissuti ai campi di sterminio, dopo aver perso tutta o gran parte della famiglia, come nel caso del padre di Anna Frank, e aver provato atroci sofferenze fisiche, mentali e spirituali, patirono il dolore di non essere creduti, o di avere ascoltatori distratti desiderosi soltanto di dimenticare e lasciarsi alle spalle il passato. Molti, sconvolti dagli orrori subiti, vissero a lungo nella paura e nel timore di essere considerati diversi, e di una ripresa delle persecuzioni. La stessa Liliana Segre tacque per molti anni. 

Ma, come diceva il filosofo e scrittore George Santayana "Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo". Occorre coltivare la memoria, e la parola stessa "memoriale" indica qualsiasi cosa che abbia per fine il ricordo o la commemorazione. Si tratta non soltanto di ricordare, ma farlo in modo che la Storia più recente non sbiadisca nel fluire del tempo o, peggio, non diventi bersaglio di negazionisti. Il rischio del memoriale come edificio statico, infatti, è diventare museo frequentato per dovere, magari scolastico, o per una curiosità fine a se stessa; nello stesso modo la commemorazione può trasformarsi in un vuoto rituale.
 
Il Memoriale della Shoah di Milano, detto anche Binario 21, è un esempio vivente di un modo di ricordare la Storia che tocca le corde più sensibili dell'essere umano. Non può definirsi immersiva, perché nulla riuscirebbe a eguagliare quell'orrore, ma un passo nella direzione giusta. L'ingresso è nella ex-via Ferrante Aporti, ora Piazza Edmon J. Safra, 1, ed è uno spazio che è stato recuperato rispettando l'architettura originaria ed effettuando interventi poco invasivi nell'ottica di offrirti un'autentica esperienza, pur con gli inevitabili limiti come dicevo, di immersione nella memoria.

Per chi non conosca Milano, occorre giungere davanti alla Stazione Centrale, portarsi sulla destra e costeggiare il marciapiede. Attorno ci sono passanti frettolosi, all'altro lato ci sono bar, negozi, porte e passi carrabili, e un filare di alberi, di quelli che, a Milano, sembrano lottare contro il cemento e lo smog per puro istinto di sopravvivenza. Sui gradini di ingressi sbarrati, a ridosso della stazione, vi saranno senz'altro dei poveri infagottati nelle coperte e nei maglioni, distesi o rannicchiati sopra cartoni e con accanto bottiglie e cartocci di cibo. Anche questo è espressione della città.

Arriviamo all'ingresso del Memoriale, un'area un tempo destinata al carico e allo scarico della posta. Tra il 1943 e il 1945, dopo l'armistizio dell'8 settembre e quindi durante l'occupazione dei tedeschi e la Repubblica Sociale Italiana, iniziano i rastrellamenti di massa, gli arresti e le deportazioni. Siamo dunque giunti nel luogo dove gli ebrei, dapprima rinchiusi nelle carceri di San Vittore e poi trasportati sui camion, venivano caricati sui carri bestiame. All'ingresso  verrà consegnato un biglietto adesivo da applicare sugli indumenti, anche per ricordare che gli ebrei dovevano portare su giacche e cappotti la stella gialla di riconoscimento bene in evidenza. Nell'atrio c'è una grande scritta grigia che recita INDIFFERENZA, voluta dalla stessa Liliana Segre: una delle ragioni che permisero ai nazisti e collaborazionisti di agire indisturbati nei confronti degli ebrei. Un atteggiamento pericolosissimo in ogni epoca e a qualsiasi latitudine, che mi porta a chiedere: "Ma io che cosa avrei fatto in quelle circostanze?"

Il Memoriale è un grande spazio apparentemente vuoto e silenzioso, che bisogna scoprire man mano e quasi in punta di piedi come quando entri in un luogo sacro. Vi sono dei tabelloni da leggere, appesi su pilastri nella penombra, che costituiscono il filo conduttore di questo segmento storico degli orrori. Mentre si legge, un rombo scuote il soffitto e le pareti, e si rabbrividisce perché sembra di rivivere... poi ci si rende conto che quel rumore fragoroso è il rombo dei treni che, al di sopra, stanno partendo. I treni di oggi. Eppure l'impressione che ne ricavi è fortissima, meglio di qualsiasi colonna sonora.
Si può continuare a leggere oppure entrare in uno degli spazi insonorizzati dedicati ai filmati con le testimonianze dei sopravvissuti, vedere i luoghi e ascoltare la narrazione, seduti in silenzio.

Si arriva finalmente al binario dove ci sono dei carri merci, del tipo utilizzato per le deportazioni. Si può salire, oppure girarci attorno. In uno si trova una corona e dei fiori. Ogni carro veniva stipato di persone - uomini, donne, bambini, vecchi, mamme e papà - fino all'inverosimile, a furia di calci e pugni, tra i latrati dei cani e le urla dei soldati, terrorizzanti perché sbraitavano in una lingua che nessuno capiva. Con sé avevano pochissimi oggetti, preparati nel giro di venti minuti dalla notifica della deportazione. Quindi il carro veniva piombato e posizionato su un carrello traslatore, che si muoveva lungo un'enorme galleria, visibile ancora oggi, poi immesso su un ascensore montavagoni e poi sollevato fino a raggiungere un binario di manovra all'aria aperta situato tra i binari 18 e 19. In questo modo nessun passante della stazione si rendeva conto di che cosa vi fosse al'interno di quei carri merci.


Agganciati al locomotore, aveva inizio il trasporto verso le tappe intermedie di Fossoli e Bolzano per poi proseguire verso la destinazione finale, cioè i campi di concentramento di Auschwitz e Bergen Belsen. All'interno dei vagoni surriscaldati d'estate, o gelati d'inverno, non c'era aria, cibo, acqua, spazio per muoversi o distendersi, luoghi per espletare i propri bisogni. Molti piangevano, alcuni pregavano. Tante persone già debilitate morivano ancora prima di arrivare alla meta finale.


Oltre i vagoni, nel Memoriale c'è una grande installazione con sfondo nero su cui compaiono 774 nomi, tra cui quello di Liliana Segre. Essi rappresentano il carico umano dei convogli partiti da qui il 6 dicembre 1943 e il 30 gennaio 1944 dalla stazione con destinazione Auschwitz-Birkenau. Di queste persone, solo 27 sopravvissero. Sulla banchina, ci sono delle targhe con delle date, ognuna delle quali rappresenta una partenza. Altrove si può accedere anche a un grande spazio chiuso di forma conica, dedicato al raccoglimento, alla meditazione, alla preghiera, per credenti e non credenti. In altre parole, dedicato alla memoria.


In un'altra zona c'è anche una raccolta di oggetti al tempo del regime fascista, che hanno stretta attinenza con la questione ebraica, come elenchi di arrestati, proclami in lingua tedesca, giornali con l'entrata in vigore delle leggi razziali, fotografie di adunate oceaniche con cartelli raffiguranti lo stereotipo dell'ebreo. 

In un altro settore del Memoriale, assai più toccante, sono invece raccolte le fotografie, le lettere, gli scritti, le cartoline delle persone e delle famiglie deportate, e non solo. Testimonianze commoventi, come le letterine dei bambini ai nonni, con disegni e frasi d'affetto, compiti di scuola, brevi messaggi, alcuni oggetti, vestiti per neonati. Queste persone ritratte quasi sempre sorridono al fotografo - il tempo è prima della tragedia, ed essi si trovano con i propri cari, in qualche località di vacanza, o nelle loro case.


Ci guardano da un passato che sembra lontanissimo, e che invece è accaduto appena settant'anni fa. Un battito di ciglia, una svolta di strada, a livello temporale. Sono morti pochi anni prima della nostra nascita. Ci chiedono di non dimenticarli, e il Memoriale è per loro, ma anche per noi.

Chiudo con una citazione dalle lettere di Etty Hillesum in un'ideale chiusura del cerchio con la fotografia e l'esperienza di Liliana Segre. Etty era una giovane ebrea olandese, di cui vi consiglio gli splendidi diari e le lettere. Scrisse nel 1942-1943 da Amsterdam e poi dal campo di smistamento di Westerbrok, da cui fu poi deportata verso Auschwitz: "Credo che per noi non si tratti più della vita, ma dell'atteggiamento da tenere nei confronti della nostra fine." Una frase che, in tempi come i nostri funestati da un'epidemia molto simile a una guerra mondiale, ci riguarda molto da vicino, come individui e come collettività

***

Immagini:
  • Fotografia di Liliana Segre e copertina del libro "Ho scelto la vita"
  • Memoriale della Shoah di Milano - pubblicazione
  • Foto 1 - Ingresso al Memoriale
  • Foto 2 - Inaugurazione della nuova Stazione Centrale di Milano
  • Foto 3 - Carri merci nel Memoriale
  • Foto 4 - Il carrello elevatore
  • Foto 4 - Ebrei provenienti dai Carpazi arrivano ad Auschwitz. Visibili sullo sfondo le ciminiere dei crematori II e III del campo di concentramento di Auschwitz
  • Foto 5 - Il Muro dei Nomi
  • Foto 6 - Fotografie dei deportati
  • Foto 7 - Etty Hillesum
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lunedì 25 gennaio 2021

"Rapsodia di letture in blues": i premi!


La danza di Henri Matisse (1910) 
Hermitage, San Pietroburgo.


Dopo l'elenco delle mie letture del 2020 in due parti corredate dalle quarte di copertina e da minirecensioni, che potete trovare qui e qui, ecco il momento tanto atteso dei PREMI

Visto che l'anno scorso ho letto molti racconti singoli, ho creato una categoria a sé dove inserirli. Anche quest'anno ho mantenuto la sezione di premi per le migliori copertine che possono offrire molti spunti anche per le nostre progettazioni. 

Ecco le mie personali classifiche:









Bene, ci riaggiorniamo all'inizio del prossimo anno, a Dio piacendo, nella speranza di offrirvi 
un repertorio più ricco e nutrito, e rinnovare gli antichi splendori. 
E, come direbbe qualcuno ;) ...

 

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mercoledì 20 gennaio 2021

Un 2021 iniziato col botto... e due lettrici di eccezione


Cari lettori, questo 2021 è iniziato in modo strepitoso


Innanzitutto sono stata insignita del Chaplin Award 2020 per la stesura di uno dei miei articoli, cioè Nostalgia del sottosuolo. "Un etnologo nel metrò" di Marc Augé.

Ora le mie amiche e blogger Luana Petrucci e Marina Guarneri mi hanno fatto una sorpresa colossale: hanno letto insieme 
il mio ultimo romanzo storico 

I Serpenti e la Fenice

ambientato durante la rivoluzione francese 
per parlarne nella rubrica del mercoledì: 
 
Il Caffè di Luz e Marina 


Il tutto a mia insaputa, come direbbe un noto politico italiano. 
Non è finita qui, perché mi hanno coinvolta nella conversazione a proposito del mio romanzo, e dunque oggi potete leggere la nostra chiacchierata a tre al seguente link di "Io, la letteratura e Chaplin di Luana Petrucci", e aggiungere le vostre osservazioni ed eventuali domande. L'articolo è anche corredato dalle immagini dei miei beniamini. ^_^

Abbiamo parlato non soltanto del mio romanzo e delle impressioni che le due lettrici ne hanno ricavato, ma anche del romanzo storico e delle difficoltà nella scrittura in generale. 

Per me è stata un'immensa gioia, oltre che un grande onore. Grazie di cuore a entrambe.


   

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sabato 16 gennaio 2021

"Rapsodia di letture in blues" - parte seconda


Eccomi qui con la seconda e ultima parte relativa alle mie letture. Per illustrare l'apertura vi propongo "Luna e Stelle" di Mirò del 1940, un quadro davvero poetico! E dunque parto senza indugio con la seconda carrellata e le mie mini-recensioni di alcuni libri selezionati  (in totale ho letto 37 libri tra grandi e piccoli, mentre l'elenco completo è reperibile in questa pagina statica):


1. Augusto e il potere delle immagini di Paul Zanker (libro universitario)

Intrecciando storia, archeologia, filologia e analisi delle opere d'arte e letterarie, Zanker ricostruisce qui il progetto, perseguito dell'imperatore Augusto con un geniale uso propagandistico di immagini e simboli, di restituire un'identità politica e morale ai romani, dopo la crisi dell'età tardo repubblicana.

Opinione: Appassionati di archeologia e iconografia di tutto il mondo, unitevi! e leggete questo testo 
che approfondisce in maniera minuziosa la ricca messe di simboli che si dispiegava nella Roma di Augusto, ma anche nelle lontane province. Essa colpiva lo sguardo servendosi di effigi, divinità, templi, capitelli, monumenti, altari, ma transitava anche nelle mani sotto forma di monete e gioielli, vasi e statuette... 
Si trattava di un linguaggio impiegato dal princeps e dai suoi "ministri della propaganda" come diremmo oggi, non ultimo l'amico Mecenate, con abilità, eleganza stilistica e strategia comunicativa. Tale linguaggio a noi spesso sfugge, ma era chiarissimo per i Romani ed esaltava il trionfo dell'ordine e della stabilità sul caos dopo un lungo e sanguinoso periodo di guerre civili, anche al prezzo della perdita di libertà. Era un apparato di propaganda molto condizionante, un po' come ora il diluvio di pubblicità e stimoli commerciali...
Un unico appunto che farei sul testo è il formato ridotto che penalizza le immagini, oltretutto in bianco e nero. Anche questo testo apparteneva all'elenco dell'anno accademico precedente e non posso portarlo all'esame... grrr.


2. L'Europa del Cinquecento - Stati e relazioni internazionali di Alain Tallon (libro universitario)

Nell'Europa del Cinquecento prende forma un sistema politico destinato a durare tre secoli o più. Le guerre d'Italia diventano lotta per l'egemonia sul continente; l'impero di Carlo V, prima potenza mondiale moderna, riesce a contenere la Francia e, con maggior fatica, l'espansione ottomana. La crisi religiosa della Riforma favorisce guerre civili e alimenta le tensioni tra Stati protestanti e cattolici, ma anche le speranze di una Cristianità di nuovo unita, o il desiderio di liberare gli Stati dai legami confessionali. Intanto la diplomazia permanente diviene la normale modalità delle relazioni tra Stati; la gestione di una massa sempre più densa di informazioni e l'emergere di un'amministrazione strettamente collegata alla politica modificano l'esercizio del potere; le esigenze belliche promuovono l'incremento (pur mai uniforme o lineare) della potenza dello Stato.

Opinione: Questo è il manuale che porterò per l'esame di Storia dell'Età del Rinascimento programmato per il 5 febbraio, a Dio piacendo. Ho già assistito come "lurker" all'esame precedente anche per constatare se i codici funzionano e per appurare che genere di domande vengono rivolte. Si tratta di un testo che spiega molto bene il periodo storico del Cinquecento, soprattutto concentrandosi sulle grandi dinastie asburgica, francese e inglese. 
Particolarmente gustosa la seconda parte con la descrizione degli ambasciatori e i veri e propri incidenti diplomatici che nascevano per questioni di precedenze a corte. Anche molto godibile è la parte con la corrispondenza tra i principi d'Europa che si consideravano una famiglia, e scrivevano "carissimo fratello", "carissima sorella" - e spesso erano davvero imparentati - ma pronti a voltare gabbana e a estrarre i coltelli alla prima occasione.


3. Roma e le sue province - Dalla prima guerra punica a Diocleziano a cura di Cesare Letta e Simonetta Segenni (libro universitario)


Questa raccolta di saggi propone una sintesi aggiornata e completa sulle province di Roma antica, che ne analizza la natura e i meccanismi di funzionamento, fa il punto delle nostre conoscenze su ciascuna di esse e propone un primo approccio a quella realtà grandiosa, multiforme e complessa che fu l'impero romano, mettendo a fuoco aspetti che anche nei migliori manuali di storia romana sono trascurati o sottintesi. 

Opinione: Un saggio che consiglierei a chiunque faccia fatica ad addormentarsi alla sera. L'intento degli autori è lodevole, ma il risultato è noiosissimo e non lascia tracce del discente, a parte lo slogamento della mandibola causa sbadigli. Cilicia, Ponto, Cappadocia, Sicilia, Egitto, Tracia, Siria ti sfilano senza soluzione di continuità. 
Il problema è che non puoi presentare le province romane come tasselli separati di un mosaico, perché ogni provincia non è soltanto collegata con la città-egemone ma interagisce con le province confinanti e segue un'evoluzione storica spesso complessa. 
Uno dei rari momenti di ilarità è stato scoprire che in prossimità del vallo fortificato di Adriano sono state scoperte delle tavolette lignee dove i nativi vengono chiamati Brittunculi... e una mia amica ha soggiunto che è una parola dalla pronuncia pericolosa perché dipende da dove metti l'accento. ;)


4. La rivoluzione militare di Geoffrey Parker (libro universitario)


Quale fu il segreto che consentì a un continente piccolo e scarsamente dotato di risorse naturali come l'Europa di guadagnare fra Cinque e Ottocento una superiorità planetaria? Secondo Parker le origini del successo europeo vanno ricercate sul terreno militare. Egli studia dunque la pratica militare europea, facendo riferimento al ruolo delle armi da fuoco e alla trasformazione delle strategie belliche, per poi esaminare il modo in cui la rivoluzione militare, che si sposava a un'esplicita politica di potenza, diede agli europei un decisivo vantaggio sui popoli degli altri continenti.


Opinione: Per fortuna ci risvegliamo dal nostro sonoro ronfare con gli spari delle artiglierie durante la cosiddetta rivoluzione militare di inizio Cinquecento, e per la sottoscritta si tratta nuovamente di stare in campana in quanto si tratta di una delle monografie da portare per Storia dell'Età del Rinascimento!
Pur essendo un testo del 1988, questo libro è un vero punto di svolta negli studi di storia militare in quanto approfondisce le nuove artiglierie, l'uso della polvere da sparo, l'architettura bastionata, l'aumento nella dimensione degli eserciti e soprattutto l'introduzione di una disciplina che rende i soldati dei veri automi da battaglia. Tra marcia e contromarcia, scarpa e controscarpa, moschetti e archibugi, una narrazione avvincente dal taglio a volte ironico, pur nella crudezza di un argomento che illustra l'altissimo grado di efficienza raggiunto dall'uomo nell'infliggere morte e distruzione ai propri simili. 


5. Amo la notte con passione di Guy de Maupassant (racconti) 

Un uomo vaga nell'oscurità di una Parigi deserta; due amici si aggirano "a passo lento" sugli Champs-Elysées; un vecchio contabile si concede un'ultima passeggiata fino al Bois de Boulogne, un rispettabile notaio arriva nella Montmartre degli artisti carico d'ingenue aspettative; "una provincialotta" si avventura nella capitale per inseguirne il "lusso magnifico e corrotto". Sul palcoscenico della Parigi notturna di fine Ottocento, i personaggi di queste novelle si aggirano come ombre cinesi, tragiche o ridicole, sotto la luce dei primi lampioni a gas o nel buio dei propri incubi. 

Opinione: E io direi che amo Maupassant con passione, e ho trovato affascinanti queste brevi storie di viandanti che vagabondano nella Parigi che, di notte, trasforma i suoi luoghi e ci irretisce con il fascino dell'oscurità, delle luci che si accendono o spengono, dei richiami, dei suoni e dei profumi, delle piccole avventure che vengono esaltate dall'oscurità, narrate con una prosa fluida, ricca e sensuale. "Amo la notte con passione. L'amo come si ama il proprio paese o la propria amante, d'un amore istintivo, profondo, invincibile. L'amo con tutti i miei sensi, con i miei occhi che la vedono, il naso che la respira, le orecchie che ne ascoltano il silenzio, con tutto il mio corpo che le tenebre accarezzano."


Della seguente serie fantasy di Antonella Mecenero ho avuto l'accortezza di leggere i quattro romanzi proposti tutti di seguito... per cui inserisco la mia opinione come un'unica valutazione complessiva.

6. La spada di Emarana di Antonella Mecenero


Torvil an’Parshi forse è tornato nel Leynlared solo per farsi uccidere dalla mano di un figlio che non ha mai conosciuto. Contemplare le macerie della propria vita non è, però, la sua unica occupazione, quella ufficiale è cercare di trasformare il gracile figlio quindicenne del leylord in un guerriero. Oppure ucciderlo, giacché le Ley, un insieme di terre assediate dal gelo e dai nemici, non possono permettersi un sovrano debole. Ma tra lo spadaccino disilluso e l’adolescente nasce un’inaspettata intesa.

7. La luna delle foglie cadenti di Antonella Mecenero

La guerra civile è alle porte e nella Luna delle Foglie Cadenti
molti sono destinati a morire. Il giovane principe Amrod del Leynlared vive il viaggio verso la Ley del Nord per conoscere la sua promessa sposa undicenne come un’inevitabile tortura. Ma per quanto possa apparirgli odiosa la prospettiva di dover essere galante con una bambina che non potrà mai amare, il ragazzo non ha idea di quanto drammatico sarà il viaggio, che cambierà per sempre la sua vita e la storia del Leynlared. 


8. Prima che venga il gelo di Antonella Mecenero


Ven Sender è un pastore, non ha mai desiderato scoprire cosa si nasconde dietro l’orizzonte. Vive nei pascoli alti con le sue pecore, come hanno fatto suo padre e suo nonno prima di lui. La guerra civile, però, bussa alla sua porta con una forma inaspettata, quella della giovane Vilaya, strega coyranà, scomoda testimone del tentativo di omicidio del principe Amord del Leynlared. Adman Kalay è cresciuto nella locanda di sua madre. È soddisfatto della propria vita e non ha alcuna simpatia per il principe pervertito che non si rassegna a farsi uccidere, scatenando la guerra civile nelle già martoriate terre del nord.

9. Fino alla morte e oltre di Antonella Mecenero

“Fino alla morte e oltre” è il giuramento tradizionale del Leynlared, quello che presto dovrà pronunciare chi si è unito all’esercito del principe Amrod. Ven, il giovane pastore, Adman, il figlio della locandiera, Vilaya, la strega coyranà e Doneld il falconiere, sono sopravvissuti insieme al principe alla guerra invernale e hanno ottenuto la prima, inaspettata vittoria. Ma è adesso, quando il peggio sembra essere passato, che il dubbio inizia a farsi strada. Qual è esattamente il prezzo dal pagare per inseguire un sogno? Che ne è stato delle loro famiglie? E di chi ci si può davvero fidare? Per tutti è venuto il tempo di scoprire cosa significa votarsi a una causa “fino alla morte e oltre”.

Opinione complessiva: Conoscevo già le vicende legate al principe Amrod e alle Cronache delle Ley per aver letto "La spada, il cuore e lo zaffiro". Antonella non ha soltanto la capacità di inventare un mondo, cosa vitale nell'ideazione di un fantasy, lavorando con precisione sulle ambientazioni e la geografia, i simboli e i riti, ma soprattutto di indagare nella psicologia dei suoi personaggi in maniera appassionante e coinvolgente, e al contempo nuova per i temi trattati e la delicatezza con cui li propone.  Il giovanissimo Amrod è uno dei miei personaggi preferiti: fragile nel fisico ma resistente come l'acciaio nella forza interiore che dimostra, a più riprese, di possedere. Non mi perderò nessuna delle sue future storie.

10. Tre racconti umoristici di Mark Twain 

Questo piccolo libro si compone di tre racconti "Storia del ragazzino cattivo", "Storia del ragazzino buono" e "Appunti sparsi su una gita di piacere".

Opinione: Confesso di non avere mai letto nulla di Twain, al di là degli estratti nelle antologie di letteratura inglese, e questi racconti non mi hanno entusiasmato. Però "Storia del ragazzino cattivo" li vale tutti, perché procede con sarcasmo attraverso lo stereotipo del ragazzino cattivo proposto nelle pagine dei libri edificanti domenicali di fine Ottocento. 
Secondo i dettami di questi libri alle male azioni dovrebbero seguire le punizioni, umane o divine che siano: senonché il ragazzino cattivo non solo se la cava sempre, ma si afferma nella vita anche adulta rispetto al ragazzino buono. "Una volta si arrampicò sul melo di mastro Acorn per rubare le mele, e il ramo non si spezzò, e lui non cadde e non si ruppe un braccio, e non fu sbranato dal cane del fattore, e poi non languì in un letto di dolore per settimane e settimane, per poi pentirsi e diventare buono". Mark Twain rovescia completamente lo stereotipo procedendo attraverso una serie di "non" e sottrazioni.
Tra le righe del racconto, però, emerge il ritratto di un'infanzia povera e abbandonata a se stessa, che sopravvive di espedienti e furti, dove ai bambini vengono somministrati schiaffi e non baci... e quindi un atto di accusa nei confronti degli adulti e della società in genere. 


11. Il silenzio – Come trovare pace in mezzo alla tempesta di Natale Benazzi

La dimensione del silenzio appare sempre più lontana dalla nostra frenetica realtà eppure può diventare un aiuto, uno strumento importante per ritrovare nuove energie e nuovo slancio e affrontare le sfide di ogni giorno. Questo libretto fa ricorso al Vangelo e alla tradizione della spiritualità cristiana e fornisce ai lettori spunti e consigli utili in un percorso di crescita e di miglioramento personale.

Opinione: A questo libriccino di meditazione avevo accennato in occasione del post Sant'Antonio Abate e le tentazioni di oggi, che se volete leggere potete trovare qui. Si tratta di testi brevi, ma molto rasserenanti che mi hanno aiutato molto a superare alcuni momenti difficili.


12. Tutti gli amori imperfetti di Grazia Gironella


Viola arranca in una vita che non la soddisfa, con amici che non sono più tali. Ha bisogno di ritrovare se stessa, dopo l’episodio destabilizzante avvenuto con Corinna, sua amica d’infanzia. Mac è un ragazzo introverso, in guerra con la famiglia, disposto a compiere scelte difficili per rispettare i valori in cui crede. Il loro è più uno scontro che un incontro, finché non compare Jamila, una ragazza di origini marocchine fuggita di casa, che si nasconde in un capanno alla foce del fiume. Viola e Marco, sempre più coinvolti in una situazione che va oltre le loro possibilità, per aiutarla corrono dei rischi imprevisti. Perché ad amare si impara, ma non c’è niente di più pericoloso dell’amore.

Opinione: Avevo già letto una prima versione di questo romanzo anni fa, e quindi ho ritrovato con autentico piacere i protagonisti di questa storia. 
Vi propongo in questa sede la recensione lasciata su Amazon: "Anche nel suo ultimo romanzo l’autrice Grazia Gironella privilegia una storia di adolescenza, periodo difficile da raccontare almeno quasi quanto l’età infantile. Colti attraverso la loro personalità tenera e spigolosa, spesso attanagliati da profonda solitudine anche quando sono con il gruppo degli amici, Mac, Viola, Jamila sono delineati soprattutto attraverso i loro scontri e confronti con adulti e coetanei, come accade quando le faglie si urtano. Non a caso ho scelto un paragone naturale, perché a fare da sfondo alle vicende sono ambienti di montagna o mare: una natura che si sostanzia persino nelle scene dove sembrerebbe soccombere di fronte alla centralità dell’essere umano, quali i capannoni per gli allevamenti industriali o piazze cittadine intristite da pomeriggi di noia. Non è tutto: la natura si fa specchio di emozioni sovente celate con cura, le richiama e le potenzia in modo mosso e magmatico, esattamente come avviene nell’adolescenza, età tutt’altro che spensierata come nello stereotipo eppure immensamente ricca di potenzialità. Proprio grazie agli “amori imperfetti” del titolo, e volgendo la loro attenzione verso l’esterno, tutti i protagonisti cambieranno lo sguardo su se stessi e sul loro piccolo grande mondo. Lo stile di Grazia Gironella è semplice e diretto, ma mutevole e adattabile proprio come i protagonisti della sua toccante storia in cui ognuno di noi può ritrovare qualcosa di sé."


13. Fiore di roccia di Ilaria Tuti

Con Fiore di roccia Ilaria Tuti celebra il coraggio e la resilienza delle donne, la capacità di abnegazione di contadine umili ma forti nel desiderio di pace e pronte a sacrificarsi per aiutare i militari al fronte durante la Prima guerra mondiale. La Storia si è dimenticata delle Portatrici per molto tempo. Questo romanzo le restituisce per ciò che erano e sono: indimenticabili.


Anche di questo romanzo avevo parlato abbondantemente nell'ambito del mio articolo dedicato alle portatrici carniche, dove mi ero soffermata sulla parte più storica della vicenda. Anche in questo caso vi segnalo qui l'articolo. Il romanzo è molto bello e lo consiglio senz'altro anche per l'alto livello di scrittura... se posso fare una sola notazione critica è sul finale che scende un po' a mio parere, ma nel complesso rinnovo la mia vivissima raccomandazione a leggerlo.


14. Guerre ed eserciti nell'Età Moderna a cura di Paola Bianchi e Pietro Del Negro (libro universitario)


Con l'avvento delle armi da fuoco, l'organizzazione degli eserciti permanenti, il ricorso a condottieri, mercenari e militari che fanno della guerra una professione, la costruzione degli stati si accompagna a un periodo di bellicosità nuovo. Le forze armate costano sempre di più, condizionano l'economia, la società e la cultura, lasciando tracce di devastazione, ma creando anche notevoli trasformazioni nei ruoli e nel coinvolgimento delle popolazioni. Nell'Italia moderna c'era tutto questo e altro: italiani in armi che si affrontavano non solo nei vari stati regionali o al servizio di eserciti stranieri, ma erano impiegati in pace nel controllo dell'ordine pubblico, o nel presidio di cittadelle e fortezze.


Opinione: Un altro testo da portare all'esame di Storia dell'Età del Rinascimento, dopo di che diventerò una guerrafondaia di professione! :) 
Una sezione particolarmente approfondita è quella delle guerre per mare, e delle tipologie di navi concepite per alloggiare i nuovi pesantissimi armamenti, degli schieramenti delle flotte, del posizionamento dei cannoni e delle modalità delle battaglie navali, del sistema di reclutamento delle ciurme, spesso attingendo ai forzati nelle carceri, dei contratti con gli imprenditori. Una volontà di potenza che a partire dal Cinquecento esce dal Mediterraneo per dispiegarsi nei lontani oceani conquistando nuovi territori, sottomettendo popoli e saccheggiando risorse.


15. L'etrusco immortale di Ariano Geta

Sette racconti fantastici di vario genere: dal fairytale all'ucronia, dalla fantascienza alla fantasia letteraria. Le storie contengono poca azione, e sono maggiormente improntate alla riflessione.

Opinione: Ariano Geta è il titolare del blog omonimo, che vi invito a visitare, se non lo conoscete, accedendo qui. Ho letto volentieri questa sua raccolta di racconti che mi hanno permesso di spaziare con l'immaginazione attraversando diversi generi. Tutti i racconti hanno come filo conduttore la condizione umana, e anche grandi temi che ci riguardano tutti come la vita dopo la morte. 
Tra le proposte di Ariano mi sono piaciuti molti "Il demone senza nome", ambientato in un oriente molto antico con la storia di un uomo cresciuto e addestrato in modo diverso; e anche "L'università onnipotente" che descrive un futuro post-atomico non molto lontano dal nostro presente con "studi umani" che assomigliano agli esperimenti sociali dove noi facciamo da cavia. Spicca su tutti "L'etrusco immortale" che dà il titolo alla raccolta e che, da appassionata di storia, ho gradito per la cura con cui è stato scritto.


16. Signori e mercenari - La guerra nell'Italia del Rinascimento di Michael Mallet (libro universitario)

Il Quattrocento fu un'epoca di importanti novità nell'arte della guerra.
Mallett descrive il concreto funzionamento dell'organizzazione militare, dalla composizione delle compagnie ai rapporti con lo stato o il signore, dai problemi logistici e amministrativi al peso che la presenza quotidiana della guerra aveva sugli individui, le istituzioni, gli stati. Un quadro ricchissimo, che restituisce appieno il mondo della guerra nella turbolenta Italia del XV secolo.


Opinione: Altro testo che dovrò portare all'esame come non frequentante, dopodiché la patente di ufficiale in capo non me la toglie nessuno. Il saggio risale alle origini della rivoluzione militare che si colloca nel Medioevo duecentesco e soprattutto tardo con le compagnie di ventura, i mercenari, i condottieri e i loro committenti, l'organizzazione e la pratica della guerra. 
Un universo complesso e in continua evoluzione che travalica i segmenti temporali che assegniamo alla storia per dispiegarsi attraverso i secoli in tutta la sua cruenta drammaticità "imprenditoriale".


17. Il governo di sé - Come allenarsi per le prove di ogni giorno di Natale Benazzi


La parola ascesi deriva dal greco askesis, e significa semplicemente "esercizio": si riferisce, infatti, in origine, all'allenamento dell'atleta per superare una prova. Di fatto, anche nel suo significato attuale, niente altro è l'ascesi che una serie di attività, di esercizi appunto, tesi ad allenare corpo e spirito (non l'uno senza l'altro) per uno scopo preciso: il governo di sé; in vista di uno scopo altrettanto preciso: il bene. L'ascesi è allenamento, rinuncia, fatica. Ma non senza scopo: essa vuole renderci capaci di governare noi stessi in vista del bene, farci funzionare in vista del bene comune, di un bene più alto.

Opinione: Un altro piccolo libro di meditazione e riflessione, con la proposta di esercizi per arrivare ad allenare lo spirito in vista di un bene che non sia soltanto individuale.
 

18. Il treno era in orario di Heinrich Böll 

È con Il treno era in orario (1949) che, da scrittore semisconosciuto, Heinrich Böll divenne improvvisamente un caso letterario. Reduce dalla guerra, non volle "parlare d'altro", e con i suoi scritti costrinse i connazionali a rituffarsi nella grande tragedia che li aveva travolti. Senza togliere nulla alla plumbea realtà di quei giorni, Böll la fece tuttavia lievitare e le diede un senso attraverso una forte carica di poesia, tanto più impressionante quanto più aliena da ogni intento edificante. A questo primo scritto fa da ideale pendant Il pane dei verdi anni, del 1955, che presenta invece il vivido ritratto di una Germania speranzosa e attivista, già avviata verso il miracolo economico.

Opinione: Premio Nobel per la Letteratura, con il primo racconto l'autore ci narra il viaggio di un soldato tedesco in licenza a bordo di un treno diretto verso la Polonia, e della sua amicizia con altri due commilitoni. Tutto è visto dal punto di vista ora dell'uno ora dell'altro, in una prosa letterariamente molto alta dove l'angosciante senso della morte imminente è simboleggiato dalla parola "presto". Uno dei protagonisti ricerca ossessivamente il paese dove morirà sulla carta geografica della Polonia, osservando sfilare le stazioni dal finestrino. Molto toccante è anche l'incontro con una prostituta in un bordello, e della nascita di un amore come un fiore in mezzo alle rovine.

***

Ho concluso la seconda parte, mentre mi riservo di pubblicare i veri e propri Premi separatamente per non rendere il post troppo lungo. A presto!
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QUALCOSA DI ME

QUALCOSA DI ME
Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato sei romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ho in cantiere una serie di romanzi ambientati nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

IL MIO ULTIMO LAVORO

Parigi, 1789. Maximilien Robespierre, Georges Danton, Camille Desmoulins, Antoine de Saint-Just sono tra i protagonisti della Rivoluzione Francese. Ma come si arriva a far scoppiare una rivolta di tale portata, a diventarne il volto e a capeggiare le sue fasi sanguinarie?
Solo scandagliando il passato si scioglierà l’enigma.
Ne emerge un disegno rivelatore di tormentati legami che li uniscono sin dalle esistenze passate. E che li attira verso la bellissima Lucile Duplessis, fenice che rinasce dalle sue stesse ceneri.
I Serpenti e la Fenice non è soltanto un romanzo storico dove l’aderenza alle fonti si illumina e si scalda al fuoco dell’immaginazione, ma il racconto di un’occasione imperdibile di redenzione e amore.

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