"La Storia siamo noi": blog di storia, letteratura e arte

FRAMMENTO DELL'ARA PACIS

Altare del 9 a.C. Museo del Louvre - Parigi

MADONNA E SANTI NEL GIARDINO DEL PARADISO

Maestro dell'Alto Reno. Tecnica mista su tavola, 1410.

LA BATTAGLIA DI SAN ROMANO

Paolo Uccello. Tecnica mista su tavola, 1438.

And when did you last see your father?

William Frederick Yeames. Olio su tela, 1878.

KENTUCKY FLOOD

Margaret Bourke-White. The American Way of Life, 1937.

sabato 27 novembre 2021

Storia di una tomba senza nome


“Dei Sepolcri”... come direbbe Foscolo

Vado spesso al cimitero di Bruzzano dove sono sepolti molti dei miei parenti, incluso mio papà. Si tratta di un cimitero di piccole dimensioni posto alla periferia nord di Milano, in un luogo che un tempo era borgo agricolo sulla strada che va a Como, e come tale è un po’ decentrato. Per una serie di combinazioni, quasi tutti i miei parenti prossimi hanno trovato accoglienza là.

Questo luogo di sepoltura è molto raccolto e meditativo, e mi piace proprio per tale ragione. Potrei aver detto una banalità, ma vi assicuro che i cimiteri milanesi non sono tutti uguali, e che non in tutti si trova lo stesso spirito di quiete e dolcezza, come invece dovrebbe essere. Il cimitero di Bruzzano non è mai molto frequentato, a parte nel giorno dedicato ai defunti. Là tutti si ricordano di avere dei parenti da andare a trovare, e si precipitano muniti di piantine, lumini e fiori con veri e propri ingorghi di auto nel parcheggio antistante l’ingresso, e formando assembramenti agli stand che vendono tali oggetti, come se non ci fosse un domani.

Amo dunque passeggiare nel cimitero, dove in questo periodo l’autunno si sposa perfettamente con il luogo, e la luce assume una tonalità speciale. Questi luoghi non mi incutono ansia e tristezza, come invece gli ospedali che sono luoghi di sofferenza, e mi piace pensare che, dopo una vita di fatica e tribolazioni, i miei cari si stiano finalmente riposando. Si sentono gli uccelli che cantano, e si può anche avvistare qualche gatto che vi si aggira.

Anche procedere in mezzo alle tombe per leggere le date di nascita e morte, osservare le fotografie e quando furono scattate, contemplare le epigrafi, cogliere i particolari è molto istruttivo perché è come leggere una sorta di libro. Ci sono delle tombe fantasiose, con statuette che testimoniano le passioni del defunto, anche calcistiche, altre che esagerano e sono un trionfo di paccottiglia, altre ancora più sobrie. Ci sono tombe solitarie, altre dove sono racchiuse famiglie intere, ve ne sono altre ornate di piante e fiori, mentre le loro vicine sono spoglie e in stato di evidente abbandono. Su tutte la natura sembra farla da padrona, con cadute di foglie, segni evidenti di intemperie, piante rampicanti che si allungano ovunque.


La sorprendente arte funeraria

La scultura funeraria poi è magnifica e spesso va oltre quei codici stilistici che la rendono riconoscibile e che si traduce più che altro in angeli, la Vergine in preghiera, donne afflitte, Gesù incoronato di spine. A proposito di angeli, androgino e sensuale è quello del Cimitero monumentale di Staglieno a Genova, opera del 1882 dello scultore Giulio Monteverde e che potete vedere qui. Guardate che meraviglia la posa del corpo, i particolari del viso e dei capelli, e lo sguardo enigmatico, quasi imperscrutabile di questo giovinetto o giovinetta.
 
 


Ricordo con particolare ammirazione una visita che feci anni fa al cimitero Monumentale di Milano, un autentico giro guidato in mezzo alle tombe, eseguite da grandi artisti per i loro committenti. Per esempio da bambina mi colpì molto la tomba dove riposa l’aviatore Umberto Fava con la rappresentazione di un giovane aviatore nudo, che regge un’elica. Una testa di Medusa, evidentemente ripresa dalla Medusa di Caravaggio, e rappresentante il mare, lo sta traendo nei suoi gorghi. Sulla base è inciso in lettere dorate l’epigrafe di Gabriele D’Annunzio: “Non cola ma vola, non cade ma s’alza”. Mi impressionava questo mostro che spuntava dal mare per trarre a sé il giovane, morto in Libia nel 1941 all’età di ventitré anni. Eccovi entrambe le immagini per fare un confronto.



 
La tomba senza nome

Sono dunque andata di recente a compiere il mio breve pellegrinaggio a Bruzzano munita dei miei
cinque fiori da distribuire in modo equanime ai miei cari. Mi stavo aggirando alla ricerca di mio zio quando l’occhio mi è caduto su questa tomba con la foto in bianco e nero di una giovane donna, presumibilmente della prima metà del Novecento per posa e acconciatura. Tale sepoltura non aveva nemmeno il classico “giardinetto” a delimitarla, fatto con dei sassolini e delle piantine e, a prima vista, non aveva nemmeno il nome. Ci si poteva passare sopra senza nemmeno accorgersi. Il vaso per inserire i fiori era di plastica e conficcato direttamene nel terreno, ed era ovviamente vuoto dato lo stato di degrado. Ovviamente il primo pensiero è stato di indignazione per l’incuria della manutenzione del cimitero, con relativi improperi al suo indirizzo. 

Ero comunque un po’ perplessa, poi mi sono recata sulla tomba di mio zio, rimuginando lungo il tragitto. Però poi mi sono detta che questa donna meritava di ricevere il fiore: non vi nascondo che il pensiero di una tomba anonima mi aveva fatto impressione. Il mio è stato un impulso che non so spiegare, sono ritornata indietro; non riuscivo più a ritrovarla ma alla fine ce l'ho fatta. Inizialmente ho messo il fiore nel vaso vuoto, ma non aveva tanto senso data la lontananza, così l’ho messo proprio vicino alla fotografia e lì mi sono accorta che la pianta rampicante di tipo invasivo aveva avviluppato la pietra con inciso nome e cognome. Ho scoperto che era nata nel 1915, ma non sono riuscita a spostare la pianta e a leggere nome e cognome.

Chissà chi era...

Ho cominciato a riflettere sull’identità di questa signora, non disponendo che di qualche dettaglio. Forse era morta giovane, così come la ritrae la foto - dove ha un viso triangolare dal trucco accentuato come si usava all'epoca, un mento pronunciato e uno sguardo penetrante e serio, un po’ ostile - e qualcuno provvede a rinnovare la concessione. Vicino alla fotografia c’era un piccolo fiore fresco. Oppure era morta anziana, e non c’erano altre immagini disponibili se non di quando era ragazza.

Senz’altro non aveva parenti prossimi che potessero commissionare una lapide anche semplice oppure nessuno aveva voglia o possibilità di spendere dei quattrini. Però c’è senz’altro la mano di qualcuno che provvede a rinnovare la concessione, oppure non si spiegherebbe che possa essere ancora in terra dopo tanto tempo. Insomma, questa tomba abbandonata ha sollevato degli interrogativi, e se avessi una penna migliore potrei scrivere un racconto a lei dedicato. 
Per il momento mi piace pensare che sia contenta per il dono ricevuto.

Nel romanzo "Via col vento", ho letto di questo episodio con le signore di Charleston - in pratica amiche delle protagoniste Rossella O'Hara e Melania Hamilton - che si indignano perché una di loro, oltre a occuparsi della tombe dei caduti sudisti, cura anche le tombe senza nome dei soldati nordisti. L'intervento e la perorazione di Melania, una figura assai meno incolore di quanto appare nel film, saranno risolutivi sull'argomento. 

***

Vi sono dei cimiteri nella vostra città con nomi illustri, o con sculture importanti? Che cosa pensate dell'atmosfera dei cimiteri?

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sabato 20 novembre 2021

"La scelta di Maria": la storia del Milite Ignoto


In occasione del 4 novembre ho avuto modo di vedere un pregevolissimo film, “La scelta di Maria”, che vi consiglio di cuore. Si tratta di un docu-drama del 2021 co-scritto e diretto da Francesco Micciché e dedicato alla figura di Maria Bergamas, una donna friulana scelta come rappresentante delle madri che avevano perso un figlio durante la prima guerra mondiale, presentato in televisione il 4 novembre e reperibile su rapiplay qui.

La storia ci racconta il dolore immenso di queste madri e come nasce la scelta di tumulare nel Vittoriano di Roma la salma di un caduto irriconoscibile a simbolo di tutti i caduti, e che diventa il Milite Ignoto. Per farlo il film si serve di spezzoni di filmati dell’epoca, e di animazioni.


La Prima Guerra Mondiale

Il primo conflitto mondiale è conosciuto anche come Grande Guerra per l’impatto che ebbe in termini di vite umane, feriti, dispersi, mutilati, e modifiche nel modo di combattere con l’ingresso di ampi eserciti, l’uso delle trincee e di gas, per l’ampiezza dei campi di battaglia, le nuove tecnologie belliche e l’imponente sforzo produttivo per produrre sempre nuovi armamenti da buttare nel conflitto.

Iniziato come un conflitto europeo, si traduce rapidamente in un conflitto su larghissima scala dove, per un perverso effetto domino causato dal sistema di alleanze, le principali nazioni entrano in guerra una dopo l’altra, trascinando rapidamente con sé le alleate. Lo scenario bellico si estende poi alle colonie dell’impero britannico, gli Stati Uniti d’America e l’impero giapponese. Si tratta di una guerra che verrà un poco messa da parte nell’immaginario perché a essa subentrerà l’immane tragedia della Seconda Guerra Mondiale; e tuttavia gli storici indicano proprio nella Grande Guerra del 1914-1918 un vero e proprio momento di svolta, seguito da una sindrome da stress post traumatico di tipo collettivo.

La guerra ha inizio ufficialmente il 28 luglio 1914 con la dichiarazione di guerra dell’impero austro-ungarico al regno di Serbia in seguito all’assassinio del granduca Francesco Ferdinando. Le maggiori potenze alleate entrano in guerra a, e si allineano su due blocchi contrapposti, con gli imperi centrali da una parte (impero tedesco, impero austro-ungarico e impero ottomano) e dall’altra gli Alleati: Francia, Regno Unito, impero russo e impero giapponese, e dal 1915, l’Italia.

Didascalia - Da in alto a sinistra in senso orario: insorti russi nelle strade di Pietrogrado;
la nave da battaglia Szent István affonda; fanti britannici in trincea 
sulla Somme;
mitraglieri austroungarici sulle montagne sud-tirolesi;
truppe statunitensi nell'
Argonne su carri armati Renault FT;
bombardiere tedesco 
Gotha G.IV diretto su Londra.


L’Italia in guerra. Nelle prime fasi l’Italia resta infatti neutrale, e osserva l’andamento del conflitto avendo in mente di affiancare le potenze centrali (o Triplice alleanza) in cambio di compensi territoriali quali Trentino, isole della Dalmazia, Gorizia, Gradisca e un “primato” sull’Albania. Dopo aver stipulato un patto di alleanza con le potenze della Triplice intesa e aver abbandonato lo schieramento della Triplice alleanza, l'Italia dichiara infatti guerra all'Austria-Ungheria il 23 maggio 1915. Il conflitto si trasforma in una guerra di trincea, simile a quella che è combattuta sul fronte occidentale, e una serie di battaglie sull’Isonzo non porta all’Italia i frutti sperati ma al contrario forti perdite tra le truppe, bloccate da una spossante guerra di posizione.

Gli austro-ungarici però lanciano un’imponente offensiva nell’ottobre 1917 nella zona di Caporetto, che si traduce in uno sfondamento della difesa e in un crollo del fronte italiano, in seguito al quale le truppe sono costrette a una vera e propria rotta. Tragicamente il disastro bellico passa nella lingua, dove il termine “una caporetto” va a indicare una disfatta totale. Le forze italiane riescono però ad attestarsi sulla linea del Piave, al comando del generale Diaz e, dopo aver respinto un nuovo tentativo degli austro-ungarici di passare la linea del Piave, passano alla controffensiva nella battaglia di Vittorio Veneto. Il 3 novembre l'Impero austro-ungarico sigla l’armistizio di Villa Giusti che entra in vigore il 4 novembre, segnò la conclusione della guerra.
 

Le cifre della tragedia. Questo arido e stringato excursus storico, e le cifre che sto per darvi, non possono minimamente rendere conto della portata di questo dramma. La stima non è sicura, ma a livello globale si parla comunemente di numeri tra 15 e 17 milioni di morti, senza contare l’influenza spagnola, la pandemia che flagellò un mondo debilitato ed esausto dal conflitto. In questa cifra però non sono conteggiati i feriti e i mutilati, sia militari che civili. 

Causa non ultima di morte, come in tutte le storie dei conflitti, furono anche le malattie, la malnutrizione e incidenti vari e che arrivano da sempre insieme, rappresentati dai quattro cavalieri dell’Apocalisse. Li potete vedere qui in una xilografia di Albrecht Dürer (ca. 1497–98) dove cavalcano in gruppo, guidati da un angelo, per portare morte, fame, guerra e conquista militare.

 

Per quanto riguarda l’Italia, si ebbero le seguenti cifre:
 



Il film “La scelta di Maria”

Veniamo al film. Nel 1921, e dunque a guerra conclusa, su richiesta del Ministro della Guerra Luigi Gasparotto (Cesare Bocci), viene istituita una commissione presieduta dal generale Giuseppe Paolini (Marco Maria Casazza). Il gruppo di ufficiali, comandato dal tenente Augusto Tognasso (Alessio Vassallo), ha l’incarico di tornare sui campi di battaglia per ritrovare le salme di undici soldati non identificabili. In concomitanza con le ricerche, sono state chiamate alcune madri di soldati dispersi, per formare un gruppo tra cui verrà scelta colei che sceglierà uno degli undici caduti.


 
Tra queste donne c’è Maria Bergamas (Sonia Bergamasco) di Gradisca d’Isonzo. All’epoca il territorio si trovava nell’impero austro-ungarico e dunque il figlio Antonio, iscritto nelle leve dell’esercito austriaco, aveva disertato nell’ottobre 1914 per arruolarsi come fante nel battaglione italiano della Brigata Re. Maria Bergamas ha occasione di raccontare la storia del figlio al tenente Augusto Tognasso, che per alcuni versi glielo ricorda. Il tenente è stato decorato in guerra, ma soffre di sindrome da stress postraumatico e di orribili incubi notturni.

Una volta trasportati i corpi nella cattedrale di Aquileia, Maria, che è stata scelta nel gruppo di donne, indicherà quale salma sarà trasportata fino a Roma e poi tumulata nel Vittoriano. Nel «Rito di Aquileia», la donna viene posta di fronte alle undici bare allineate e si accascia al suolo, piangendo e gridando il nome del figlio davanti alla decima bara sulla quale cadrà quindi la scelta. Maria sarà consacrata come madre spirituale del Milite Ignoto, e in senso più ampio come “madre d’Italia”.

Per il trasporto fino a Roma è stato preparato un treno speciale, su una carrozza scoperta in modo che alle stazioni tutti possano vedere la bara avvolta nella bandiera tricolore e sommersa da un tripudio di corone e fiori. Su un lato sono scritte le date mcmxv - mcmxviii; sul lato opposto vi è la citazione dantesca "l'ombra sva torna ch'era dipartita" (Inferno, canto IV). 

Nelle stazioni il convoglio viene accolto da folle che mantengono un rigoroso silenzio, e da bambini che lanciano fiori sulla bara in onore del soldato caduto e, idealmente, di tutti i soldati. La folla si inginocchia al passaggio del treno, viene fatto il saluto militare da parte delle forze armate e di ex combattenti, e la benedizione della salma. Non essendovi l’intento di farne una questione politica, nessuno pronuncia discorsi altisonanti e non si suona nessuna musica oltre “La canzone del Piave”.


All’arrivo a Roma il 4 novembre il feretro viene accolto da re Vittorio Emanuele III e da una folla di trecentomila persone. Il milite ignoto, di cui è mantenuto il riserbo su quale campo di battaglia proviene, verrà tumulato al centro dell’altare della patria e sotto la dea Roma .

Maria non accompagnerà la bara fino alla sua meta finale, ma chiederà di scendere a Udine per tornare indietro dagli altri dieci (“che sono rimasti da soli”), e domanderà di essere seppellita un domani con loro nel cimitero retrostante la basilica di Aquileia.

Vi furono scontri tra socialisti e fascisti, ma l’evento non fu funestato da altri disordini. I socialisti decidono di non partecipare alle celebrazioni perché contrari alla guerra, e perché il popolo è stato tenuto lontano, e perché questo tipo di cerimonie è un frutto di una politica fautrice di nuove guerre e contro tutti coloro che con tale manifestazione intendono fare una speculazione nazionalistica. I giovani repubblicani durante il corteo ufficiale del 4 novembre lanciano un manifesto di contestazione tra la folla, e anche gli anarchici non partecipano.

Il monumento al Milite Ignoto verrà purtroppo strumentalizzato dal regime fascista che ne fa il proprio simbolo, sia tramite un corteo al termine della marcia su Roma sia durante le celebrazioni del 4 novembre con Mussolini appena nominato Presidente del Consiglio.

***  
Il cast del film: gli attori sono stati tutti molto bravi, anche se personalmente avrei preferito un’attrice diversa da Sonia Bergamasco, che ha un aspetto sofisticato e “cittadino” molto diverso dalla reale Maria Bergamas. Al di là di quello, onore al suo merito per avere interpretato una parte difficilissima.


Altri film dedicati alla Grande Guerra

Vorrei chiudere il post segnalando un caleidoscopio di film sulla Grande Guerra, opere di registi di diverse nazionalità che hanno narrato la guerra sui diversi fronti. Ce ne sono tantissimi altri, a testimonianza di una tragedia mondiale, e il mio elenco è senza dubbio parziale e incompleto, ma questi li ho visti e mi sono piaciuti in modo particolare.


- “Orizzonti di gloria” del 1957 co-sceneggiato e diretto da Stanley Kubrick. Nel film Kirk Douglas interpreta il colonnello Dax, un ufficiale comandante di soldati francesi che si rifiutano di continuare un attacco suicida allo scopo di conquistare una posizione tedesca ben difesa chiamata "Formicaio". Dopo questo evento Dax tenta di difenderli contro un'accusa di codardia in una corte marziale.Il film fu molto lodato dalla critica, e punta il dito contro le ambizioni dei generali, gli ordini insensati che mandano al macello uomini per conquistare posizioni inutili, gli effetti devastanti della guerra sulla psiche e sui corpi dei soldati (all’inizio viene mostrato uno di loro che soffre di shell shock).

- “Gli anni spezzati” (“Gallipoli”) del 1981, Australia, per la regia di Peter Weir. Il film narra uno dei
tragici episodi della sanguinosa battaglia di Gallipoli sullo stretto dei Dardanelli, dove tra il 1915 e il 1916 persero la vita 8.587 uomini dell'ANZAC, parte del corpo di spedizione comprendente soldati dell'esercito australiano e neozelandese. È soprattutto una storia di amicizia tra due giovani australiani, Archy Hamilton (Mark Lee), dotato di un grande talento per la velocità, e lo spavaldo Frank Dunne (Mel Gibson). Entrambi i ragazzi si arruolano volontari nell’esercito, uno in cavalleria e uno in fanteria, e il destino li porterà a combattere in una durissima esperienza bellica. Il film fu uno dei più grandi successi di tutti i tempi in Australia, sia di pubblico sia di critica, e ottenne numerosi riconoscimenti.

- “Una lunga domenica di passioni”
del 2004, Francia, regia di Jean-Pierre Jeunet. Questo film mi era piaciuto talmente tanto che all’epoca avevo poi comprato il romanzo da cui è tratto: “Un long dimanche de fiançailles” dello scrittore Sébastien Japrisot. La storia inizia al fronte con alcuni soldati che vengono accusati di auto-mutilazione per ottenere il congedo. Condannati a morte da una corte marziale, i cinque vengono condotti fino ad un avamposto chiamato «Bingo Crepuscolo» e abbandonati al loro destino nella terra di nessuno tra le trincee tedesche e quelle francesi. Questi eventi si alternano con quanto sta accadendo alla fidanzata di uno di loro, una ragazza di nome Mathilde rimasta zoppa per la poliomielite, che viene contattata da un ex sergente ricoverato in un ospedale a causa dell'influenza spagnola... e non vi dico altro perché magari vi è venuta voglia di vederlo.

  

- “Testament of Youth” del 2014, Regno Unito, regia James Kent, di cui potete vedere una foto qui in alto. Il film è ispirato al romanzo Generazione perduta della scrittrice Vera Brittain, e racconta gli anni giovanili dell'autrice, e la sua esperienza con gli orrori della Prima guerra mondiale. Durante il conflitto la giovane perde il fratello Edward, il fidanzato Roland e l'amico Victor, in una guerra interminabile che tutti in Gran Bretagna pronosticavano come veloce e indolore.

 
"Torneranno i prati" di Ermanno Olmi

. lo straziante “Torneranno i prati” del 2015, l’ultimo film di Ermanno Olmi, ambientato nelle trincee sull’altopiano di Asiago e in mezzo alle montagne innevate. Il film si ispira liberamente al racconto “La paura” di Federico De Roberto del 1921 e basato anche sulla corrispondenza dei soldati. Lo scenario di pace e il silenzio irreale vengono di quando in quando devastati dagli attacchi nemici, e il film mostra le giornate interminabili dei soldati in mezzo a freddo, fame, sporcizia, paura.

- “1917” del 2019, USA/Regno Uniti, regia di Sam Mendes. Il film vede protagonisti George MacKay e Dean-Charles Chapman, affiancati da un cast che comprende Mark Strong, Andrew Scott, Richard Madden, Colin Firth e Benedict Cumberbatch. Il regista si è ispirato ai racconti di guerra di suo nonno Alfred Hubert Mendes, che aveva combattuto per due anni sul fronte francese. La sfida degli sceneggiatori è stata quella di creare una storia che, pur svolgendosi in tempo reale, nella sua durata avesse un inizio, uno svolgimento e una fine e non si spostasse mai dai protagonisti. Le sequenze nelle trincee sono assolutamente straordinarie per realismo.

***

Vi chiedo se conoscevate la storia del Milite Ignoto (io no) o avete visto qualcuno di questi film. Vi lascio con il trailer youtube di “La scelta di Maria” per darvi un’idea di come è stato realizzata la vicenda.




Fonti immagini: Wikipedia

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sabato 6 novembre 2021

Il Caffè della Rivoluzione – Lo squadrismo dei dandy / 47

 



Il prossimo esame si avvicina! Eccomi di ritorno in grande spolvero con la rubrica Il Caffè della Rivoluzione, appuntamento d’obbligo per tutti i fanatici della rivoluzione francese come la sottoscritta! La parola “spolvero” non è scelta a caso in quanto sto per proporvi una chicca che riguarda la moda, argomento scovato durante la lettura e lo studio dei miei testi per il prossimo esame universitario.

Quest’ultimo ha il coinvolgente titolo di Storia dell’Età dell’Illuminismo e delle Rivoluzioni e sarà in presenza deo gratias. I testi da portare come non frequentante, confermati dal professore pensionando dopo una serie di rocambolesche manovre via mail, sono i seguenti: Donald G. Sutherland, “Rivoluzione e controrivoluzione. La Francia dal 1789 al 1815”, Timothy Thackett, “In nome del popolo sovrano”, Haim Burstin, “Rivoluzionari. Antropologia politica della Rivoluzione francese”. Li potete vedere nella foto dove sorgono da uno sfondo scuro. Com'è ovvio spero che l'esame vada bene, altrimenti i miei beniamini mi verranno a tirare i piedi di notte. Avrò comunque occasione di parlarvi di questi testi, specialmente degli ultimi due che sono imperdibili

Di solito quando mi preparo per un esame mi metto a cercare anche in rete ritratti, mappe, fotografie, sia per memorizzare meglio la materia sia perché mi piace osservare le immagini che, a mio parere, sono dei veri e propri dispositivi di attivazione mentale; e con queste immagini compongo degli schemi oppure dei volumetti accompagnati dal testo riassuntivo. E quindi sto trovando moltissime cose interessanti.

Che cos’è Termidoro. Prima di introdurvi l’argomento modaiolo di oggi, però, occorre farvi un necessario spiegone storico che manterrò stringatissimo. Tutti conoscono Maximilien Robespierre, e molti sanno che cosa successe il giorno 28 luglio 1794 - 9 Termidoro anno IV secondo il calendario rivoluzionario, un nuovo computo del tempo che aveva un suo perché ma che complicò la vita a tanti poveretti, e soprattutto allungò la settimana a dieci giorni (ne avevo parlato in un post dall'evocativo titolo "Un calendario da mal di testa", lo trovate qui). In breve lui e un gruppo di deputati suoi alleati vengono liquidati da un colpo di stato attuato dai cosiddetti “termidoriani” tra cui Fouché, Fréron, Tallien. Con le loro teste cade quasi tutta l’impalcatura del governo rivoluzionario. I termidoriano ristabiliscono la libertà economica, mentre sulla scena politica ricompaiono moderati e monarchici.

Il divario tra ricchi e poveri.
Termidoro fa seguito a un periodo di ristrettezze - negli anni 70 del Novecento si sarebbe detto l’austerity - per porre rimedio a una situazione economica e finanziaria che definire catastrofica sarebbe un eufemismo. Come tutti noi ben sappiamo, dopo un periodo di limitazioni si prova il bisogno di tornare alla normalità e magari alcuni tendono a sbracare. Infatti Parigi in primis si dà alle pazze gioie: si riaprono i salotti, si inaugurano centinaia di sale da ballo e luoghi per giocare d’azzardo, i negozi espongono moltissime merci, e chi può banchetta a più non posso. Naturalmente in questi frangenti è sempre più evidente la differenza tra ricchi e poveri, e molti devono fronteggiare l’aumento dei prezzi, inflazione, disoccupazione, povertà, addirittura con un aumento di persone morte per inedia.

Les Incroyables. Non è tutto, perché è arrivato il momento della resa dei conti contro i giacobini e i sanculotti, e i termidoriani instaurano il cosiddetto Terrore bianco. Esso viene inaugurato da violente campagne di stampa, poi scendono in campo le bande della jeunesse dorée, la gioventù dorata e benestante, che certamente gode di protezioni altolocate, sebbene compaia ancora prima di Termidoro. Osservare la moda è sempre molto interessante in quanto è uno specchio significativo dei tempi negli eccessi e nella sobrietà, come nell’uso delle lunghezze, dei colori e degli accessori, e naturalmente del modo di pettinarsi.
 

Ed eccoli dunque in una immagine di Eugène Lampsonius, questi teppisti della gioventù dorata chiamati anche “les incroyables”: hanno lunghe trecce (le cadenettes), che ricadono sulle spalle o capelli lasciati crescere lungo le tempie che vengono chiamati "orecchie di cane"; un pettine di corno raccoglie in un ciuffo dietro la testa (a raffigurare il modo con cui si presentava al patibolo i condannati a morte) i capelli che devono essere tagliati con il rasoio e non con le forbici. Portano poi dei grandi anelli alle orecchie, enormi occhiali sul naso oppure un grande pince-nez con una lunga asta davanti agli occhi come se fossero affetti da una forte miopia.

Per quanto riguarda l’abbigliamento vero e proprio, indossano delle redingote molto corte, un abito con un grande colletto che crea una gobba sulla schiena, una gigantesca cravatta come se si volesse nascondere un gozzo o la scrofola, dei calzoni corti al ginocchio di velluto o di seta nera o verde cascanti e che deformano le ginocchia, delle calze variegate, attorcigliate sulle gambe e calate alle caviglie. Di solito indossano una cravatta verde, il bavero della giacca è quadrato e nero.

Il loro abbigliamento viene messo in caricatura da Carle Vernet, come potete vedere qui nei paraggi: bicorno a mezza luna, parrucca infarinata, colletto nero, cravatta che avvolgeva tutto il collo in segno di lutto per l'esecuzione di Luigi XVI, l'abito troppo stretto, un enorme monocolo e un bastone piombato in pugno.

Teppisti in merletti. Visti così sembrano dei ridicoli manichini, ma non doveva essere divertente incontrarne poiché compivano atti di vero squadrismo. Si ispirano ai termidoriani come Fréron e al suo giornale “L’Orateur du Peuple”, oppure le donne si rifanno a Madame Tallien detta “Nostra Signora di Termidoro”. Hanno i loro canti (le “Réveil du peuple”) e i loro slogan (“Non ci sfuggiranno”, “Abbasso i giacobini”). Il loro quartier generale è il caffè Chartres. 

Quel che è peggio è che girano per Parigi armati di randelli per aggredire i giacobini isolati, fanno spedizioni punitive (le “passeggiate civiche”), danno l’assalto ai quartieri popolari. Sommergono di fischi le rappresentazioni teatrali “giacobine”. Il loro randello si chiama “il potere esecutivo” con cui bastonano i loro nemici. Si potrebbe pensare ai classici “figli di papà”, cioè giovani di ottima famiglia che non abbiano niente di meglio da fare che molestare e picchiare la gente e sfasciare beni pubblici, invece sono generalmente commessi di negozio, fattorini, impiegati pubblici; quindi si può dire che appartenessero alla piccola borghesia.

"L’Armata dei sonnambuli" di Wu Ming. Nell’originale romanzo storico del collettivo bolognese, che avevo letto e recensito qui, fanno varie comparse nella seconda metà della storia. Ecco un breve passaggio dove potete gustare il lessico con cui sono resi i termini francesi:

- Li chiamano muschiatini, - gli spiegò Andria, un cameriere baffuto di origine corsa, più vecchio di lui di almeno vent’anni, - per via che gli piace mettersi quel profumo al muschio da invertiti. Alcuni li chiamano anche inc’edibili. E pa’ola mia, disse imitandoli - non so davve’o pe’ché pa’lino in questo modo.
Leo domandò come poteva essere che la cagnaccia* non avesse nulla da ridire sui loro modi e sui loro vestiti, che imitavano quelli dei nobili dell’Ancien Régime.
- Fuori di qui stanno più bassi, - fu la risposta, - ma Palazzo Egualità è il loro territorio. Con tutte ‘ste botteghe, gioiellerie, ristoranti per damerini...
*termine gergale per polizia


Les Merveilleuses. Naturalmente c’è anche la loro controparte al femminile, cioè le Meravigliose. Queste donne si ispirano all’antichità pagana, e si vestono con mantelli, abiti, tuniche alla greca o alla romana, per esempio ci sono tuniche alla Cerere e alla Minerva, redingote alla Galatea, vestiti alla Flora o alla Diana. Calzano coturni, sandali allacciati sopra le caviglie con cordoni incrociati o fasce ornate di perle. Qualcuna aggiunge a questo abbigliamento nuove eccentricità: la regina delle meravigliose, Thérésa Tallien (qui in un ritratto a seno nudo... sono proprio curiosa di vedere se su fb mi verrà cassata l'immagine!), orna le dita dei piedi con anelli costosi e altre la imitano e aggiungono dei cerchi d'oro alle gambe. Talvolta su una grande parrucca bionda indossano immensi cappelli, portano i capelli corti e scalati come quelli dei busti romani.


Non contente di indossare abiti molto leggeri, molte Meravigliose si inventano di mostrarsi durante le passeggiate e nei giardini pubblici coperte soltanto da vestiti di garza trasparente. Le potete vedere qui nella solita caricatura inglese che mostra delle parigine vestite di abiti “invernali” nel 1799 - l’Inghilterra aveva il dente avvelenato con la Francia, oltre a essere in guerra con lei anche in senso ideologico, e non perdeva occasione per "sfotterla" come direbbe un partenopeo.

Lo squadrismo a Parigi e in provincia. Come vi raccontavo sopra, i “moscardini” non sono per niente bonari e moderati nelle loro manifestazioni politiche, ma governo non reagisce e preferisce non intervenire per reprimere le loro intemperanze. Così l’11 novembre 1794 essi devastano il club dei giacobini, fornendo così il pretesto alle autorità per chiuderlo definitivamente. Le loro imprese si moltiplicano: i busti di Marat vengono spezzati, i caffè giacobini saccheggiati, nei teatri proibiscono il canto della “Marsigliese” e impongono il loro “Réveil du peuple”. Sono così molesti che la Convenzione è costretta a rimuovere la salma di Marat dal Panthéon.

Anche in provincia i “moscardini” operano organizzati in bande che si chiamano la Compagnia di Gesù o quella del Sole. Addirittura si hanno dei veri massacri, specialmente nelle prigioni di Lione con la scusa che ve n’erano tanti stipati nelle prigioni e si era sparsa la voce che si preparassero a evadere per riprendere il potere.

Si uniscono anche alla repressione armata dell'insurrezione popolare del 20 maggio 1795, dapprima presidiando la Convenzione ma fuggendo al primo assalto degli insorti, e poi, tre giorni dopo, assaltano il faubourg operaio di Saint-Antoine, ma hanno la peggio e scampano a stento al massacro. Una volta messi fuori gioco giacobini, montagnardi e sanculotti, la Convenzione termidoriana tenta di sbarazzarsi dei “moscardini” chiudendo il Café de Chartres. Così essi appoggiarono la rivolta realista di vendemmiaio, che fallisce. I “moscardini” vanno a disperdersi, per la gioia dei loro avversari che tirano un sospiro di sollievo, ma anche per la disperazione dei loro sarti.

***

A me ricordano un gruppo di gang adolescenziali dei giorni nostri con un loro codice di abbigliamento e linguaggio, e ho paura che grazie ai social oggi sarebbero dei veri influencer con migliaia di follower. E voi ricordate delle manifestazioni esagerate nella moda che avete visto magari nella vostra adolescenza?


Fonti testo:
  • Robespierre - I grandi contestatori - Arnoldo Mondadori Editore
  • Donald G. Sutherland, Rivoluzione e controrivoluzione. La Francia dal 1789 al 1815, Bologna, Il Mulino
  • L'Armata dei sonnambuli di Wu Ming
  • lphège Boursin, Augustin Challamel, Dictionnaire de la Révolution française, Paris, Jouvet et cie, 1893, p. 336.
  • William Duckett (1805-1873), Dictionnaire de la conversation et de la lecture, Paris, Didot, 1875, p. 335.
  • Alfred Rambaud, Histoire de la civilisation contemporaine en France, Paris, A. Colin, 1888, p. 309-11.
Fonti immagini: Wikipedia 
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sabato 23 ottobre 2021

Galleria di grandi donne: Sibilla Aleramo / 9 - seconda parte


Rieccomi con la seconda e ultima parte della vita e delle opere della scrittrice, poetessa e giornalista Sibilla Aleramo, che ho riordinato e corretto in quanto frutto di appunti di una serie di conferenze tenute dalla dottoressa Vittoria Palazzo, e integrato con alcune parti mancanti. Se avete perso la prima parte, potete comunque rintracciarla qui

Ci eravamo lasciati con la pubblicazione del suo libro autobiografico più famoso, “Una donna” uscito nel 1906: uno spaccato drammatico della condizione femminile tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, che ha molto da dirci anche ai giorni nostri. L’autrice ci narra la scelta disperata di lasciare il figlio nell’impossibilità di proseguire con una vita di abusi, percosse e umiliazioni che la porterebbe inevitabilmente ad acuire la sua depressione e, forse, a portare a buon fine un suicidio già tentato.

Per quasi dieci anni dopo la pubblicazione del libro, però, Sibilla non scrive più perché impegnata in attività sociali per lei ancora più importanti della scrittura. Ricordo che l’autrice si trova a Roma all’epoca. La sua giovinezza e la sua forza la portano nell’azione diretta; più tardi si dedicherà ancora allo scrivere. Si occupa anche dei poveri che vivono al Testaccio.


Nuove città e molteplici amori

Sono anni molto intensi per Sibilla, fatti anche di trasferimenti in nuove città. Si sposta infatti a Firenze, dove è ospite di una famiglia francese, i Louchères; poi va a Parigi, dove entra in contatto con tutto il mondo letterario che orbita intorno alla famosa rivista “Mercure de France” (dove scrive il poeta Apollinaire). Incontra, prima di andare a Parigi, Cardarelli, e nasce una breve storia d’amore molto difficile. Qualcuno disse che Sibilla Aleramo lo aveva rovinato. Collabora alla “Voce”, rivista fiorentina dove scrivono Prezzolini, Papini, Slataper, Soffici, Amendola.

L’Italia ha uno slancio letterario notevolissimo, che purtroppo la prima guerra mondiale interrompe. Il periodo è caratterizzato anche dal movimento futurista, a cui Sibilla aderisce dal punto di vista artistico, ma che non segue più quando diventa interventista. Fra i pittori futuristi c’è il famosissimo Boccioni, il quale si innamora di Sibilla, che lo ricambia. Dopo poco però lui la respinge e Sibilla soffre in modo straziante. Lo scultore Rodin la consola spiegandole come sia assurdo non apprezzare più la propria vita quando un altro essere non ti corrisponde.

L’episodio di Boccioni segna profondamente Sibilla (che ha avuto molti, brevissimi amori, che le hanno immeritatamente aggiudicato la fama di novella Messalina). Queste angosce sentimentali sono causate dalla ricerca di un compagno che sia per tutta la vita, non l’amore occasionale, la passione travolgente fine a se stessa che non incide sull’anima. Lei sa vivere apertamente con sincerità d’animo i suoi sentimenti; nonostante i suoi studi, le meditazioni e i contatti con altre scrittrici, vivrà per affermare “l’arte suprema, la magia vera è l’amore”.


L'amore totale

Vuole l’amore totale, compreso come intelligenza, sentimento e rapporto emotivo-carnale: la completezza. Ogni volta dunque si illude di aver trovato la persona giusta (Giovanni Papini, Dino Campana, Salvatore Quasimodo, Giulio Parise). L’ultimo dei suoi legami sentimentali dura dieci anni ed è Franco Mattagotta, un poeta di venti anni, mentre Sibilla ne ha sessanta.

Questo desiderio di dedizione totale deriva anche dallo strazio maggiore della sua vita: la mancanza del figlio. Anche nelle sue opere molti critici illuminati hanno ritrovato un eccesso d’amore che è amore materno, il bisogno di circondare di protezione l’essere amato. Contemporaneamente vi è la volontà che porta la sua intelligenza a confrontarsi con un’intelligenza altrettanto alta, e l’impossibilità di accettare un rapporto non completo. Questo suo desiderio fortissimo di trovare l’alter ego, questa speranza di poter raggiungere l’armonia raddoppiata con la persona che ama, non la lascerà mai. L’amore, per Sibilla, non è qualcosa che astrae dal mondo e rende egoisti. Se un incontro simile potesse accadere, si è pronti in due, si esprime raddoppiata la propria luce. Nel libro “Io amo, dunque sono” esprime questa speranza, come pure nelle poesie tratte da “Selva d’amore” del 1912-1914.
 


A letto: il bacio di Henri de Toulouse-Lautrec (1892-93)
Collezione privata 


Le poesie

Nelle poesie di Sibilla Aleramo, composte durante tutta la vita, occorre notare la semplicità del linguaggio, lo stile limpido. Il linguaggio è diretto, privo di qualsiasi arzigogolo letterario, perché non ha fatto degli studi che l’avevano influenzata e perché questo sarebbe stato del tutto contrario al suo carattere. Non sono le persone che devono arrivare al poeta, ma è colui che, ricevuto un dono, lo deve portare a tutti, senza usare una forma presuntuosa oppure ostile. Eccovi qualche esempio.


Son tanto brava

Son tanto brava lungo il giorno
comprendo, accetto, non piango,
quasi imparo ad avere orgoglio,
quasi fossi un uomo,
ma al primo brivido
di viola in cielo,
ogni sostegno dispare.
Tu mi sospiri lontano,
sera, sera dolce e mia.
Sembrami d’avere fra le mani
La stanchezza di tutta la terra.
Non sono più altro che sguardo,
sguardo perduto e vano.

Da Momenti (Bemporad R. & Figlio 1921)




Ritmo

Ritrovata adolescenza,
gioia del colore,
occhi verdi di sole sul greto,
scheggiato turchese immenso de l’onde,
biondezza di cirri e di rupi,
rosea gioia di tetti,
colore, ritmo,
come una bianconera rondine
l’anima ti solca.

Tutte le poesie, Milano, Mondadori, 2004




L’azzurro

L’azzurro striato
di bianche farfalle e
di bianche vele
anche oggi si dilata
su terre d’oro e di verde.
L’amore dilata
il suo azzurro
attorno a dolci isole,
a vele arcaiche,
ride, incandescente,
senz’onda, come il vento,
come l’onda, come il canto
percorso di brividi, sorride.



Vita e arte coincidono

Per Sibilla Aleramo la vita deve coincidere con l’arte, e questa è anche una scelta di stile. Le varie tematiche letterarie per lei sono una sola cosa: la vita. Si può fare della propria vita la letteratura, come si può fare della propria letteratura la vita. Se l’autore dedica tutto se stesso a diventare famoso, trascurando tutto il resto, significa che ha fatto della letteratura la sua vita; oppure se l’autore si mette in posa, perché qualsiasi cosa dica o faccia deve sembrare “scrivibile”, significa che fa della sua vita una letteratura.

Fare arte e vita insieme significa essere sempre sinceri e avere il coraggio di raccontarsi, quindi mettersi perennemente a servizio degli altri, riuscendo da una parte a essere umili e dall’altra a essere orgogliosissimi, in modo quasi dannunziano. Per Sibilla questo è essenziale, data la sua situazione di donna sola e spesso mal giudicata per via di comportamenti giudicati scandalosi. Si tratta di uno stile (arte=vita) che viene seguito anche dalle altre scrittrici, un’innovazione che risale al momento storico e sociale del primo tentativo della donna di parlare. Solo con il Novecento le donne hanno avuto il diritto, contestato, alla parola, non sempre bene usata.

Una lunga vita, mia breve arte; in questa stanza d’albergo dove l’ininterrotto rumore dell’arteria cittadina sale a picchiarmi il cervello, che mi pare trasformato anch’esso in cosa di metallo e pietra, penso stamane ad altre stanze consimili, ad altre uguali, infernali baccani, in giorni pure d’estate, lontani; le stesse valigie, con qualche etichetta di meno, posavano su identici sgabelli. Mi tornano alla mente in specie le città settentrionali, forse per la medesima qualità della luce attraverso il merletto delle tende: Torino, Bologna, i giorni che aspettavo, sola, di poter andare a Londra a raggiungere Endimione, che amavo. I giorni, due anni dopo, che aspettavo, sola, se il dramma da me scritto in morte di Endimione sarebbe stato accettato da un grande attore.

L’autrice si riferisce qui alla sua relazione con l’atleta e spadista napoletano Tullio Giovanni Bozza di Napoli, che morirà nel 1922 di tisi a soli trentun anni. Sibilla Aleramo comporrà poi la tragedia “Endimione”, lo stesso nome attribuito al suo giovane amante. Endimione è un personaggio mitologico, un pastore amato dalla dea Selene che, innamoratasi del giovane addormentato, gli avrebbe dato un sonno eterno per poter scendere su di lui e baciarlo. La tragedia, dedicata a D’Annunzio, riscuote successo nella rappresentazione parigina, ma non in quella torinese, dove al teatro Carignano viene fischiata.


La relazione con Dino Campana

Durante la prima guerra mondiale, e prima della relazione con “Endimione”, però, Sibilla conosce Dino Campana. Il poeta non è al fronte, ufficialmente in cura a causa di una nefrite, ma in realtà perché già era stata diagnosticata la malattia mentale quando era stato in cura nell'ospedale di Marradi nell'estate del 1915. I due sono molto diversi: lei mondana e frequentatrice di salotti, lui schivo e appartato. Il rapporto è assai tormentato, brutale, appassionato e ambivalente. Sibilla Aleramo lo porta anche da un noto psichiatra dell'epoca, il professor Ernesto Tanzi. Anche se non sappiamo quale fu il responso dello psichiatra, quella visita segna la fine del rapporto.

La tribolata storia d’amore tra i due è magnificamente resa nel film “Un viaggio chiamato amore” di Michele Placido del 2002, soprattutto attraverso le loro lettere. Vi sono scene di grande intensità erotica, ma anche di brutalità estrema e violenza. La poetessa è interpretata da Laura Morante, mentre Dino Campana è interpretato da Stefano Accorsi. Se non lo avete visto, ve lo consiglio! Ho trovato qui un trailer che potete visionare per farvi un’idea.


Un’anima inquieta e ribelle

Sibilla è infatti un’errabonda e un’irrequieta, non solo per il suo temperamento e per angoscia personale, ma per un anelito alla ricerca. Ha continuamente bisogno di incontrare, di conoscere, è interessata alla vita. Vuole essere diversa e lo è: ecco quel tanto di esibizionismo che considera in modo positivo. Il dovere per Sibilla è essere se stessa e non mentire: per dominare le proprie passioni avrebbe dovuto mentire. Chi come lei non vuole essere ipocrita o falso, non vuole arrendersi alla vita, non vuole ferire, non vuole morire, patisce in continuazione e un giorno di felicità è lo strazio per anni.

Nei suoi scritti Sibilla dà la prova anche di uno slancio incredibile verso Dio. Molti critici hanno voluto vedere nell’anelito di Sibilla Aleramo all’amore una trasformazione di quello che è l’anelito verso il divino: per lei l’amore era l’unico mezzo per arrivare a Dio. L’amore è universale, ma parte dai due, ed è il primo mezzo sulla terra per superare la negatività e giungere a quella pienezza che permette la trasfigurazione in Dio. Secondo Sibilla, l’unico modo per arrivare alla trascendenza è passare attraverso l’amore, ma anche attraverso lo sbaglio, la sofferenza pagata, la povertà, tutte le lapidazioni che una società può scagliare contro chi ha il coraggio di comportarsi in maniera non anticonformista.

Tutta la vita sono stata la refrattaria, la ribelle, oh, ma inerme anima mia, che hai ali, ma non armi, scrissi una volta. La società non mi perdona proprio questo: non mi perdona l’aver io, sola ed indifesa, io, donna, e così condanni implicitamente, se anche in silenzio, il suo modo di essere, le sue corazze, i suoi pugnali, i suoi veleni. Non mi perdona: e si vendica, ed è logico. Cioè, crede di vendicarsi, forte del suo oro, dei suoi statuti, della sua infinita viltà. Se io pervengo, tuttavia, a strapparle qualcosa, gli è che mi contento sempre del minimo sufficiente a salvarmi, a salvare entro di me ciò che gli altri non hanno. E la creatura selvaggia che io sono, quella che si è conservata intatta, malgrado abbia dovuto tante volte discendere alla pianura brulicante e miasmatica, la creatura di libertà e d’altezza, in certi giorni, come oggi, ride, ride, ride; un’ora fa era triste, ora ride, nell’imminenza della lotta, grottesca lotta, per avere un poco di materia da trasformare in essenza. Essenza armoniosa, odorosa, da donare a tutti.

Gli ultimi anni

Quando Sibilla si rende conto che l’amore di un uomo non è sufficiente a colmare l’anelito della sua anima, sa trasferire la sua energia in attività di impronta sociale. Non ha mai preso posizioni politiche precise, nemmeno quando si è iscritta al Partito Comunista; ma quando si tratta di partecipare a iniziative in favore degli oppressi, lei c’è. Quando le danno nel 1933 un sussidio di 1000 lire al mese, è costretta a iscriversi all’Associazione Nazionale Fascista delle Donne Scrittrici e Artiste. In quel periodo Sibilla scrive, va nelle scuole, fa conferenze, sempre portando le sue poesie.

Della seconda guerra mondiale offre delle sensazioni private nel suo diario, e anche descrizioni attentissime, come la descrizione del presunto arrivo degli alleati a Roma, dei bombardamenti, della coda per la tessera. Grazie a Togliatti e ai suoi aiuti non muore di fame.

Muore a Roma a ottantatré anni nel 1960, dopo una lunga malattia. Gli ultimi anni della propria vita sono documentati dalle sue lettere pubblicate in "Lettere ad Elio", il poeta Elio Fiore. È sepolta presso il Cimitero del Verano di Roma.
 
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Nella speranza che questa breve carrellata impressionistica su Sibilla Aleramo vi abbia invogliato a leggere il suo libro e ad approfondire la sua figura, concludo con una poesia che mi piace molto tratta da “Momenti” del 1920:

Sul mare tanto azzurro che par bianco,
che par questo mio bianco stellato vestito,
tu viaggi verso l'isola, viaggi verso me,
giungerai che ancor non sarà sera,
o fiore, o colore, o ardore,
sul mare ancor tutto soave mi protenderò,
e t'avrò fra le braccia
che crederai proseguire con la dolce nave
ancora ancora in eternità d'azzurro.

Come sempre sono graditi i vostri commenti e le vostre impressioni! :)
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sabato 16 ottobre 2021

Galleria di grandi donne: Sibilla Aleramo / 9 - prima parte


Un incontro del buon tempo andato. Molti anni fa assistetti a una serie di conferenze della dottoressa Vittoria Palazzo dal titolo “Dramma e speranza nella letteratura femminile del ventesimo secolo”, insieme con un’amica. La relatrice era appassionata conoscitrice e direi pure profondamente innamorata delle scrittrici che andò a presentare, e trasmise tutta la sua emozione all’auditorio. Furono incontri illuminanti, poiché non conoscevo per esempio Sibilla Aleramo, Virginia Woolf, Katherine Mansfield o Gabriela Mistral. Lessi le opere di queste scrittrici, in special modo di Virginia Woolf che divenne un vero punto di riferimento. L’impatto di queste conferenze fu fondamentale per la mia formazione come essere umano e come scrittrice, se posso usare espressioni così impegnative: ero già inserita nel mondo del lavoro, ma ero molto giovane e la mia personalità era apertissima, avida di letture e di conoscenze.

 Ho ritrovato gli appunti di questi convegni, che all’epoca prendevo in stenografia, per poi riportarli in bella copia; e li ho riletti con vero piacere. Così ho pensato di proporvi gli appunti di queste conferenze, partendo da Sibilla Aleramo. Li ho rivisti a fondo, cercando di renderli meno discorsivi e più omogenei e di correggere date, nomi, eventi. Tra l’altro ho deciso di suddividere il post su Sibilla Aleramo in due parti per non renderlo troppo lungo. Mi scuso sin d’ora per eventuali imprecisioni ed errori, che vi prego di segnalarmi, perché non è facile lavorare su materiale così datato, e che pure avverto come attualissimo.

Infatti questi appunti, riemersi da un cassetto e ora pronti per essere riversato in un blog, ci testimoniano che dopo anni e anni le condizioni della donna in molte parti del mondo sono drammaticamente ancora uguali, se non peggiori, a quelle che si trovò a vivere Sibilla Aleramo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Per combinazione anche Antonella Mecenero aveva letto e recensito il libro più famoso di Sibilla Aleramo “Una donna” nell’ambito del suo circolo di lettura (qui il link). Questo dimostra che c’è ancora moltissimo da fare, e non bisogna mai smettere di parlarne e condividere le nostre opinioni con gli strumenti a nostra disposizione. Buona lettura!



Vita e opere di Sibilla Aleramo

Infanzia e adolescenza

Sibilla Aleramo è in realtà lo pseudonimo di Marta Felicina Faccio, detta “Rina”. Nasce il 12 agosto del 1876 ad Alessandria, in una famiglia composta da quattro figli, di cui lei è la maggiore; il padre è professore di scienze, la madre è casalinga. L’ambiente è quello della piccola borghesia connotato da un certo provincialismo, ma anche da attaccamento a precisi doveri, come il senso dell’onestà e della lealtà, la parola data e il coraggio di essere autosufficienti. Trascorre l’infanzia a Milano, ma smette di andare a scuola quando la famiglia va a vivere a Civitanova Marche, dove il marchese Sesto Ciccolini aveva offerto al padre la direzione della propria azienda industriale. L’adolescenza è comunque molto infelice: nel 1890 la madre, sofferente di depressione, tenta il suicidio gettandosi dal balcone di casa.


Immagine tratta dallo sceneggiato televisivo "Una donna", trasmesso alla Rai nel 1977,
e liberamente tratto dall'omonimo romanzo di Sibilla Aleramo.
 

La violenza e il matrimonio

Nel frattempo suo padre ha spinto Rina a impiegarsi come contabile nello stesso stabilimento dove lavora lui. Lì accade che un impiegato, un certo Ulderico Pierangeli, abusa di lei nell’ufficio del padre. A quindici anni, Sibilla è costretta a sposare il suo violentatore. Il matrimonio è ovviamente infelicissimo; nel 1895 nasce il figlio Walter. Nel 1896 anche Sibilla tenta il suicidio. Prigioniera di un matrimonio squallido in una cittadina dalla mentalità gretta, si aggrappa disperatamente al figlio e alla scrittura come ancore di salvezza.

La scrittura di articoli

A partire dal 1897 collabora a riviste letterarie (“La Gazzetta Letteraria”, “L’indipendente”, “Vita moderna”, “Vita Internazionale” di ispirazione socialista) firmandosi Rèseda oppure Nira. Si occupa di temi sociologici, pur non avendo contatti sociali, ma leggendo moltissimo in casa. La sua vita è fatta di letture, scritti e meditazioni. Conduce un’esistenza di tipo borghese, con una domestica che le allevia le fatiche di casa. All’epoca il dibattito sulla soggezione della donna, anche da un punto di vista legale e che si traduce nella disparità dei diritti, è al suo culmine. Già i primi movimenti di rivalutazione della donna sul lavoro sono sbocciati in Inghilterra, in Francia e in minima parte anche in Italia.

Sibilla intraprende una corrispondenza molto fruttuosa con Anna Kuliscioff (qui accanto in una splendida immagine), che aveva tenuto a Milano una conferenza sul monopolio dell’uomo. Sibilla scrive un articolo a proposito della proibizione delle donne di frequentare il circolo; viene incaricata di fondare una Lega delle Donne nelle Marche. Conosce e fa amicizia con Alessandrina Ravizza (qui il link al mio articolo per chi volesse approfondire anche questa straordinaria figura di donna), poi con Arrigo Levi Moreno, uno studioso che si occupa della questione femminile.

Attività letteraria e amicizie a Milano

Nel 1899 il marito viene licenziato da suo padre, che finalmente ha aperto gli occhi sul suo conto. Lasciano Porta Civitanova Marche e si trasferiscono a Milano, e il marito cerca di fare l’esportatore di frutta. A Milano si aprono gli orizzonti di Sibilla, benché esca pochissimo; la incaricano di dirigere la rivista “L’Italia Femminile”. Nella rivista apre una rubrica, intitolata “In salotto” dove discute di questioni politiche, culturali, sociali. È autodidatta e non lo ha mai nascosto: ecco il potere della lettura, della volontà, di un dono che è stato alimentato nel tempo. La sua penna suscita un certo scalpore e il suo nome inizia a circolare.

Dal 1901 fino al 1910 sono anni di grande fervore nel femminismo italiano, in cui le donne si battono per il suffragio universale, ancora negato a una parte dell’elettorato maschile. In questo periodo esce il famoso libro di John Stuart Mill “La soggezione delle donne” (1869) e “La donna e il socialismo” (1883) di August Bebel.

A Milano Sibilla conosce Giovanni Cena, poeta già molto affermato che scriveva sull”Illustrazione Italiana” e incaricato di dirigere “Nuova Antologia”. Conosce anche Ada Negri, agli antipodi rispetto al suo modo di viere. Conosce Treves, Turati, e Annamaria Mozzoni, riconosciuta ora come la prima italiana che si è battuta in senso positivo e serio per l’emancipazione femminile. Conosce anche Ersilia Majno, che aveva fondato “L’Unione Femminile”. Sibilla non si lascia abbattere dalla triste realtà di un matrimonio fallito, di un marito manesco. Cerca invece attraverso questa sua esperienza negativa di sollecitare altre donne, che subivano abusi analoghi, di trovare il suo stesso coraggio.

Di nuovo a Porto Civitanova

Nel 1900 il marito, che non riesce a mandare avanti la sua esportazione di frutta, obbliga la povera Sibilla a ritornare con lui a Porto Civitanova. Poco prima di lasciare Milano, lei fa in tempo a conoscere il filosofo Gaetano Meale, soprannominato Umano, e di cui fa un ritratto splendido nel diario. Viene aiutata da questa persona, piena di profondo spirito religioso, a superare alcune gravi crisi. Si lascia convincere però a tornare nelle Marche per amore del figlio. Il marito si ubriaca, pretende di abusare di lei, minaccia di toglierle il figlio e, con il pretesto che la madre di Sibilla, esaurita, era stata ricoverata nel manicomio di Macerata, sostiene che anche lei è pazza.


Un'altra immagine tratta dallo sceneggiato televisivo "Una donna"
con Giuliana De Sio nel ruolo della protagonista
e Biagio Pelligra in quello del marito.

 L’abbandono del figlio

Questa situazione porta la scrittrice a un passo gravissimo, da cui non si riprenderà mai più: lasciare il marito, ma di conseguenza anche il figlio. Lo rievoca nell’ultima pagina di “Una donna”, romanzo che pubblicherà nel 1906, e in alcune pagine di diario. In un monologo straziante chiede al figlio che dorme se preferisce avere una madre non più donna, ma una creatura che si trascina, sfiduciata di sé, non viva, e che pertanto disprezzerà, o se sarebbe stato capace di amarla, quando, vivendo, gli avrà dimostrato la dignità di essere persona. 

Ho voluto raffigurare questo momento con un'opera di Mary Cassatt ("Mother and Child" del 1890). Ma ecco l’ultima pagina tratta da “Una donna”:

Domani potrei anche morire... E l’ultimo spasimo di questa mia vita sarà stato quello di scrivere queste pagine.
Per lui.
Mio figlio, mio figlio! E suo padre forse lo crede felice! Egli arricchisce: gli darà balocchi, libri, precettori; lo circonderà di agi e di mollezze. Mio figlio mi dimenticherà o mi odierà.
Mi odii, ma non mi dimentichi!
E verrà educato al culto della legge, così utile a chi è potente: amerà l’autorità e la tranquillità e il benessere... Quante volta afferro il suo ritratto, in cui le fattezze infantili mi par che ora annunzino negli occhi il mio dolore, ora nell’arco delle labbra la durezza di suo padre! Ma egli è mio. Egli è mio, deve somigliarmi! Strapparlo, stringerlo, chiuderlo in me! ... E sparire io, perché fosse tutto me!
Un giorno avrà vent’anni. Partirà, allora, alla ventura, a cercare sua madre? O avrà già un’altra immagine femminile in cuore? Non sentirà allora che le mie braccia si tenderanno a lui nella lontananza, e che lo chiamerò, lo chiamerò per nome?
E io forse non sarò più... Non potrò più raccontargli la mia vita, la storia della mia anima... e dirgli che l’ho atteso per tanto tempo!
Ed è per questo che scrissi. Le mie parole lo raggiungeranno.


La svolta a Roma

Nel 1902 va a Roma dove ha degli amici. Ritrova Giovanni Cena, e va a vivere con lui per sette anni. Con Cena inizia la sua maggiore e migliore attività sociale, occupandosi degli emarginati, chiamati “guitti”, che venivano dal Lazio, dalla Campania e Calabria, e che erano analfabeti, malati di malaria, e venivano ferocemente sfruttati dai proprietari terrieri. Per anni Sibilla, con Cena o con i coniugi Celli, ha profuso le migliori energie della sua giovinezza in quest’attività, aprendo anche delle scuole gratuite.

Giovanni Cena la sollecita a scrivere la storia della sua vita, che pubblicherà poi nel 1906 col titolo “Una donna” con lo pseudonimo di Sibilla Aleràmo, che trae il cognome dalla poesia di Carducci “Piemonte”.
“Nel 1910 io lasciai Giovanni Cena. Il nostro legame si era allentato da oltre un anno, ma nessuno dei due aveva mai creduto che si sarebbe veramente spezzato. Era qualcosa di molto più grave di un matrimonio, per noi; l’avevamo ritenuto sin dal principio intangibile. Cena aveva anche detto una volta: ‘Sento che è per sempre’ e se io gli avevo messo, pronta, la mano davanti alla bocca, era stato soltanto per scaramanzia, non perché non avessi la medesima, abbagliante convinzione. Senza promesse e tantomeno giuramenti. La gravità e, diciamo pure, santità di quell’unione derivava principalmente dal fatto della sua inverosimiglianza. Cena, con la sua statura da gnomo, le spalle curve, il grosso naso camuso, le grosse labbra fra peli ispidi e neri, come poteva avermi innamorata? Si chiedevano quanti mi vedevano vicino a lui, rosa, chiara e quasi trasparente. Un’apparizione angelica, dicevano tutti. Nei primi tempi, alcuni conoscenti di Cena avevano persino creduto ch’io fossi una sua discepola, diciottenne, ed erano rimasti trasecolati sentendo ch’ero divisa da un marito odioso, il quale teneva in ostaggio il mio figlioletto di sette anni.”

Fino alla morte del marito, avvenuta 35 anni dopo, Sibilla Aleramo non potrà più rivedere suo figlio; e non c’era legge a quell’epoca che concedesse a una donna, almeno una volta l’anno, di avere il figlio con sé.
“Tanto passato e l’angoscia ancor presente lasciavano pura la mia fronte come di giovinezza, mettevano solo una tinta di malinconia in fondo al mio sguardo. Ma Cena, che aveva saputo la tragedia della mia vita sin da quando eravamo soltanto amici, mi aveva amato proprio perché essa poteva, così miracolosamente, comporsi in armonia sulla mia persona. Egli, deforme, aspirava alla conquista della bellezza, vi aspirava con i suoi versi come una dolorosa rivalsa alle sconfitte dell’amore. Altre donne l’avevano acceso e poi schernito. Dimostrava più di cinquant’anni: s’era rassegnato. Alla vigilia d’incontrarmi si era volto interamente alla poesia; se egli credesse veramente alla consistenza del proprio mondo lirico o alla sopravvivenza della sua opera, lo ignoro ancora oggi, ma certo attraverso la mia dedizione appassionata egli sperò, finché gli fui accanto, di raggiungere quell’ineffabile che mancava alle sue composizioni, l’aura magica di un Petrarca o di un Leopardi.”


“Una donna”, 1906

È ormai diventata famosa perché è uscito “Una donna”. Il libro viene tradotto in varie parti d’Europa, e tutti se ne impadroniscono elogiandolo a dismisura: è considerato uno dei primi libri del “femminismo” italiano, e ancora appartiene al mondo che ci circonda. 

Nella splendida prefazione di Maria Antonietta Macciocchi apposta all’edizione Feltrinelli in mio possesso, ci spiega di essere partita nella lettura con un senso di fastidio per il linguaggio ottocentesco, a tratti enfatico e sicuramente sentimentale, e di essere approdata al sentimento opposto (rabbia, coinvolgimento, senso di rivolta) per l'attualità del problema: “Così non il libro appartiene al passato, ma il mondo che ci circonda, questo mondo squassato dal ‘perbenismo’ piccolo-borghese e borghese, dove la ‘morale ufficiale’, anche per tanta parte delle forze rivoluzionarie e di sinistra, sta nell’ambigua formula della donna+famiglia, +educazione dei figli, + parità sul posto di lavoro, e nella famiglia.” “E con qual brutalità irradiante forza, viene messo a nudo il nodo viperino dei rapporti tra uomo e donna dietro il segreto della porta familiare, dietro il nome di famiglia inciso sulla targa di lucido ottone.”

L’autrice di "Una donna" pare infatti destinata a ricalcare le stesse orme della madre, in una catena infinita che lega ogni donna, prigioniera com'è di un matrimonio riparatore di una violenza che ha subito, della gelosia e delle percosse del marito, e che scivola sempre più nella depressione e nella follia. Sibilla Aleramo spezza questa catena, ma al prezzo altissimo di rinunciare al figlio che costituisce l’ostaggio del potere genitoriale maschile. Una scelta che, ancora oggi, molte donne non compiono perché troppo dolorosa...

(segue)

***

E voi conoscevate la storia di Sibilla Aleramo e quella del movimento femminista di fine Ottocento e inizio Novecento?


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martedì 5 ottobre 2021

Una casa per 300 orfanelli

Foto: Pixabay


Torno a parlarvi di libri e letture con immenso piacere, scegliendo un titolo un po’ strano, a metà tra un romanzo vittoriano e un giallo di Agata Christie. Voglio infatti condividere con voi la mia felicità per un’impresa non facile, ma portata a buon fine!

Quanti sono i miei libri? 

In casa mia ci sono qualcosa come milleottocento libri cartacei, una cifra approssimata per difetto. La maggior parte (due terzi) appartiene alla narrativa, quindi si tratta romanzi, raccolte di racconti, sillogi poetiche, alcuni testi teatrali; la rimanenza sono saggi oppure libri d’arte, testi in inglese, dizionari. Non dico di averli letti tutti, e soprattutto i libri d’arte li ho soltanto sfogliati o letti in parte. Vi sono libri ovunque: nel mio studio, in sala, persino in camera da letto matrimoniale e di mio figlio, che si è visto assegnare d’ufficio la sezione con i romanzi di fantascienza e fantasy, e che ha brontolato parecchio per l’invasione dei suoi sacri spazi. Per qualche tempo ho persino accarezzato l’idea di montare degli scaffali nel corridoio restringendo però di molto il passaggio.

La collezione di Giuseppe Pontiggia

A più riprese mi è venuta in mente l’immensa collezione dello scrittore Giuseppe Pontiggia. Si trattava di ben trentaseimila volumi che riempivano ogni spazio utile di casa sua con testi antichi, opere di pregio, dizionari, saggi ed enciclopedie, libri scolastici, romanzi. Li aveva disposti ovunque, persino in bagno, trasformando la sua casa in un’immensa tana di carta. Oggi sono conservati presso la biblioteca nazionale Braidense alla sede di Vigevano. Nel 2005 infatti la Fondazione BEIC (Biblioteca Europea di Informazione e Cultura) ha acquistato il Fondo dello scrittore e saggista evitando che finisse all'estero.

Per questo scrittore com’è ovvio si è trattato di un enorme investimento in termini economici e di spazio, ma che difendeva con queste parole, che traggo dal sito della BEIC: “Che bisogno hai di tanti libri intorno? Quando ti servono non puoi consultarli altrove?" “Ma per chi abita al mare non importa starsene chiuso in casa: sente che il mare è lí e che se vuole può entrarci dentro». Un vero e proprio oceano di libri, in cui tuffarsi a piacimento.” Insomma, un po’ come il deposito di zio Paperone dove vi si tuffa con voluttà. Non sono arrivata ai livelli di Pontiggia, che aveva anche edizioni rare, ma so di avere una collezione di tutto rispetto.

I libri sono come le ciliegie 

A un certo punto, però, mi sono accorta con sgomento che avevo qualcosa come 300 libri da leggere. A mia parziale giustificazione devo dire che non li avevo comprati tutti, ma mi erano arrivati causa svuotamenti di case di parenti defunti oppure da persone in fase di trasloco che non potevano portarli con sé. Oppure ho voluto accoglierli in casa perché si minacciava di buttarli via o di stiparli in cantine maleodoranti dove la carta avrebbe assunto il caratteristico odore di muffa che nessuno può più togliere. Se c’è una cosa che mi dispiace è annusare o maneggiare libri puzzolenti e dunque rovinati: ho una biografia di Antoine de Saint-Just edizioni dall’Oglio che mi serviva per scrivere il mio romanzo “I Serpenti e la Fenice”, acquistata su ebay perché del tutto fuori catalogo e che, nonostante un sacchetto di contenimento con deodoranti potentissimi, a distanza di tempo ancora olezza in modo sgradevolissimo.

Ora, secondo me si è sparsa la voce tra questi libri-senzatetto che c’era un posto dove sarebbero stati ricoverati, perché continuavano a piombarmi in casa sacchi e sacchi di questi libri, provenienti dai posti più svariati, così dovevo fare continuamente spazio per sistemarli. Da una parte ero contenta perché assicuravo loro un posto all’asciutto, d’altro canto casa mia si è ingolfata di questi volumi, collocati su scaffali separati, oppure inseriti tra gli altri a seconda dell’edizione. Continuavo a scrivere elenchi su elenchi, barrando quelli che riuscivo a leggere, ma a un certo punto ho perso completamente il controllo e questi libri extra hanno vissuto allegramente e in preda all’anarchia bakuniniana e azzuffandosi con gli altri libri veterani, oppure nascondendosi in anfratti tutti loro o in doppie o triple file.


Biblioteca di Praga. Foto: Pixabay.

 
Il metodo della signora Marie Kondo

Qualche tempo fa ebbe molto successo una signora giapponese che proponeva una serie di tecniche su come sbarazzarsi del superfluo in casa, svuotando armadi, cassetti, bauli, cantine, soffitti, e chi più ne ha più ne metta, per arrivare a una casa ordinata e felice con pochi oggetti davvero essenziali. Il suo libro si chiama “The Life-Changing Magic of Tidying Up: The Japanese Art of Decluttering and Organizing”, edito in Italia con il titolo “Il magico potere del riordino: Il metodo giapponese che trasforma i vostri spazi e la vostra vita”. Condivido molte delle affermazioni esposte in alcuni articoli e video.

Per quanto riguarda i libri, Marie Kondo asserisce che bisognerebbe tenerne soltanto trenta, cioè quelli che ci hanno cambiato la vita e sono davvero importanti per noi. Ed ecco il punto che ha sollevato un vero putiferio, a parte il fatto dell’opinabilità di questa cifra (30): la sua proposta è quella di strappare le pagine più significative di altri libri che vorremmo tenere. Alla sola idea di mutilare in questo modo un libro, la mia testa ha cominciato a girare a 360° come la bambina ne “L’Esorcista” e la mia bocca a sputare chiodi e altri oggetti appuntiti . “Giammai! Prima di mutilare un libro in questo modo dovranno passare sul mio cadavere. Piuttosto me li tengo per sempre,” ho urlato in preda all'indignazione.

In effetti un conto è sbarazzarsi dell’oggetto che giace nel tuo armadio da tempo immemorabile, come un soprammobile, un vestito o altro, e non ti ricordi nemmeno più di avere, un altro è strappare le pagine di un libro con cui hai una relazione più o meno empatica. Un'azione del genere secondo me porta sfortuna, come rompere uno specchio. Non è un oggetto qualsiasi, anzi secondo me non si può neanche classificare come tale. E come fai scegliere le pagine su cui operare cotanto scempio? Metti il caso che tu strappi trenta pagine da “Il rosso e il nero” di Stendhal, poi butti nel cassone della carta i miseri resti, e dopo una settimana ti viene voglia di rileggere un altro passaggio. E poi un libro ridotto così non serve proprio a nessuno, né a me né a un potenziale altro lettore. Molto meglio operare una selezione e donare i libri alle biblioteche povere, alle case di riposo, alle scuole, alle carceri!


Biblioteca del Trinity College, Dublino. Foto: Pixabay.


Operare una selezione

Appena dopo il periodo del lockdown ho dunque cominciato a fare ordine in casa tra i miei libri, oltre che in vari altri reparti, cosa che mi frullava per la mente indipendentemente dai suggerimenti della signora Kondo. Ero spaventata dai 300 libri da leggere, come vi ho detto, perché ero sicura di due cose: in primo luogo, che non avrei mai avuto il tempo per leggerli tutti, dovendo dare delle priorità ad altri testi (per esempio a quelli universitari, che in questi anni hanno avuto la priorità assoluta). Diciamo che tenendo una media di una quarantina soltanto di questi libri l’anno (più altri dieci), ci avrei messo 7,5 anni per terminarli. In second’ordine, che non tutti questi libri mi interessavano davvero, ma forse avrebbero potuto interessare altri lettori: per esempio avevo salvato alcune opere di Bukowski, ma non è che sia andata proprio a cercarle con il lanternino. Ho quindi passato in rassegna tutti questi libri extra, arrivando a selezionarne 300, e forse anche di più. Ma a chi darli, specialmente in periodo di covid e restrizioni? Nell’attesa, li ho trasferiti tutti quanti in un armadio, sempre all’asciutto quindi, dove questi turbolenti volumi hanno ripreso a litigare furiosamente.

Donare non è facile 

Donare i libri non è per nulla facile oggi, nemmeno alle biblioteche di zona, poi col covid e la necessità della sanificazione è diventato tutto ancora più complicato. Sono stati tolti i cestoni dei libri gratuiti da molto tempo. Una volta c’era per esempio il book crossing in metropolitana, un’idea fantastica, oggi non c'è più.

Alcuni libri dunque li ha accettati una persona che è una forte lettrice, ma ne ha presi circa dodici, quindi pochi. Non ho provato a contattare la biblioteca di Cinisello Balsamo, perché da anni è in corso una specie di guerra fredda ai livelli di USA-URSS cui non accenno. Ho provato a contattare la biblioteca di Cusano Milanino con cui sono in ottimi rapporti, ma anche lì mi hanno detto che accettavano soltanto un massimo di dieci libri alla volta, e che non dovevano avere più di cinque anni i romanzi, o più di dieci anni i saggi; e per giunta che non dovevano avere le pagine ingiallite.

Naturalmente tutti i miei libri da donare erano vecchiotti, anche se in ottimo stato. Ho fatto una ricerca su internet e ho trovato una sorta di magazzino-deposito di Milano che accettava libri anche vecchi e poi li avrebbe smistati ai luoghi preposti come scuole, carceri ecc. Per me era davvero l'ideale. Ho scritto una mail prima delle vacanze estive, ma non mi hanno mai risposto. Ho poi trovato altri indirizzi di associazioni di volontariato, e me li sono annotati riproponendomi di chiamarli per capire le modalità di consegna.

Biblioteca di Seoul. Foto: Pixabay.

 

Il marito problem-solving

Ancora una volta mio marito è stato determinante, dovete sapere infatti che Ruggero parla anche con i muri, e quindi conosce un sacco di persone nel quartiere. Ha fatto amicizia con la simpaticissima farmacista nella farmacia comunale sottocasa, e quindi parlando del più e del meno è venuta fuori la questione dei libri.

Allora lei ha proposto di prenderne un campione, che li avrebbe portati alla Biblioteca di Limbiate per vedere se facevano al caso loro. Abbiamo saputo che i libri andavano bene e potevano essere accettati, così abbiamo cominciato a trasportare sacchi e sacchi di libri in farmacia, e poi si sarebbe premurata lei di portarli con la sua auto, previa selezione di alcune opere che magari potevano interessarle essendo anche lei una forte lettrice (tra lettori ci si capisce al volo, altro che Marie Kondo). Ho regalato alla farmacista una copia del mio romanzo "Il Pittore degli Angeli" per sdebitarmi, e sono curiosa di sapere le sue impressioni.

Tra l’altro pensavo che questa biblioteca di Limbiate fosse povera e avesse pochi libri, invece a quanto pare è grandissima ma ne prende anche altri, e fa parte del consorzio di prestito Monza-Brianza. Che bellezza! Io non chiedevo di meglio! Per me il pensiero che questi libri orfanelli avrebbero avuto una nuova casa, e nuovi lettori, mi ha reso la persona più felice del mondo, neanche se Ruggero mi avesse regalato un anello col diamante. E quindi l'impresa è stata condotta in porto con molta buona volontà e soprattutto grazie all'amore per i libri.


Biblioteca di Limbiate. Fonte: Facebook


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E voi come siete messi a libri in casa? Come risolvete il problema del sovraffollamento di libri o altri oggetti? 


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QUALCOSA DI ME

QUALCOSA DI ME
Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato sei romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ho in cantiere una serie di romanzi ambientati nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

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Parigi, 1789. Maximilien Robespierre, Georges Danton, Camille Desmoulins, Antoine de Saint-Just sono tra i protagonisti della Rivoluzione Francese. Ma come si arriva a far scoppiare una rivolta di tale portata, a diventarne il volto e a capeggiare le sue fasi sanguinarie? Solo scandagliando il passato si scioglierà l’enigma. È nella loro infanzia, nella formazione politica e sentimentale, in relazioni proibite consumate nell’ombra, che incomincia a dipanarsi la matassa. Ne emerge un disegno rivelatore di tormentati legami che li uniscono sin dalle esistenze passate. E che li attira verso la bellissima Lucile Duplessis, fenice che rinasce dalle sue stesse ceneri.

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