"La Storia è un ponte fra terra e cielo": blog di storia, letteratura e arte

THE WATER LILY POND

Claude Monet, 1897.

A VIEW OF SALERNO AND VESUVIUS

Unknown author, 19th century.

YELLOW RED BLUE

Wassily Kandinsky, 1925.

I BARI

Caravaggio, 1594 ca.

domenica 27 novembre 2022

L'irresistibile ascesa di un cavaliere medievale


Che cos’hanno in comune il cadetto Guglielmo, vissuto a cavallo tra l’XII e il XIII secolo, con un giovane dei giorni nostri, energico e ambizioso, e che vuole farsi strada nella vita ma ha pochi mezzi? 

Apparentemente nulla, perché molti secoli li separano, in realtà l'essere umano è sempre uguale a se stesso con i suoi desideri che adatta semplicemente in base alla mutevole situazione storica e a fattori contingenti quali sesso, posizione sociale, opportunità da cogliere.

La storia narrata nel bel saggio di Georges Duby, Guglielmo il Maresciallo, ci racconta le vicende di un giovane cadetto, che l’autore ci restituisce nella piacevole forma narrativa di un romanzo. Duby è stato uno dei più grandi storici del secolo scorso. Scomparso nel 1996, ha insegnato per oltre vent’anni al Collège de France. Al suo attivo vi sono numerosissime opere, titoli quali L’arte e la società medievale, Il cavaliere, la donna e il prete, Medioevo maschio, Il potere delle donne nel Medioevo.

Come recita la quarta di copertina Guglielmo, tra tornei, battaglie, “omaggi” alle casate più illustri, e attraverso le strategie matrimoniali, riesce a salire la scala sociale praticando le quattro virtù cavalleresche fondamentali per il successo: coraggio, lealtà, cortesia, prodigalità. Emerge però anche il lato più oscuro del protagonista, con difetti e bassezze, in un tempo dove le alleanze cambiavano con velocità, e a tale rapidità occorreva adattarsi.

L’addio del cavaliere. La storia di Guglielmo da Pembroke non si apre con l’inizio dedicato alla sua nascita e infanzia, ma, a sorpresa, con un capitolo dedicato alla sua fine o, meglio, al lungo addio che viene letteralmente “messo in scena” nel castello di Caversham, a tappe successive ciascuna delle quali prevede degli atti ben precisi. La morte non era qualcosa da nascondere come si fa nella nostra epoca, come un evento imbarazzante. Il rituale della morte antica, al contrario, era contraddistinto da un vero e proprio cerimoniale con atti formali di rinunce e passaggi, davanti a una miriade di testimoni che si avvicendavano al capezzale del moribondo, e questo accadeva tanto più con personaggi come Guglielmo il Maresciallo che erano molto vicini al potere supremo, quello del sovrano.

Alla sua veneranda età – Guglielmo è molto anziano, si pensa che avesse circa ottant'anni anche se non si conoscevano le date di nascita – egli compie una serie di atti solenni, tra cui il più importante è l’affidamento del futuro re, il piccolo Enrico di dodici anni, a un nuovo tutore. Una alla volta Guglielmo si sbarazza poi delle cariche pubbliche e ottempera anche agli obblighi familiari: riconosce l’eredità al suo primogenito, si occupa della moglie che viene affidata a Guglielmo il Giovane, e soprattutto del resto della sua progenie. I cadetti sono quasi tutti “sistemati” tranne una figlia femmina ancora nubile, per la quale si cruccia, e Anselmo, il più giovane e il suo preferito (e in cui, forse, egli si rispecchia). Non gli può lasciare beni, ma gli consegna del denaro affinché abbia almeno di che ferrare il suo cavallo.
 

The Death of King Arthur di James Archer (1860)

Tra le genti della casa, che vivevano con il signore in una sorta di clan – le famiglie medievali erano molto più vaste e articolate dei nostri ristretti nuclei famigliari – spicca Giovanni d’Early, che avrà un grande ruolo anche dopo la morte del signore. Guglielmo si preoccupa persino dei particolari delle proprie esequie funebri, il luogo della sua sepoltura. I religiosi si alternano al suo capezzale, ma anche in questo caso, abbastanza a sorpresa, non vengono ricevuti nel modo che ci si aspetterebbe da un cavaliere morente, e che invece spicca in tanta letteratura agiografica. Questo malgrado Guglielmo sia stato in Terrasanta nel 1185 e abbia potuto vedere in azione soprattutto i Templari, monaci guerrieri legati a una disciplina militare ferrea e a un altrettanto rigida osservanza della regola monastica. All’epoca Guglielmo si è loro donato senza lasciare il secolo, e riservandosi di prendere l’abito più tardi; lo fa ora, proprio sul punto di morte.
 

Raffigurazione del XII secolo di cavalieri templari in battaglia.
Dalla mappa di Gerusalemme, ca. 1200.
Frammento di salterio. Koninklijke Bibliotheek, The Hague, Ms. 76 F 5.

Anzi, nei confronti degli ecclesiastici che lo esortano a fare delle donazioni alla Chiesa per non mettere in pericolo la sua anima, a causa dei numerosi peccati che il suo status di cavaliere gli ha fatto commettere, Guglielmo ha un moto di fastidio, se non di vera e propria irritazione: “Come posso fare? Come volete che renda tutto? Il massimo che posso fare davanti a Dio è di rimettermi a lui, pentito di tutte le cattive azioni che ho commesso. Se i preti non vogliono che io sia bandito, respinto, escluso, devono lasciarmi in pace. O i loro argomenti sono falsi, o non c’è nessuno che possa salvarsi.” Si tratta di parole molto ardite, per non dire anticlericali, da parte di un pio cavaliere sul letto di morte!

Guglielmo si sbarazza anche dei ricchi abiti che compongo il suo guardaroba: le vesti di scarlatto, le pellicce di petit-gris, le ottanta pellicce nuove di zecca, perché dovrà essere nudo nel presentarsi al cospetto di Dio, così come fu nudo alla nascita. Dunque, il 14 maggio 1219 Guglielmo spira tra le braccia del suo primogenito dopo un’agonia durata giorni. Lo spettacolo della morte è finito, e il cavaliere riposa nella chiesa del Tempio di Londra: egli sarà per sempre un Templare.

Il poema del cavaliere. La sua tomba nel Tempio di Londra è scomparsa prima che potesse essere descritta dai suoi contemporanei, secondo Georges Duby. Tutto autorizza a supporre che fosse molto simile a questa di un Guglielmo di Pembroke morto però nel 1241, nella suggestiva e solenne cornice del luogo dove riposano molti cavalieri templari.
 
Nonostante i cinque figli maschi, la stirpe di Guglielmo il Maresciallo si estinse molto presto e nel giro di pochi anni dalla sua morte, come spesso capitava in quell’epoca dove le persone venivano falcidiate da guerre, scontri e malattie. Come mai, dunque, sappiamo così tanto di questo cavaliere? Perché qualcuno, molto presumibilmente il figlio Guglielmo il Giovane - e non è escluso che vi abbia contribuito anche l’amatissimo Giovanni d’Early - commissionò un poema in onore del padre.

L’opera è sopravvissuta fino ai giorni nostri: si tratta di ben centoventisette fogli in pergamena e su ciascuno due colonne di trentotto righe per un totale di diciannovemilanovecentoquattordici versi. Il poema fu redatto durante sette anni da un troviero di nome Giovanni che narra con grande ampiezza di dettagli, e con uno stile fresco e vivace, gli episodi salienti della vita di Guglielmo. Essa porta il titolo di Histoire de Guillaume le Maréchal, comte de Striguil et de Pembroke, régent d'Angleterre (Storia di Guglielmo il Maresciallo, conte di Striguil e Pembroke, reggente di Inghilterra), composta in anglonormanno, una variante estinta della lingua d’oïl, parlata dalla nobiltà normanna in Inghilterra e diffusa nell'ambiente di corte. Era la lingua utilizzata per le composizioni letterarie dell'epoca, e offre un preziosissimo ritratto non soltanto di una specifica vita, ma di tutta la cavalleria dell’epoca, con i suoi codici d’onore non scritti.

Si trattava di un mondo senza dubbio al maschile, dove le donne hanno poco spazio e assomigliano a figure evanescenti sullo sfondo, e dove non sono quasi o per nulla menzionate. Qualcosa che mi ha sempre colpito nell’osservare gli alberi genealogici della grandi famiglie nobiliari, per studio o per i miei romanzi, è stato constatare come delle donne si sappia a malapena il nome, e poco altro. E le cose stanno esattamente in questo modo anche nel caso del poema dedicato a Guglielmo.

La formazione di un cavaliere. Guglielmo non era un primogenito e quindi partì svantaggiato rispetto al fratello maggiore. Il primogenito ereditava tutto perché non si voleva disperdere il patrimonio frammentandolo tra i figli, e a lui spettavano i beni materiali e quelli immateriali, come la giurisdizione e la cura della famiglia, in primo luogo degli elementi femminili, i rapporti di alleanze in senso verticale e orizzontale in modo a un tempo gerarchico e mobile. Per quanto riguarda le figlie, era presto detto: le fanciulle altolocate erano destinate a sposarsi quanto prima con uomini scelti dai loro padri poiché le nozze rinsaldavano le alleanze o pacificavano vecchi rancori, oppure a prendere il velo monacale. Similmente, i figli cadetti maschi avevano due sole possibilità: prendere i voti ecclesiastici oppure intraprendere la carriera delle armi, e quest’ultima strada fu quella intrapresa da Guglielmo.

Il padre inviò Guglielmo, ancora fanciullo, in Normandia presso il signore di Tancarville, affinché intraprendesse l’iter che lo avrebbe portato a divenire paggio, scudiero e infine cavaliere e a guadagnarsi una posizione con la forza del suo braccio e l’abilità nel partecipare ai tornei, all’epoca molto in voga soprattutto oltremanica. Guglielmo iniziò dunque a torneare e a vincere i premi messi in palio e soprattutto le armi e i cavalli degli avversari sconfitti.
 
Guglielmo disarciona Baldovino I conte di Guînes.

Dopo qualche anno Guglielmo decise di rientrare in Inghilterra, ma non presso la propria famiglia di origine, bensì nella famiglia di Patrizio conte di Salisbury, zio materno, che si dimostrò per lui un secondo padre.

Un augusto patronage. L'occasione fortunata per compiere il cosiddetto salto di qualità si presentò nel 1168 quando accompagnò lo zio, incaricato da Enrico II d’Inghilterra di scortare la regina Eleonora d'Aquitania nel Poitou per domarvi una rivolta. Qui in uno scontro con dei ribelli Patrizio fu ucciso e lo stesso Guglielmo, che si era lanciato per vendicarne la morte, fu ferito e fatto prigioniero. La sua condotta impressionò moltissimo Eleonora, che, grata, lo riscattò dalla prigionia e lo inserì tra i cavalieri del suo seguito. Nonostante quanto ho detto del destino delle donne dell’epoca, fu proprio una donna, formidabile come poche, ad aprire le porte del successo del venticinquenne.

Da questo momento in poi Guglielmo avrebbe fatto parte della mesnie, della casa reale, godendo dei favori di Enrico II, e soprattutto dell’erede al trono Enrico il Giovane, al punto da diventare il suo mentore (quasi un tutore. Fu addirittura Guglielmo, semplice cavaliere, a cingere la spada al giovane principe, in altre parole a farlo diventare un cavaliere, a testimonianza della fiducia che re Enrico dava a Guglielmo.
Castello di Pembroke

Una vita appassionante. Quello che attira nel saggio di Georges Duby, e di conseguenza nel poema dedicato a Guglielmo, è la restituzione di un mondo vivo come se ce l’avessimo sotto gli occhi, specialmente nella descrizione dei tornei, così dettagliata e dinamica che sembra di assistere a un film. Guglielmo conobbe i re d’Inghilterra – Enrico II e i suoi figli Enrico il Giovane e Riccardo Cuor di Leone, con il quale peraltro fu sempre in rapporti tesissimi – e i sovrani di Francia, feudatari inglesi e francesi, e il fior fiore della cavalleria. Non fu tutto roseo e fortunato: vi furono momenti in cui cadde in disgrazia, e se ne andò errando da solo, massima forma di emarginazione in un’epoca dove tutti dovevano vivere e viaggiare in gruppo onde far fronte comune contro le minacce. Guglielmo fu persino accusato dalle malelingue di essere stato l’amante della giovane regina, cioè la sposa di Enrico il Giovane (i lettori del mio ciclo La Colomba e i Leoni capiranno perché la cosa mi abbia strappato un sorriso!).

Ma ritornò sempre a godere della stima dei suoi signori, e a essere richiamato a corte, a partecipare di nuovo a tornei e battaglie, a trovarsi affidata la tutela di giovani principi. Grazie al favore di cui godeva, la sua ascesa fu irresistibile, e culminò in un matrimonio molto opportuno con la giovanissima ereditiera Isabella di Striguil che gli assicurò ricchi possedimenti su cui vegliare. Nonostante fosse reputato anziano per l’epoca – aveva quasi cinquant’anni – ebbe dieci figli da Isabella e, come si è detto all’inizio, morì circondato dalla considerazione di persone potenti e dall'affetto di altre di umili origini che aveva accolto presso di sé, e di cui si era fatto carico.

Questa è la storia di Guglielmo il Maresciallo, così lontana e pur così vicina a noi. Che cosa ne pensate? Trovate dei punti di contatto con i giorni nostri?

Cristina M. Cavaliere


Fonte testo:
Guglielmo il Maresciallo – L’avventura del cavaliere di Georges Duby – Editori Laterza

Fonte immagini: 
Wikipedia tranne lo scatto della tomba all'interno del Tempio di Londra
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martedì 15 novembre 2022

Per una Stella in cielo


Cristina: Ci sono notizie di una tale brutalità da lasciarci intontiti per giorni, come se avessimo ricevuto un colpo di maglio sulla testa… e, dopo, nulla pare più avere un senso, al di là del credo religioso o la fede in una rinascita. Ho ricevuto una notizia del genere: la mia amica Stella ci ha lasciato il 5 novembre dopo un male terribile che se l’è portata via velocemente.

Clementina: Ricordo molto bene il messaggio vocale col quale mi avvisavi dell’improvvisa morte di Stella, e ricordo altrettanto bene la reazione che ebbi: mi si bloccò il respiro, per l’angoscia che mi procurò la notizia. Devo aggiungere che, in questi ultimi tre anni, a seguito della morte prematura, prima di mia sorella e poi di mio fratello, a distanza di una manciata di mesi l’una dall’altra, fatico a elaborare i lutti delle persone care. E Stella rientrava a pieno titolo fra queste ultime, nonostante ci sentissimo raramente.

Cristina: Infatti in questi mesi l’avevo sentita al telefono, e sapevo che era in cura, ma mai avrei immaginato un decorso così infausto. Stella era un’insegnante, una scrittrice, un’appassionata di arte e bellezza, e soprattutto un’amica. Spesso si dice che a lasciarci in modo prematuro siano le persone “speciali”, ma nel suo caso era proprio così: Stella era – ed è – una persona speciale. Era nata addirittura il giorno di Natale, a riprova di questo fatto incontrovertibile. Una donna minuta come uno scricciolo, di una finezza impareggiabile sia nei lineamenti che nel modo di parlare che nei gesti. Ecco, se cerco con la memoria l’esempio di una donna fine, mi si presenta il viso di Stella.

Clementina: Sono d’accordo con te: anch’io ho sempre pensato a Stella come ad una persona che possedeva “un certo che”, un qualcosa che la faceva notare ed apprezzare ancor prima di conoscerla. Possedeva senza dubbio un fascino particolare: era sensibile, empatica, molto intelligente e al contempo allegra e spiritosa. Si porgeva a tutti con garbo e leggerezza. Ci conoscemmo in occasione di un evento di presentazione dei nostri rispettivi libri. A pelle mi sembrò molto simpatica ed ebbi l’impressione che il sentimento fosse reciproco, tanto che iniziammo subito a conversare affabilmente. Ricordo soprattutto che appena appresi il suo nome mi dissi che sarebbe stato impossibile dimenticarla: Stella era anche il nome della protagonista del mio romanzo! E, per l’appunto, non l’ho mai dimenticata. Infatti, abbiamo avuto modo di ritrovarci virtualmente, con grande gioia, molte e molte volte. Abbiamo persino pubblicato alcuni nostri racconti nella medesima antologia. Era una donna che aveva viaggiato molto – aveva anche vissuto in Cina diversi anni fa – era dunque di larghe vedute. Eppure, aveva lasciato il cuore nella sua città natale e ricordo molto bene quanto fosse felice la volta che mi disse che sarebbe tornata finalmente nella sua amata Firenze!

Cristina: Noi invece ci eravamo conosciute su ilmiolibro.it, una delle prime piattaforme nate per consentire l’autopubblicazione, all’epoca un luogo molto vivace di scambi e commenti, ed eravamo subito entrate in sintonia. Aveva pubblicato un bellissimo romanzo incentrato sul mondo artistico di Sandro Botticelli, Simonetta Vespucci e Filippino Lippi, che era stato poi riproposto da Graphopheel col nuovo titolo “I delitti della primavera – Un serial killer nella Firenze del Rinascimento” di cui avevo parlato in questo blog. Vi riporto anche il testo della quarta per darvi un’idea dell’altissima qualità del romanzo, oltre che dell’intreccio accattivante: “Firenze, 1486: una serie di omicidi sconvolge la vita della città. Le vittime sono donne appartenenti alla ricca borghesia, e lo spietato assassino sembra ispirarsi all’Allegoria della Primavera, capolavoro di Sandro Botticelli e del suo assistente Filippino Lippi. Su ogni cadavere viene trovato un oggetto che rimanda a un dettaglio del quadro: il ramoscello infilato tra le labbra di una ninfa, il mantello rosso che avvolge la Dea, la ghirlanda di fiori che adorna il collo della Primavera... Tra passioni e intrighi Leonardo da Vinci, Amerigo Vespucci, Lorenzo il Magnifico, popolano le pagine di questo romanzo colto e raffinato, in cui si combatte l’eterna guerra tra Amore e Morte.” In un altro articolo sul mio blog avevamo persino immaginato di intervistare i suoi personaggi. Ci eravamo poi incontrate a Fidenza per visitare insieme la città, trovandoci a metà strada, e mi aveva donato una copia del libro per ringraziarmi dell’aiuto che le avevo dato nel commentare la nuova versione. 

Clementina: Come autrice, infatti, era raffinatissima, veramente capace di fare la differenza. Basta leggere le sue opere per rendersene conto. Il suo stile la rispecchia perfettamente: è elegantissimo, capace di elevarsi rispetto anche alla pesantezza della realtà, facendo ricorso anche all’ironia sottile; i suoi personaggi sono caratterizzati da un’intelligenza viva e brillante che trasformano anche la penombra in qualcosa di affascinante e lunare. 

Cristina: Ricordo che Stella era anche autrice di due deliziosi libri umoristici, a riprova del suo multiforme talento: “Algoritmi di capodanno” e “Io e i miei piedi”, ma non c’è alcun dubbio che la sua corda letteraria migliore risuonava non appena si confrontava con l’arte. Nel 2018 era uscito infatti “Le impressioni di Berthe”, un romanzo ispirato alla vita della pittrice Berthe Morisot, la “maga dell'Impressionismo”. Ecco cosa ci racconta la quarta: “Nel marzo del 1896, a un anno esatto dalla morte di Berthe Morisot, viene organizzata la prima retrospettiva a lei dedicata, con 394 opere tra dipinti e disegni, dal gallerista Durand-Ruel. Per tre giorni gli amici più cari di Berthe, Renoir, Degas, Monet e Mallarmé, affiancati da Julie e da Edma, rispettivamente la figlia e la sorella della pittrice, lavorano senza posa per allestire l'esposizione. Mentre gli artisti discutono animatamente, in disaccordo sulla sistemazione ideale delle opere nelle sale della galleria l'attenzione di Julie viene attratta da alcuni quadri; rivive cosi la storia professionale e personale di Berthe, a cominciare dal suo primo incontro col grande artista.” Stella non si limitava a scrivere, dipingeva con la scrittura, al punto tale che, attraverso le pagine, entravi nei quadri e ti immedesimavi nella vita degli artisti. E la cosa straordinaria è che, un ambiente molto spesso invidioso, fasullo e arrivista come quello delle persone che si dilettano nella scrittura - autori affermati o meno - non ho mai avvertito in lei la minima traccia di tali aspetti negativi. Quando ancora non abitava a Firenze, una volta aveva preso addirittura un treno per venire alla presentazione di un mio romanzo a Roma, sobbarcandosi un lungo viaggio perché non voleva mancare. Ripeto, era una persona unica. Quando penso a lei mi si stringe il cuore, e anche nello scrivere questo post riesco a stento a trattenere le lacrime.

Clementina: Stella, cara amica, questa malattia ti ha strappato a noi tutti davvero troppo presto! Se è vero che esiste una continuità, in qualche modo ci ritroveremo e ci abbracceremo ancora.

Cristina: Sì, e io auguro alla mia Stella di godere appieno della Luce e della Bellezza divine. Sono sicura che c’è un paradiso e che lei è già lì, ma, anche se non ci fosse, ne creerebbero uno come lo desidera. Ciao, amica mia, ti lascio dedicandoti questa poesia di Cesare Pavese che spero aumenterà il tuo grado di felicità. Arrivederci a presto.


L'amico che dorme

Che diremo stanotte all'amico che dorme?
La parola più tenue ci sale alle labbra
dalla pena più atroce.
Guarderemo l'amico,
le sue inutili labbra che non dicono nulla,
parleremo sommesso.
La notte avrà il volto
dell'antico dolore che riemerge ogni sera
impassibile e vivo.
Il remoto silenzio soffrirà come un'anima, muto, nel buio.
Parleremo alla notte che fiata sommessa.
Udiremo gli istanti stillare nel buio
al di là delle cose, nell'ansia dell'alba,
che verrà d'improvviso incidendo le cose
contro il morto silenzio.
L'inutile luce svelerà il volto assorto del giorno.
Gli istanti taceranno.
E le cose parleranno sommesso.


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sabato 5 novembre 2022

L'incipit del romanzo "Il Fuoco di Prometeo"


Buongiorno a tutti!

Oggi vi propongo l'incipit del romanzo Il Fuoco di Prometeo, ovvero il prosieguo de I Serpenti e la Fenice di cui vi ho parlato qui. Apro il post con il quadro "Signed with Love" di Gianni Strino. 

Leggendo, potete anche ascoltare il brano menzionato nel passaggio a questo link. Il brano è "Le Nozze di Figaro" di Wolfgang Amadeus Mozart K. 492, opera buffa in quattro atti rappresentata nel 1786 e nello specifico il coro finale "Contessa, perdono." 

L’uccello sul davanzale

Te ne eri andato in silenzio, come arretrando, e per molti anni non avevamo più parlato. Avevo nostalgia della tua presenza in casa… così, un giorno apersi il cassetto della scrivania e ne trassi un foglio di carta. Inforcai gli occhiali, dispiegai la pagina, e sorrisi nel riconoscere la tua scrittura, infantile e nervosa. Era l’espressione del tuo carattere, uno zolfanello pronto a incendiarsi per un nonnulla. Alto e magro, vestivi perennemente di nero, con i capelli corvini sciolti sulle spalle, gli occhi scintillanti. Possedevi una bellezza bizzarra ed efebica, seducente per uomini e donne. Solo che eri morto. Morto da molti anni.

Tutto era cominciato con un disegno. Il disegno di un fiore tracciato con mano esitante. Dapprima mi avevi ricordato di essere stato più abile nell’uso della tua penna acuminata, quella con cui scrivevi il tuo giornale. Avevi proseguito con brevi messaggi, e quindi lunghe lettere, che mi facevi trovare nei luoghi più inaspettati della casa. Mi scrivevi di quanto mi avevi amata e, pure, quanti piccoli e grandi tradimenti tu avessi perpetrato quando ero stata tua moglie. La rivoluzione, dopo averci macinato come grano, ci aveva riavvicinati nell’estrema sofferenza.

Leggevo con avidità mista a malinconia e, in quel mentre, sul davanzale della finestra aperta si posò un uccello. Alzai gli occhi: era un grosso uccello marrone dal ciuffo spettinato. Risi: era il più brutto volatile che avessi mai visto. Mi fissò con un occhio solo, rotondo come uva passa, e si mise a cinguettare. E, dall’impianto stereo si levò, soavemente, una musica: era la scena conclusiva de Le Nozze di Figaro di Mozart con la richiesta del perdono, e il coro finale.

Ah! Tutti contenti
Saremo così.
Questo giorno di tormenti,
Di capricci e di follia,
In contenti e in allegria
Solo amor può terminar.
Sposi, amici, al ballo! al gioco!
Alle mine date fuoco,
Ed al suon di lieta marcia
Corriam tutti a festeggiar.


L’uccello cantò fino alla fine, e io mi sentii parte di un momento di pura bellezza. Sopravvenne il silenzio. Dissi: “Ti perdono. Amore mio, ti perdono… ma ritorna da me. Torna a parlarmi.” Come se non avesse atteso altro, l’uccello inclinò la testa e mi inviò uno sguardo lucido di gratitudine. Però scomparve nel cielo azzurro, in una goccia di sole e con un frullo d’ali.

Mi alzai e andai alla finestra nel tentativo di vedere dove fosse finito, invano. Oltre il vetro si stendeva il panorama di un’anonima cittadina del nord Italia, con tetti alti e bassi, antenne televisive, comignoli, cartelloni pubblicitari. In strada, sfilavano automobili e, ogni tanto, delle biciclette. Pochi passanti camminavano in fretta alle loro destinazioni, o uscivano dai negozi.

Poi mi accorsi che la visione stava cambiando, come nei frammenti colorati di un caleidoscopio che la mano di un bambino scuote e rimescola. Il cielo si andava incupendo nel buio dell’inverno, e l’architettura degli edifici era mutata. Sconcertata, guardai meglio e scorsi una carrozza che stava sferragliando lungo la strada di Parigi. Al suo interno, vi era una giovane che stava andando a un incontro a lungo rimandato, e molto temuto – il 13 dicembre 1790.

Allora mi sedetti al mio tavolo, presi la penna e ricominciai a scrivere. Soltanto in quel modo lui sarebbe tornato.

***

P.S. Ho aperto anche una pagina pubblicitaria su Facebook dedicata al blog, chi è iscritto a questo social può trovare la pagina a questo link e, se lo desidera, mettere un Like o seguirmi come Follower. Vi aspetto!
 

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sabato 29 ottobre 2022

“Il Fuoco di Prometeo”: torna la rivoluzione francese!


È con immensa gioia che vi annuncio la pubblicazione del seguito di I Serpenti e la Fenice, romanzo storico ambientato durante la rivoluzione francese. Il titolo del secondo volume è:


Il Fuoco 
di Prometeo


e unisce l’elemento principe della vita, del sangue, del calore, della passione ma anche della distruzione, alla mitologica figura di Prometeo. Egli fu colui che donò il fuoco agli uomini e per questo incorse nell’ira degli dei: essi lo punirono incatenandolo a una montagna dove un’aquila gli rosicchiava il fegato destinato a ricrescere ogni volta.

Anche in questo romanzo tornano i protagonisti della storia precedente: nomi celeberrimi come Maximilien Robespierre, Camille Desmoulins, Georges Danton, Antoine de Saint-Just, ma anche una miriade di eroine determinate e fragili insieme quali Lucile Duplessis, Gabrielle Danton, figure che abbiamo imparato a conoscere, amare - e anche odiare ferocemente - nel primo romanzo. La rivoluzione è già scoppiata attraverso la presa della Bastiglia, e ci troviamo ora nel 1790 quando gli eventi cominciano a farsi convulsi e sanguinosi sia dal punto di vista politico e sociale sia personale. Accanto all’aspetto propriamente storico, che si sviluppa con la massima aderenza alle fonti da parte mia, corre anche un mistero collegato a esistenze precedenti e che si avvale di un “romanzo nel romanzo” ambientato nella Francia del Trecento e nell’epoca dei cavalieri templari. Il testo della quarta recita infatti:

Parigi, 1790.

Alla vigilia delle nozze di Camille, Maximilien Robespierre incontra la futura sposa dell’amico e vorrebbe impedire il matrimonio. Ma accade l’impensabile e i sentimenti dell’Incorruttibile cambiano in maniera radicale.

Si scatena dunque tra i due uomini una lotta feroce, riflesso della violenza crescente di una Francia sconvolta dalla rivoluzione. Tra insurrezioni di popolo, rivolte interne, guerre contro le potenze europee, i maggiori leader politici – Robespierre, Danton, Marat, Saint-Just – cercano disperatamente di arginare il caos ed evitare che la nazione sprofondi nella guerra civile.

Tuttavia, nel groviglio avvelenato delle loro esistenze, gli enigmi del passato continuano a ripresentarsi, e pretendono a gran voce di essere risolti. Perché Robespierre continua a sognare un cavaliere templare di nome Jacques? Emerge così un’incredibile “storia altra”, dove nessuno è come appare e dove la verità andrà oltre ogni possibile immaginazione.

La copertina

La splendida copertina è stata curata ancora una volta da Fabio Gialain, che ringrazio di vero cuore e impostata in modo da creare continuità con il libro precedente della serie. Stavolta vi campeggia l’avvocato e giornalista Camille Desmoulins, l’enfant prodige della rivoluzione nonché amico fraterno di Maximilien Robespierre e suo compagno di Collegio, e fidanzato di Lucile. È un ritratto che si trova nel Musée des Beaux-Arts di Chartres, eseguito da una pittrice di nome Fanny Boze; e, a detta di molte testimonianze, il più fedele al modello in carne e ossa. L’ho voluto in maniera spasmodica, contrattando il prezzo con i funzionari del museo, e proprio perché gli altri ritratti non rendono assolutamente giustizia a Camille. Questo è il passaggio del romanzo in cui descrivo proprio questo dipinto:

La giovane pittrice era riuscita a cogliere la singolarità dello sguardo straniato, il naso importante, le sopracciglia sottili che quasi si univano al centro. E, soprattutto, aveva riprodotto in maniera mirabile la bocca morbida di Camille, il mento parimenti dolce; e la testa con quei capelli ondulati che si arricciavano in punta e sembravano i serpenti di Medusa in posa statica, ma pronti a guizzare tutt’attorno.

Sullo sfondo si dispiega una tela che mostra l’assalto al palazzo delle Tuileries del 10 agosto 1792, che coincide con il rovesciamento della monarchia e l’instaurazione della repubblica. Questo vero e proprio colpo di stato fu guidato da un altro immenso personaggio della rivoluzione, il celeberrimo tribuno del popolo, l’avvocato Danton, e si concluse con il massacro del corpo di guardia svizzera che aveva il compito di difendere l’edificio. L’evento viene narrato all’interno del romanzo, sulla scorta del diario della giovane Lucile Duplessis, che ne fu la testimone diretta, e quindi costituisce una preziosa miniera per uno storico. Ecco un altro passaggio tratto dal romanzo, narrato dal punto di vista di Danton, che sta aspettando il momento opportuno per entrare in azione:

Dalla strada arrivava un rullo di tamburi, che sembrava scuotere le fondamenta della casa, entrare nella sua pancia e farla vibrare senza peraltro turbare la sua mente. “È il rombo della Storia,” pensò egli, impressionato. Lui stava per rovesciare il trono. La monarchia. Il re che era il padre dei francesi. Lo schianto di quell’abbattimento si sarebbe udito per tutta l’Europa, e negli anni a venire. Era il terremoto che scuoteva un mondo imputridito, un edificio che crollava sulle fondamenta, una gran polvere e un fumo che, sollevandosi, faceva tossire e arrossare gli occhi. O forse era il fumo dei cannoni che, in quel momento, venivano sparati contro il palazzo delle Tuileries. Le narici gli pizzicarono e lui aspirò l’odore caratteristico dello zolfo.

Una lettera “si anima” nel titolo: la F arde nel fuoco della parola, della conquista della libertà e dei diritti, ma anche nelle passioni amorose, brucianti e insieme distruttive, che si scatenano nel romanzo.


La quarta di copertina


Anche in questo caso la copertina prosegue sul dorso e sulla quarta pagina creando un effetto molto suggestivo. L’immagine mostra i corpi dei soldati feriti e i cadaveri lasciati al suolo durante l’assalto, il sangue sparso sul selciato, il fumo dell’assalto.

E, se avete ancora un po’ di pazienza, vorrei dirvi alcune parole su come è nato il romanzo Il Fuoco di Prometeo.


La genesi

C’era una volta... La primissima stesura avvenne sette anni fa; poi, per una serie di motivi e altre storie che presero il sopravvento, rimase nel cosiddetto cassetto per molto tempo. I Serpenti e la Fenice, il primo romanzo della serie, uscì nel primo anno di pandemia, il fatidico 2020. Lo volli iscrivere al concorso amazonstoryteller pur non nutrendo grandi speranze di vittoria, e i fatti mi diedero ragione perché vinsero in prevalenza dei gialli. Non per questo rinnego la mia scelta, anche perché la data di un concorso ti obbliga a osservare determinati tempi, cosa di cui avevo molto bisogno in quel periodo di incertezze.

Due romanzi in parallelo. Ho ripreso in mano la revisione de Il Fuoco di Prometeo nell’autunno del 2021 mentre ero impegnata con la revisione de Il Tempio di Salomone, cioè il seguito del ciclo crociato. Com’è ovvio è impresa improba portare avanti due storie così distanti tra loro a livello temporale, e dalla foliazione così imponente… per cui ho cominciato a prestare maggiore attenzione a questo romanzo pur continuando a lavorare all’altro. Ho assistito così a una specie di gara tra i due romanzi, e per una serie di circostanze molto particolari – che pochi conoscono – ho avuto l’assistenza di un caro amico, appassionato anche lui di questo periodo storico, grazie a cui Il Fuoco di Prometeo è risultato vincitore della competizione.

Un periodo di impegni e anche sofferenza. Ero anche affaccendata con la conclusione dell’università, con la preparazione della tesi “Un poeta americano tra due rivoluzioni”, e poi l’esame di laurea vero e proprio, e ho cominciato ad avere i gravi problemi di salute che tutti conoscono. Non starò a ripetermi, aggiungo soltanto che grazie al cielo sto intraprendendo una terapia che sta dando ottimi risultati, e sto molto meglio. I miei programmi di pubblicazione sono dunque slittati a luglio, a settembre e poi… a oggi. All’inizio di luglio, infatti, ho consegnato il romanzo ai miei beta-reader (Ruggero Mozzana, Clementina Daniela Sanguanini e Antonella Scorta), che dovevano avere il tempo di leggerlo e restituirmelo con i loro commenti.

Le critiche dei beta-reader. Stavo dormendo beatamente tra sette guanciali, sicura del fatto mio, quand’ecco che ricevo il primo riscontro: nel complesso il romanzo piace nella storia e nella struttura, ma… c’è un grosso problema di fondo che riguarda le dinamiche fra i tre personaggi principali. Non voglio e non posso fare dello spoiler, poiché si tratta di questioni molto delicate e anche complesse (avrò il piacere di parlarne a posteriori con chi avrà letto il romanzo). Tutto questo ha confermato una volta di più quanto i beta-reader siano cruciali per scovare non soltanto refusi, incoerenze ed errori, ma aspetti che l’autore dà per scontati e, in questo caso, difetti più profondi, di tipo psicologico. Il lavoro di revisione mi ha portato via i mesi di settembre e di ottobre: è stata un’operazione piuttosto meticolosa e trasversale all’intera opera.

La data di pubblicazione. Ho voluto pormi come data di uscita quella del mio compleanno, il 28 ottobre, nella speranza che sia di buon auspicio… e infatti ieri, dopo gli ultimi controlli, ho cliccato sul sito Amazon “Pubblica” sia per quanto riguarda il libro cartaceo che la versione ebook.

La collana. Dato che nelle mie intenzioni il romanzo è il secondo di un’ideale trilogia, occorreva anche concepire un titolo di collana. Mi sono ancora avvalsa dei suggerimenti dei miei beta-reader cui ho proposto un elenco di titoli a gruppi, dove ognuno verteva su una parola specifica. All’inizio avrei voluto che comparisse la parola “rivoluzione”, ma dopo parecchie riflessioni e confronti ho preferito optare per un titolo più evocativo:

Il tempo 
dell’acqua e del fuoco

Mi piace molto per la presenza della parola tempo, che ha valenza storica e ben si ricollega al passato e alle rinascite, l’acqua che è elemento di vita e richiama il femminile e il fuoco che è invece un elemento di passione e più specificamente maschile. Inoltre mi piace molto la sonorità di questo titolo rispetto a, magari, “I venti della rivoluzione”.
 

Le caratteristiche del romanzo

Ecco le caratteristiche del romanzo e i vari link alla pagina Amazon se volete andare a curiosare:

Copertina: Brossura
Pagine: 647
Cartaceo: euro 15,60
Ebook per kindle: euro 3,99 (il romanzo è inserito nel Kindle Unlimited per lettura gratuita). Al link potete leggere un corposo estratto del romanzo!

***

Vi lascio con questa prima novità cui ne seguiranno molte altre, e che non riguardano soltanto il romanzo! Nel frattempo vi propongo anche il booktrailer di lancio pubblicato su You Tube. A presto.

 
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giovedì 20 ottobre 2022

La Sacra di San Michele – seconda parte


Riprendiamo la nostra narrazione su san Michele arcangelo e soprattutto su un luogo speciale a lui dedicato: la Sacra di San Michele in val di Chiusa. Se avete perso la prima parte, potete trovarla qua

Come immagine di apertura, stavolta vi propongo una scultura che a me piace moltissimo, e che è più vicina a noi nel tempo, almeno a giudicare dallo stile. Ho scoperto essere posta sulla collina Tepeyac vicino alla Basilica della Vergine di Guadalupe a Città del Messico, ma non sono riuscita a individuare l'autore. Del resto, secondo la tradizione, l'arcangelo e la Vergine formano un binomio molto saldo, e vengono invocati insieme nelle formule degli esorcisti. Ascoltiamo che cosa ci racconta Clementina.

***

Cari amici, 

il nostro viaggio nella storia dell’abbazia di San Michele alla Chiusa prosegue esattamente da dove ci siamo lasciati qualche giorno fa.
 
Veduta della Sacra dal lato absidale.

Siamo nel XII secolo e i monaci benedettini dell’abbazia mettono a punto un grandioso progetto di allargamento della struttura di San Michele che prevede, poco prima dell’accesso all’edificio, la costruzione del cosiddetto Sepolcro dei Monaci, un edificio ottagonale dedicato alla memoria del Santo Sepolcro di Gerusalemme, ma soprattutto la realizzazione di una basilica a tre navate poggiante sulle cappelle primitive e le creste del monte Pirchiariano.

Vengono, così, concepite due vertiginose rampe di scale che hanno una duplice funzione: ospitare un monumentale percorso coperto di pellegrinaggio e fornire una costruzione in muratura di accesso per la nuova chiesa superiore.

Il primo scalone, che funge da accesso alla Sacra, ha inizio a poca distanza dal Sepolcro dei Monaci, e si inerpica sul gigantesco basamento di roccia superando un dislivello di oltre quaranta metri. Lo potete vedere nella foto sotto a sinistra. Basta un piccolo sforzo di immaginazione per indovinare l’effetto provocato sui pellegrini, già provati dal lungo viaggio e dal faticoso tragitto lungo la mulattiera, dalla visione di una rapidissima salita alla fine della quale si staglia l’immenso edificio, di ben cinque piani, abbarbicato in cima alla montagna. Come minimo, avranno sperimentato stupore, meraviglia, mista ad angoscia, desiderio di riscattarsi dai peccati, e un senso di forte fede.

Del resto, quella struttura suggerisce l’idea che sia possibile raggiungere l’impossibile: se ci si pensa, è un’opera architettonica quasi incredibile per l’epoca! Per realizzarla è stato necessario escogitare soluzioni ingegneristiche a dir poco audaci: tutto l’edificio si regge su colossali piloni innestati nella roccia. 

Ad aggirare il pilone centrale, che conduce al fianco della chiesa, vi è la seconda rampa che prenderà il nome di Scalone dei Morti. Si tratta di un luogo estremamente suggestivo, sia per la successione di gradini, che sembra non finire mai (non per niente permette di superare un dislivello di circa trenta metri), che per la presenza di sepolture e mummie di alcuni abati esposte qua e là. I pellegrini vengono così “invitati” a riflettere sui propri defunti e a loro stessi come futuri defunti. La presenza di quella morte ha lo scopo di ricordare ai vivi l’importanza di comportarsi bene, senza eccedere in vizi ed esaltando le virtù.

In cima allo scalone viene collocato (anche se non è chiara quale fosse la sua sistemazione originaria) un fastoso portale, realizzato dalla squadra internazionale di scultori guidata da Nicolò, uno tra i più innovativi maestri italiani dell’epoca, attivo in Val di Susa, a Piacenza, Ferrara, Verona. Le opere di Nicolò presentano anche un curioso tratto comune: vengono sempre corredate da iscrizioni moralizzanti o retoriche in versi.

Il Portale dello Zodiaco, questo è il suo nome, presenta una miscellanea di temi molto diffusi nella scultura romanica e altri molto più rari. Gli stipiti all’esterno ospitano un interessante tralcio abitato, mentre all’interno presentano uno schema nel quale vengono rappresentati i simboli dei dodici segni zodiacali e delle costellazioni. Secondo gli esperti, la presenza del segno zodiacale del Capricorno alato, da una parte, e quella della Bilancia inclusa tra le pinze dello Scorpione, lasciano supporre che Nicolò si sia ispirato ad un antico codice miniato custodito all’interno della biblioteca del monastero (codice di Arato, 315–245 a.C.).


Anche le figure riprodotte sui capitelli sono ricche di significati allegorici. La maggior parte di esse si riferisce alle condotte che inducono l’uomo alla rovina: da una parte, la lussuria, tema piuttosto comune nella scultura romantica e, dall’altra, la superbia e la violenza. Troviamo, quindi, un capitello nel quale sono rappresentate delle donne avvinghiate da lunghi serpenti che mordono i loro seni, e altri nei quali appaiono uomini che litigano tirandosi per i capelli, Caino e Abele, sirene bifide che impugnano le code divaricate, grifoni che addentano una testa umana. A rimarcare l’importanza di pacificare lo spirito vi è anche una scritta, posta sull’abaco, con la quale si invita il pellegrino ad abbandonare i contrasti entrando in un luogo di culto: Hic locus est pacis causas deponite litis.

Oltre quei capitelli ve ne sono altri due nei quali viene raffigurato Sansone (uno mostra Dalila che sfida Sansone, l’altro descrive la morte di Sansone) un personaggio, poco frequente nella scultura dell’epoca, la cui interpretazione, secondo alcuni specialisti, rimanderebbe al sacrificio dell’eroe per esprimere la morte dei peccati e l’inizio di una nuova vita.
  
Portale dello Zodiaco - particolare capitelli
Morte di Sansone e 
litiganti

Di sicuro con la nuova edificazione il flusso del pellegrinaggio al monastero aumenta e con esso si diffonde sempre più la celebrità di questo luogo. Nella foto qui accanto, vedete il tratto finale della scala di accesso alla chiesa.

In questo periodo la Chiesa, preoccupata del diffondersi di movimenti eretici, soprattutto nel mezzogiorno della Francia, inizia a prendere pesanti misure per fronteggiarli, che porteranno alla nascita dell'Inquisizione. Prendono, così, vita una serie di decreti mirati a ricercare gli eretici per condannarli (il primo decreto risale al 1163, Concilio di Tours)

Nel frattempo, anche nei territori d’Oltralpe non si fa che magnificare l’eccellente lavoro svolto presso la Sacra, tanto che nel 1172 viene siglato un accordo per una Specialis Societats con l’abbazia di Cluny e Mont-St. Michel di Normandia, che ne suggella l’unione.

I recenti interventi scultorei e architettonici hanno rafforzato la sua vocazione salvifica, e la gente affluisce copiosa sul monte Pirchiriano desiderosa di purificarsi dai propri peccati e riscattare la propria anima. In questo contesto i monaci dell’abbazia non perdono l’occasione di mettere a segno una quarta leggenda mirata a mettere in guardia i pellegrini dalla tentazione di cadere nei vizi di lussuria e superbia.
 
Nasce così il mito della Bell’Alda, una bella fanciulla insidiata, non si sa bene se dalle truppe di Federico Barbarossa o da altre che in quel periodo non mancavano di transitare nella zona, a causa delle ricorsive guerre, che per sfuggire al tentativo di violenza si butta nel vuoto dall’alto di una torre dell’edificio. Alda, dimostrandosi moralmente integra, viene salvata dall’arcangelo Michele e da altri angeli e pur compiendo un volo di centinaia e centinaia di metri, non riporta nemmeno un graffio. Presa, però da un moto di orgoglio, volendo dimostrare ai suoi compaesani di aver ricevuto la grazia, torna sulla torre e si ributta. Questo secondo tentativo, però le sarà fatale. Nella foto qua accanto potete vedere le rovine della torre stessa.
 
Per un altro centinaio di anni la vita di S. Michele della Chiusa scorre all’insegna della grandezza. Contestualmente la Chiesa inizia a prendere posizioni inedite rispetto al passato. In questo senso si segnalano almeno tre importanti eventi che si ripercuoteranno sul destino di S. Michele della Chiusa. In primo luogo, la Santa Sede prosegue nell'emanazione di ulteriori decreti che ordinano la ricerca sistematica degli eretici in giro per l'Italia e l'Europa. Il decreto del Concilio lateranense del 1216, ad esempio, escogita speciali commissioni di "Visitatori" che hanno lo scopo di recarsi all'interno delle sedi ecclesiastiche per verificare l'eventuale presenza di eresia. In secondo luogo, nel 1229, papa Gregorio IX inizia una guerra contro l'imperatore Federico II di Svevia. In terzo luogo, la lotta della Chiesa all'imperatore si riverbera sui monasteri, che si vedono chiedere il pagamento di tasse supplementari mirate a sostenere le spese militari.

Così, con l’arrivo del Trecento inizia anche il declino della Sacra. Il dialogo con le realtà monacali europee, come i privilegi conferiti da Roma, si stemperano sempre più, mentre l’isolamento dalle realtà ecclesiastiche locali si accentua vorticosamente. Tanto si arricchisce San Giusto, l’abbazia benedettina di Susa, tanto più la Sacra comincia ad impoverirsi e non è più gradita a coloro i quali avrebbero potuto renderla di nuovo ricca. Nel 1339 scoppia anche un incendio che distrugge buona parte dell’edificio. Nella seconda metà del Trecento si realizza la fase apicale del suo crepuscolo. Accade, infatti, che l’abate reggente in quegli anni, un certo Pietro de Fongeret, sbaglia a schierarsi nei conflitti del tempo e rifiuta di dare un contributo straordinario alla sede papale. Inevitabilmente attira su di sé l’inimicizia di Amedeo VI di Savoia, quelle del vescovo di Torino e quelle di papa Gregorio XI. In seguito a questo rifiuto, nel 1375, le autorità ecclesiastiche inviano alla Sacra dei "Visitatori" i quali attivano un’inchiesta che porterà a galla le scorrettezze di una vita monastica diventata, ai loro occhi, troppo spregiudicata. Con effetto immediato alcuni monaci e l’abate vengono scomunicati. A quei tempi la scomunica veniva tolta solo con l'abiura e gli imputati che non abiuravano cadevano in sospetto di eresia. Di lì a poco viene soppressa la vita monastica a San Michele e la sua vita ecclesiale viene commissariata e affidata a un gruppo di canonici della valle. Per oltre due secoli la vita religiosa della Sacra sarà pressoché inesistente.
La vetta del Pirchiariano sostiene una delle colonne della
navata della chiesa.

Nel corso del Seicento l’abbazia diventa obiettivo militare delle varie truppe francesi e viene più volte bombardata e ridotta in rovina. Anche il contenuto della sua prestigiosissima biblioteca scompare, probabilmente saccheggiato per essere disseminato in tutto il mondo.

Quando ormai risulta sparito persino il ricordo della grandezza della Sacra, nel 1820, inizia un’epoca di restauri. A pochi anni di distanza vengono chiamati dei monaci certosini, provenienti dalla Certosa di Collegno, a prendere in mano le sue sorti, che però rimangono per un periodo molto breve.

Nel 1835, Carlo Alberto di Savoia prende a cuore il destino di questo luogo e ne affida ad Antonio Rosmini e ai rosminiani la custodia. All’interno della Sacra verranno così tumulati i sarcofagi di 24 antenati del re di Casa Savoia. I lavori di restauro stilistico e di integrazione riprendono e nel 1865 viene chiamato a guidarli l’architetto portoghese, naturalizzato italiano, Alfredo d’Andrade, cui si devono gli archi portanti e la foresteria. I suoi interventi vengono eseguiti nel rispetto dell’immagine originale dell’edificio.
 
Rovine del monastero e Torre della Bell'Alda.

All’interno della basilica spiccano ancora oggi il Grande affresco dell’Assunzione, di Secondo Delbosco di Poirino, del 1505, che occupa tutta la parete in fondo alle navate e che potete vedere nella foto sottostante, la Madonna della Pera, sempre dello stesso autore e, situati nel Coro Vecchio, sono visibili il Trittico e la Pala della Vergine, di Defendente Ferrari, del 1520 circa.

Da un portale laterale, in corrispondenza della navata di sinistra, si accede alla terrazza con veduta delle rovine del monastero nuovo e, leggermente più isolata, della Torre della Bell’Alda, posta di fronte al campanile incompiuto.

Nel 2017 è stata presentata al pubblico la candidatura dell’abbazia a Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco.


Voi, quali luoghi candidereste a Patrimonio dell'Umanità dell'Unesco?

Il nostro viaggio si conclude qui. Mi auguro che vi sia piaciuto e vi invito calorosamente a visitare l'abbazia, vedrete che ne rimarrete incantati!
Un caro saluto e ci rileggiamo con il prossimo post!

Clementina Daniela Sanguanini





Bibliografia:

  • La Sacra di San Michele, Giuseppe Sergi e Claudio Bertolotto – edizione del Graffio di Borgone
  • Nuove ricerche sul Portale dello Zodiaco alla Sacra di San Michele, di Carlo Tosco – all’interno de La trama nascosta della cattedrale di Piacenza, a cura di Tiziano Fermi
  • Inquisizione, di Mario Niccoli, Enciclopedia italiana Treccani

Iconografia:

Tutte le immagini sono frutto dei miei scatti fotografici:
  • Veduta di San Michele dal lato absidale
  • Sepolcro dei Monaci
  • Visuale sull'accesso al primo scalone
  • Scalone dei Morti
  • Portale dello Zodiaco, esterno e dettagli dei capitelli
  • Panoramica sulla valle attraverso uno degli archi portanti
  • Torre della Bell’Alda e rovine
  • Grande affresco dell’Assunzione, Secondo Delbosco di Poirino 
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giovedì 13 ottobre 2022

La Sacra di San Michele – prima parte


Il giorno 29 settembre si festeggiano i tre principali arcangeli, cioè Michele, Gabriele e Raffaele. Ognuno di loro ha dei compiti particolari, ma personalmente nutro un particolare affetto e un’intensa venerazione per san Michele, l’arcangelo guerriero. Questa immagine di apertura è un’icona russa che fa da sfondo al mio smartphone da anni. Ne ho fatto addirittura uno dei protagonisti dei miei romanzi, anche se sotto mentite spoglie dato che interviene in molte delle vicende dei personaggi, quindi spero che non me ne vorrà.

Provenendo dall’oriente, il culto dell'arcangelo Michele è trasversale a molte religioni, e anche l'Islam lo venera; gli stessi Longobardi furono conquistati da questa figura guerriera fino a tributarle un’immensa venerazione. Molti santi si rivolsero a lui nella preghiera, come Francesco di Assisi e Padre Pio, ma non solo. Il filosofo, esoterista e fondatore dell’antroposofia Rudolf Steiner ne parla in un libro dedicato dal titolo La missione di Michele, e lo relaziona in modo particolare all’epoca contemporanea. 

Anche Clementina è particolarmente appassionata dell'argomento, e quindi abbiamo deciso di riproporvi un articolo sulla sacra di san Michele in val di Chiusa: un luogo affascinante e più simile a una fortezza che a un’abbazia, che troneggia sulla sommità di un monte e osserva dall’alto lo snodarsi della via Francigena. Ecco che cosa ci racconta la nostra amica:

***

Bentornati!

Se anche voi, come me, avete amato il magnifico romanzo di Umberto Eco, Il nome della Rosa, siete invitati in questo viaggio lungo i secoli per conoscere da vicino la straordinaria storia del luogo che lo ispirò: l’abbazia di San Michele alla Chiusa, più nota come Sacra di San Michele.

Veduta panoramica della Sacra di San Michele - fonte Wikipedia


Siamo in pieno Medioevo, esattamente nel 983 nel cuore della Val di Susa con i suoi valichi, tra il massiccio dell'Orsiera-Rocciavrè, il Moncenisio, il Rocciamelone, che rendono comodo e agevole il passaggio tra Italia e Francia.

  
Veduta della Val di Susa dalla terrazza della Sacra di San Michele
(tra il massiccio dell'Orsiera-Rocciavrè, il monte Rocciamelone e le Alpi francesi sullo sfondo)


Verso la pianura torinese la strada, proveniente dal valico del Moncenisio, si insinua tra due monti, una sorta di chiusa naturale: il Porcariano, che si inerpica di scatto fino a 962 metri, e il Caprasio, alto circa 1500 metri, ma dal declivio più dolce.

Il monte Caprasio dà i natali a un eremita, in seguito canonizzato santo, un certo Giovanni, detto Vincenzo. I valligiani sono, chiaramente, orgogliosi della presenza di un santo locale, soprattutto perché si tratta di un virtuoso il cui voto di povertà lo rende emotivamente vicino al popolo.

Quell’anno, però, un certo Ugo de Montboissier, ricco aristocratico di origini francesi e dai trascorsi piuttosto opachi, dopo aver ottenuto da Papa Silvestro II il perdono per alcuni peccati, decide di fare ammenda e acquista dal marchese di Torino l’intero monte Porcariano lungo le cui pendici si trova una piccola cappella longobarda dedicata al culto micaelico. Quello di San Michele è un culto che nasce in Terra Santa, si diffonde velocemente in oriente e più tardi conquista il popolo longobardo, il quale riconosce nell’arcangelo, armato di spada a difendere la fede combattendo le forze del Male, Odino dio della guerra, protettore degli eroi. In seguito, il culto dilaga rapidamente, diffuso soprattutto dalla popolarità che gode fra i soldati e conquista l’Europa. Ecco che, dopo aver acquistato il monte, Montboissier affida a un monaco, già abate della diocesi di Tolosa, un certo Adverto di Lezat, il compito di fondare un monastero benedettino che obbedisce all’abbazia di Cluny. Nel giro di quattro anni il nuovo monastero dedicato all’arcangelo prende vita.

Il luogo scelto da Montboissier è indubbiamente straordinario, sia dal punto di vista strategico, che da quello simbolico. La chiesa appena nata, infatti, sovrasta e domina la strada che collega la Francia nella quale confluiscono due importanti correnti di commercio e pellegrinaggio: una conduce a Roma e l’altra, che coincide per un tratto con la prima, collega l’abbazia normanna di Mont Saint Michel con il Santuario di San Michele del Gargano, in provincia di Foggia. San Michele alla Chiusa si colloca, quindi esattamente a metà tra gli altri due santuari occidentali dedicati allo stesso santo. Anzi, la sua posizione è ancora più ingegnosa, poiché allineandosi perfettamente ad essi, a distanza di mille chilometri dal primo e dal secondo, definisce con chiarezza il tracciato che conduce i pellegrini fino a Gerusalemme.



Gli abati si rivelano fin dall’inizio esperti comandanti e, come tali, iniziano una concorrenza spietata al culto dell’eremita. Se già l’acquisto dell’intera montagna aveva sancito l’autonomia di questi benedettini nei confronti dell’aristocrazia locale, un nuovo espediente consente loro di garantirsi l’indipendenza anche dal vescovato, mantenendo così un rapporto diretto solo con il papa. Al momento della fondazione i monaci sostengono che la consacrazione di quel luogo sia avvenuta per mano divina. Come fanno? Subito spiegato: sostengono che un fuoco celeste avrebbe avvolto la cima del monte indicando il luogo da scegliere per il nuovo edificio. Per avvalorare questa leggenda modificano e nobilitano il toponimo del monte Porcariano, derivato dalla rilevante frequentazione di maiali su quelle pendici, in Pirchiariano, la cui pretesa radice greca pyr (fuoco) fa diretto riferimento al loro racconto. Inoltre, cercano di inglobare nella narrazione ufficiale della fondazione dell’abbazia lo stesso culto dell’eremita.

Per riuscirvi imbastiscono inizialmente una seconda leggenda, secondo la quale il santo Giovanni Vincenzo, meditando sul pendio del monte Caprasio di costruire una nuova chiesa, la sera prepara il materiale occorrente, che deposita fuori dal suo rifugio e la mattina successiva non lo ritrova più perché gli angeli e gli uccelli lo hanno trasportato nottetempo sulla cima del Pirchiariano. Siccome non si ritengono ancora soddisfatti, verso la fine del XII secolo, confezioneranno una terza leggenda, secondo la quale i benedettini, per seguire la volontà di Giovanni Vincenzo, avevano iniziato a trasportarne le spoglie mortali a San Michele a dorso di un mulo, quando, all’altezza di Sant’Ambrogio, località alla base delle fondamenta del monastero, l’animale rifiuta di continuare il cammino. Pertanto, i monaci si vedono costretti ad accogliere la reliquia nella chiesa del paese, anziché trasportarla a quasi mille metri, nell’abbazia.
Tutte queste ingegnose manovre fanno ‘sì che sin dall’insediamento si disegni un equilibrio assai precario tra il culto di San Michele e la semplice religiosità cresciuta tra i villaggi di Chiusa, Sant’Ambrogio, Condove, Caprie e Celle, situati ai piedi di quelle montagne. Questi rapporti profondamente instabili arriveranno all'acme intorno al 1300, ma affronteremo il tema del declino nella prossima puntata.

Per adesso vi anticipo solo che, circa tre decadi dopo la fondazione dell’abbazia pirchiariana, nel 1027, a fondovalle, più precisamente a Susa, nasce un’altra abbazia benedettina, quella di San Giusto. San Giusto, però, viene fondata con il contributo dei marchesi di Torino, quelli da cui i monaci di San Michele rivendicavano la propria autonomia. Presso questa nuova abbazia, che è molto meno nota dell’altra a livello europeo, ma estremamente potente sul piano locale, confluiscono i rampolli delle famiglie valsusine.

Tornando ad occuparci della situazione dell’abbazia di San Michele tra il X e il XII secolo, direi che è interessante seguire alcuni passaggi che spiegano in che modo essa diventerà, in breve tempo, ombelico del culto micaelico e importantissimo centro europeo di spiritualità ed eccellenza intellettuale. Anzitutto, vale la pena di soffermarci sulle caratteristiche che rendono la Sacra di San Michele unica e inconfondibile nel suo genere e per far questo è necessario individuare gli aspetti che definiscono l’identità di questa sede ecclesiastica. Essi sono principalmente tre. Il primo si riferisce al tratto aristocratico, in quanto l’abbazia, che è in rapporto diretto con quella di Cluny, verrà guidata da una successione regolare e ordinata di abati colti, oltreché capaci, provenienti da famiglie aristocratiche. Il secondo, è consequenziale al primo e riguarda il tratto intellettuale, in quanto il monastero nasce e proseguirà il suo percorso con la vocazione allo studio e alla ricerca. Il terzo è il tratto internazionale, non solo in quanto fin dalla fondazione il reclutamento degli abati e dei monaci avverrà sempre all’interno dei territori di Provenza, Linguadoca, Aquitania e Catalogna, ma anche perché il ciborio manterrà costantemente forti legami con le realtà monastiche posizionate in quei territori. La sinergia di questi tre aspetti determinerà la qualità dei rapporti che S. Michele alla Chiusa, sin dalla nascita, andrà via via intessendo con i vari centri di potere.


È un fatto certo che con l’anno 1000 la fama del monastero raggiunge l’apice, e ciò grazie soprattutto alla protezione della Santa Sede, che in quel periodo sta realizzando la Riforma ecclesiastica. Inoltre, in questo momento storico il ciborio si dota di una magnifica biblioteca, due ampi locali colmi di preziosissimi volumi, e di uno scriptorium, all’interno del quale vengono tradotti numerosi codici. Come già accennato, la maggior parte dei suoi monaci è composta da intellettuali e questi eruditi si muovono per l’Europa raggiungendo altre abbazie affini allo scopo di tenere dibattiti teologici e attirare colleghi alla Sacra. Ma lo scambio intellettuale di S. Michele alla Chiusa, che avviene sia in uscita, che in entrata, si gioca anche ad altri livelli e, infatti, qui, oltre ai comuni pellegrini vengono ospitati grandi aristocratici, re, principi e papi. Del resto, la sosta nell’aristocratico monastero è molto ambita: il cibo è di altissima qualità, vi sono stalle attrezzate per ospitare e rifocillare i cavalli, servizi all’avanguardia e l’infermeria. Insomma, l’accoglienza della Sacra viene apprezzata così tanto che un po’ tutti quelli che transitano lì lasciano per gratitudine terre della loro origine di provenienza, spesso anche comprensive di altre chiese. È così che il patrimonio dell’abbazia si espande in tutta Europa e diventa ricchissimo.

Il papato, che già con Silvestro II e con Leone IX si era dimostrato di grande sostegno a questi benedettini, continua a offrir loro grandi privilegi. Il 23 aprile del 1114, Pasquale II accoglie il monastero sotto la tutela apostolica e concede all’abate Ermenegardo il diritto di indossare i sandali, la dalmatica e la mitra, segni liturgici della sua dignità ecclesiastica. Un decennio più tardi Callisto II, eletto papa nel 1119, dopo aver trascorso un anno in Francia per trovare un accordo con l’imperatore Enrico VI, senza successo, si reca a Cluny e sulla strada di ritorno a Roma si ferma per alcuni giorni presso il villaggio di Sant’Ambrogio, già divenuto possedimento degli abati clusini, dove viene accolto dallo stesso Ermenegardo. Qualche anno più tardi, Callisto II riconferma, con una nuova bolla, tutti i privilegi e la tutela apostolica alla Sacra. Il prestigio e l’influenza di questo monastero cresce sempre più e, addirittura, dieci anni dopo, nel 1133, il nuovo papa, Innocenzo II, emana direttamente dal monte Pirchiariano una bolla con la quale impone la pacificazione e la fine di una lite, durata anni, tra laici ed ecclesiastici.

Ecco che, nella fase di raggiungimento del massimo successo per San Michele della Chiusa, in cui il colloquio con il maggior monachesimo europeo si dimostra sempre più fervido e il flusso di pellegrinaggio è aumentato in modo esponenziale, vien dato avvio ai lavori di ampliamento che porteranno alla realizzazione di una struttura monumentale eretta direttamente sulla vetta del Pirchiariano.



Finisce qui la prima parte del nostro viaggio, che riprenderà tra pochi giorni a partire dalla descrizione dello Scalone dei Morti e del Portale dello Zodiaco.


Avete mai visitato l’abbazia di San Michele alla Chiusa?
Vi era già nota la sua storia?

Nell'augurarvi il meglio vi do appuntamento a brevissimo per la seconda e ultima parte! :)

Clementina Daniela Sanguanini



Bibliografia:

  • La Sacra di San Michele, Giuseppe Sergi e Claudio Bertolotto – edizione del Graffio di Borgone
  • Nuove ricerche sul Portale dello Zodiaco alla Sacra di San Michele, di Carlo Tosco – all’interno de La trama nascosta della cattedrale di Piacenza, a cura di Tiziano Fermi

Iconografia:

  • Veduta della Sacra di San Michele immersa nella val di Susa: Wikipedia, autore Andrea Bonelli
  • Veduta di Mont Saint Michel: Wikipedia, autore Luca Deboli
  • Facciata del Santuario di S. Michele del Gargano: Wikipedia, autore Nikater
  • Disegno del primo Tempio di Gerusalemme: Wikipedia, pubblico dominio
  • Cartina di Europa e Paesi del Mediterraneo: http://www.educa.madrid.org/web

Tutte le successive immagini sono frutto dei miei scatti fotografici:
  • Veduta della Sacra dal monte antistante
  • Monumentale accesso al monastero
  • Corpo centrale dell’abbazia con statua di San Michele Arcangelo dello scultore Paul Moroder
  • Corpo lato est dell’abbazia con spumone di montagna
  • Veduta della Val di Susa dalla terrazza della Sacra (tra il massiccio dell'Orsiera-Rocciavrè, il monte Rocciamelone e le Alpi francesi sullo sfondo)
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sabato 1 ottobre 2022

A passeggio sul Lago di Como: Villa del Balbianello - seconda parte



Rieccoci con la seconda e ultima parte dell’articolo scritto dall’estrosa penna di Clementina Daniela Sanguanini, e dedicato alla Villa del Balbianello. Potete qui ammirare uno scorcio dei suoi giardini che digradano verso Como. Se avete perso la prima parte, ecco qui il link per recuperarla agevolmente. 

A proposito di ville, approfitto per segnalarvi che, nell’ambito dell’edizione autunnale di “Ville Aperte”, ho avuto occasione di visitare due ville davvero spettacolari e con visita guidata:

- Villa Cusani Tittoni Traversi a Desio (qui la scheda wikipedia)
- Villa Ferrari Casnedi Casati Stampa di Soncino a Cinisello Balsamo (qui la scheda wikipedia, con poche foto che non le rendono onore). Il nome chilometrico di quest'ultima deriva dal passaggio di mano a innumerevoli proprietari.

In entrambi i casi si tratta di “ville di delizie” dove le famiglie nobili di Milano si recavano a villeggiare. Sembra incredibile pensarlo, ma l’hinterland milanese, oggi molto edificato, nel Seicento-Settecento era zona di aperta campagna e rigogliosi frutteti dove si andava per respirare aria buona! Mi piacerebbe scrivere dei post sull’argomento, ma ahimè il tempo è tiranno e la salute traballante, e questo mi ricorda che occorre lasciare la parola a Clementina per la conclusione del suo articolo.

***

E ora, ancor prima di raccontarvi le imprese di Guido Monzino, ultimo proprietario della villa, vorrei parlarvi delle sue origini. Sì, perché Monzino è il nome di una di una famiglia che ha conferito prestigio, non solo alla città di Milano, ma all’intero Paese.

Il grande leccio potato a ombrello che accoglie la scena
di “Casinò Royale” (2006), di Martin Campbell.

Francesco Monzino, detto Franco, padre di Guido, nel 1919 iniziò a lavorare per La Rinascente di Milano, diventando, nel 1920, condirettore generale. In questo passaggio venne sicuramente favorito dai rapporti di parentela con i proprietari: era infatti cognato di Ferdinando Borletti, marito di sua sorella Virginia. Borletti era colui il quale guidava il gruppo di imprenditori che, nel 1917, aveva rilevato l’impresa dei fratelli Bocconi, per poi ricostruirla e rilanciarla.

Una decina di anni più tardi a Franco Monzino venne affidato il compito di studiare a fondo l’organizzazione dei nuovi negozi che il gruppo La Rinascente stava creando sull’esempio della catena di vendita statunitense F.W. Woolworth & Co. Si trattava dei negozi della società Upi, poi divenuta Upim (Unico Prezzo Italiano Milano), nata nel 1928 e della quale Monzino assunse inizialmente la responsabilità per la parte tecnica.

Grazie a questa positiva esperienza Monzino maturò la decisione di staccarsi dal gruppo La Rinascente e di fondare una sua impresa di magazzini a prezzo unico.

Il 9 maggio 1931, infatti, sempre a Milano, egli creò la Standard Sams (Società Anonima Magazzini Standard). Soci ed azionisti, oltre a Francesco, erano il fratello Italo, la sorella Virginia e, con una quota minore, Tullio Astesani, industriale serico comasco, nonché suocero di Italo.

Il fratello Italo, oltre ad essere un imprenditore, era il filantropo che, nel 1981, decise di finanziare il progetto del Professore Cesare Bartorelli per la realizzazione di un centro di cura per le patologie cardiovascolari, conosciuto a tutti come Centro Cardiologico Monzino, un fiore all’occhiello nella ricerca, nella cura e nella prevenzione di una delle prime cause di malattia e mortalità in Italia e, senza dubbio, un grande orgoglio per i milanesi.

Particolare del platano a candelabro e la loggia sullo sfondo

Nella seconda metà degli anni Trenta il regime fascista obbligò Franco Monzino a mutare il nome «Standard» della società, a causa del suo suono troppo inglese. Dopo molte discussioni,
l’imprenditore decise a favore di un’italianizzazione della sigla originale, trasformandola in «Standa» (Società Anonima Tutti Articoli Nazionali dell’Arredamento e Abbigliamento), un nome che sicuramente tutti conosciamo.

La politica di regime causò anche in seguito serie difficoltà a questa famiglia che, alla fine della guerra, si ritrovò a stimare danni intorno ai 31 milioni di lire, oltre alla necessità di porre in chiusura molteplici filiali.

Nell’immediato dopoguerra, Monzino iniziò a lavorare per risanare la situazione e, nell’arco di pochi anni raggiunse dei risultati così positivi da destare ovunque ammirazione e stupore, avendo riportato in attivo ben 35 filiali operative e 2000 dipendenti. Quasi a suggello della sua attività, nel 1953 venne nominato cavaliere del lavoro. Pochi giorni dopo, il 21 giugno 1953, morì nella sua abitazione milanese. Fedele fino in fondo alla sua missione, fu sepolto, come richiesto nel testamento, nel cimitero di Musocco accanto agli operai e agli impiegati della sua impresa (un gesto completamente in controtendenza, data l’abitudine delle grandi famiglie, della cultura e dell’imprenditoria milanese, a designare il cimitero Monumentale quale ultima dimora.).

Una delle teche contenenti parte della collezione
di artefatti di epoca Ming di Guido Monzino

Arriviamo, quindi, a parlare di Guido Monzino.

Guido era figlio di Franco e di Matilde Alì d’Andrea-Peirce. Nacque il 2 marzo 1928 e trascorse l’infanzia sul lago di Como, a Moltrasio. Dopo aver concluso gli studi classici iniziò a lavorare alla Standa, diventandone presto direttore generale e restandovi fino al 1966, quando il gruppo venne ceduto alla Montedison.

Nei primi anni Cinquanta, però, avvenne qualcosa che cambiò radicalmente il corso della sua vita: si innamorò della montagna. Tutto avvenne in fretta e un po' per gioco. Accettò la scommessa di scalare il Cervino, senza preparazione alcuna, accompagnato da Achille Compagnoni, che aveva appena conquistato il K2. Affascinato dal gusto per la sfida, da quel momento in poi, si spinse in ogni parte del mondo: dall’Himalaya all’Africa, dalla Groenlandia alle Ande. Nel corso delle sue 21 spedizioni Guido Monzino posò la bandiera italiana sulle cime più alte, dove non era mai giunta.

Nel 1971 raggiunse il Polo Nord, raccogliendo il testimone di un altro grande esploratore: il Duca degli Abruzzi, Luigi Amedeo di Savoia, che nel 1900 aveva toccato l’86° parallelo.
Quella guidata da Monzino fu la prima spedizione a essere giunta al 90° parallelo con le tradizionali slitte degli inuit guidate dai cani: una marcia faticosissima di 71 giorni, un cammino sul pack durante il quale Monzino sfidò e vinse temperature rigidissime e difficoltà di ogni tipo.

Nel 1973 puntò a un nuovo ambizioso traguardo, l’Everest: fu a capo della prima ascensione italiana sul Tetto del Mondo. Monzino organizzò una spedizione imponente che con successo raggiunse la vetta.

La loggia e gli elaborati giardini terrazzati di Villa del Balbianello

Un anno dopo realizzò un altro grande sogno, ovvero acquistare la villa di cui si era innamorato sin da ragazzo: Villa del Balbianello.

Il grande esploratore la restaurò con cura e vi trasferì i cimeli dei suoi viaggi.

Guido Monzino morì l’11 ottobre 1988, a sessant’anni e venne sepolto a Villa del Balbianello, come aveva tanto desiderato, ossia nel luogo che tanto amava e che, dal 1974, era diventato il suo rifugio.

Invito tutti a visitare questa splendida dimora: sarà un’esperienza indimenticabile, è una promessa!

Come raggiungere Villa del Balbianello:

Percorrere l’Autostrada Milano-Como e prendere l’Ultima uscita per l’Italia/Lago di Como. Proseguire dritto verso Como Centro e, alla rotonda, prendere la 3a uscita in direzione Menaggio, avanzando fino a Lenno. Qui, continuando lungo la strada che fiancheggia il lago, si arriva all’incrocio con Via degli Artigiani (è visibile la segnaletica per Villa Balbianello). Girare quindi a destra e raggiungere Via Comoedia. Proseguire fino all’altezza del civico 12 dove si trova un ampio parcheggio. Camminando per un centinaio di metri si giunge al bivio: la strada a sinistra conduce al porto, dove è possibile noleggiare un taxi boat che attracca al porticciolo di Villa Balbianello; la strada a destra, invece, accede al percorso pedonale che attraversa il parco della villa. Quest’ultimo è un tragitto semplice, solo leggermente in salita, che si protrae per circa un chilometro ed è percorribile in 20/30 minuti.

***


Un abbraccio a tutti e a presto con altri luoghi bellissimi che non vi deluderanno e... naturalmente con la serie sui Tarocchi! ^__^


Clementina Daniela Sanguanini


ICONOGRAFIA:


PS: tutte le foto presenti in questo post sono frutto dei miei scatti personali e ve lo dico con la speranza di essere riuscita a catturare almeno un pochino della folgorante bellezza di questo luogo di delizie per mostrarvelo al meglio.


BIBLIOGRAFIA:

Villa Balbianello: https://www.fondoambiente.it/luoghi/villa-del-balbianello

Villa Balbianello: Le province di Como e Lecco, Il lago, le ville, i parchi, Bellagio, Menaggio, Varenna, Guide d’Italia, Touring Club Italia editore, 2003

Franco Monzino: http://www.treccani.it/enciclopedia/francesco-emanuele-monzino_%28Dizionario-Biografico%29/

Italo Monzino, Centro cardiologico Monzino: http://www.fondazioneieoccm.it/fondazione/ricerca/centro-cardiologico-monzino/

Guido Monzino: http://www.treccani.it/enciclopedia/guido-monzino_(Dizionario-Biografico)/ 

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QUALCOSA DI ME

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Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Ho studiato lingue straniere al liceo, e mi sono laureata in Storia con 110/110 e lode. Lavoro come redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. In ambito storico ho scritto e pubblicato sei romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ho in cantiere una serie di romanzi ambientati nel Medioevo, e un altro nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

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Clementina Daniela Sanguanini, nata anche lei a Milano nel 1963. Nella sua professione si occupa di inchieste sociali e ricerche di mercato, con specializzazione in progetti di ricerche motivazionali. La appassiona tutto ciò che concerne l’arte, la storia, la letteratura, il teatro, i viaggi, la musica e il cinema. Ha scritto un romanzo giallo, "Niente Panico", edito da Montecovello Editore. I suoi articoli pubblicati nel blog si trovano ne "L'angolo di Cle".

IL MIO ULTIMO LAVORO

Il Fuoco di Prometeo

Parigi, 1790. Alla vigilia delle nozze di Camille, Maximilien Robespierre incontra la futura sposa dell’amico e vorrebbe impedire il matrimonio. Ma accade l’impensabile e i sentimenti dell’Incorruttibile cambiano in maniera radicale. Si scatena dunque tra i due uomini una lotta feroce, riflesso della violenza crescente di una Francia sconvolta dalla rivoluzione. Tra insurrezioni di popolo, rivolte interne, guerre contro le potenze europee, i maggiori leader politici – Robespierre, Danton, Marat, Saint-Just – cercano disperatamente di arginare il caos ed evitare che la nazione sprofondi nella guerra civile. Tuttavia, nel groviglio avvelenato delle loro esistenze, gli enigmi del passato continuano a ripresentarsi, e pretendono a gran voce di essere risolti. Perché Robespierre continua a sognare un cavaliere templare di nome Jacques? Emerge così un’incredibile “storia altra”, dove nessuno è come appare e dove la verità andrà oltre ogni possibile immaginazione.

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