"La Storia siamo noi": blog di storia, letteratura e arte

FRAMMENTO DELL'ARA PACIS

Altare del 9 a.C. Museo del Louvre - Parigi

MADONNA E SANTI NEL GIARDINO DEL PARADISO

Maestro dell'Alto Reno. Tecnica mista su tavola, 1410.

LA BATTAGLIA DI SAN ROMANO

Paolo Uccello. Tecnica mista su tavola, 1438.

And when did you last see your father?

William Frederick Yeames. Olio su tela, 1878.

KENTUCKY FLOOD

Margaret Bourke-White. The American Way of Life, 1937.

sabato 23 ottobre 2021

Galleria di grandi donne: Sibilla Aleramo / 9 - seconda parte


Rieccomi con la seconda e ultima parte della vita e delle opere della scrittrice, poetessa e giornalista Sibilla Aleramo, che ho riordinato e corretto in quanto frutto di appunti di una serie di conferenze tenute dalla dottoressa Vittoria Palazzo, e integrato con alcune parti mancanti. Se avete perso la prima parte, potete comunque rintracciarla qui

Ci eravamo lasciati con la pubblicazione del suo libro autobiografico più famoso, “Una donna” uscito nel 1906: uno spaccato drammatico della condizione femminile tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, che ha molto da dirci anche ai giorni nostri. L’autrice ci narra la scelta disperata di lasciare il figlio nell’impossibilità di proseguire con una vita di abusi, percosse e umiliazioni che la porterebbe inevitabilmente ad acuire la sua depressione e, forse, a portare a buon fine un suicidio già tentato.

Per quasi dieci anni dopo la pubblicazione del libro, però, Sibilla non scrive più perché impegnata in attività sociali per lei ancora più importanti della scrittura. Ricordo che l’autrice si trova a Roma all’epoca. La sua giovinezza e la sua forza la portano nell’azione diretta; più tardi si dedicherà ancora allo scrivere. Si occupa anche dei poveri che vivono al Testaccio.


Nuove città e molteplici amori

Sono anni molto intensi per Sibilla, fatti anche di trasferimenti in nuove città. Si sposta infatti a Firenze, dove è ospite di una famiglia francese, i Louchères; poi va a Parigi, dove entra in contatto con tutto il mondo letterario che orbita intorno alla famosa rivista “Mercure de France” (dove scrive il poeta Apollinaire). Incontra, prima di andare a Parigi, Cardarelli, e nasce una breve storia d’amore molto difficile. Qualcuno disse che Sibilla Aleramo lo aveva rovinato. Collabora alla “Voce”, rivista fiorentina dove scrivono Prezzolini, Papini, Slataper, Soffici, Amendola.

L’Italia ha uno slancio letterario notevolissimo, che purtroppo la prima guerra mondiale interrompe. Il periodo è caratterizzato anche dal movimento futurista, a cui Sibilla aderisce dal punto di vista artistico, ma che non segue più quando diventa interventista. Fra i pittori futuristi c’è il famosissimo Boccioni, il quale si innamora di Sibilla, che lo ricambia. Dopo poco però lui la respinge e Sibilla soffre in modo straziante. Lo scultore Rodin la consola spiegandole come sia assurdo non apprezzare più la propria vita quando un altro essere non ti corrisponde.

L’episodio di Boccioni segna profondamente Sibilla (che ha avuto molti, brevissimi amori, che le hanno immeritatamente aggiudicato la fama di novella Messalina). Queste angosce sentimentali sono causate dalla ricerca di un compagno che sia per tutta la vita, non l’amore occasionale, la passione travolgente fine a se stessa che non incide sull’anima. Lei sa vivere apertamente con sincerità d’animo i suoi sentimenti; nonostante i suoi studi, le meditazioni e i contatti con altre scrittrici, vivrà per affermare “l’arte suprema, la magia vera è l’amore”.


L'amore totale

Vuole l’amore totale, compreso come intelligenza, sentimento e rapporto emotivo-carnale: la completezza. Ogni volta dunque si illude di aver trovato la persona giusta (Giovanni Papini, Dino Campana, Salvatore Quasimodo, Giulio Parise). L’ultimo dei suoi legami sentimentali dura dieci anni ed è Franco Mattagotta, un poeta di venti anni, mentre Sibilla ne ha sessanta.

Questo desiderio di dedizione totale deriva anche dallo strazio maggiore della sua vita: la mancanza del figlio. Anche nelle sue opere molti critici illuminati hanno ritrovato un eccesso d’amore che è amore materno, il bisogno di circondare di protezione l’essere amato. Contemporaneamente vi è la volontà che porta la sua intelligenza a confrontarsi con un’intelligenza altrettanto alta, e l’impossibilità di accettare un rapporto non completo. Questo suo desiderio fortissimo di trovare l’alter ego, questa speranza di poter raggiungere l’armonia raddoppiata con la persona che ama, non la lascerà mai. L’amore, per Sibilla, non è qualcosa che astrae dal mondo e rende egoisti. Se un incontro simile potesse accadere, si è pronti in due, si esprime raddoppiata la propria luce. Nel libro “Io amo, dunque sono” esprime questa speranza, come pure nelle poesie tratte da “Selva d’amore” del 1912-1914.
 


A letto: il bacio di Henri de Toulouse-Lautrec (1892-93)
Collezione privata 


Le poesie

Nelle poesie di Sibilla Aleramo, composte durante tutta la vita, occorre notare la semplicità del linguaggio, lo stile limpido. Il linguaggio è diretto, privo di qualsiasi arzigogolo letterario, perché non ha fatto degli studi che l’avevano influenzata e perché questo sarebbe stato del tutto contrario al suo carattere. Non sono le persone che devono arrivare al poeta, ma è colui che, ricevuto un dono, lo deve portare a tutti, senza usare una forma presuntuosa oppure ostile. Eccovi qualche esempio.


Son tanto brava

Son tanto brava lungo il giorno
comprendo, accetto, non piango,
quasi imparo ad avere orgoglio,
quasi fossi un uomo,
ma al primo brivido
di viola in cielo,
ogni sostegno dispare.
Tu mi sospiri lontano,
sera, sera dolce e mia.
Sembrami d’avere fra le mani
La stanchezza di tutta la terra.
Non sono più altro che sguardo,
sguardo perduto e vano.

Da Momenti (Bemporad R. & Figlio 1921)




Ritmo

Ritrovata adolescenza,
gioia del colore,
occhi verdi di sole sul greto,
scheggiato turchese immenso de l’onde,
biondezza di cirri e di rupi,
rosea gioia di tetti,
colore, ritmo,
come una bianconera rondine
l’anima ti solca.

Tutte le poesie, Milano, Mondadori, 2004




L’azzurro

L’azzurro striato
di bianche farfalle e
di bianche vele
anche oggi si dilata
su terre d’oro e di verde.
L’amore dilata
il suo azzurro
attorno a dolci isole,
a vele arcaiche,
ride, incandescente,
senz’onda, come il vento,
come l’onda, come il canto
percorso di brividi, sorride.



Vita e arte coincidono

Per Sibilla Aleramo la vita deve coincidere con l’arte, e questa è anche una scelta di stile. Le varie tematiche letterarie per lei sono una sola cosa: la vita. Si può fare della propria vita la letteratura, come si può fare della propria letteratura la vita. Se l’autore dedica tutto se stesso a diventare famoso, trascurando tutto il resto, significa che ha fatto della letteratura la sua vita; oppure se l’autore si mette in posa, perché qualsiasi cosa dica o faccia deve sembrare “scrivibile”, significa che fa della sua vita una letteratura.

Fare arte e vita insieme significa essere sempre sinceri e avere il coraggio di raccontarsi, quindi mettersi perennemente a servizio degli altri, riuscendo da una parte a essere umili e dall’altra a essere orgogliosissimi, in modo quasi dannunziano. Per Sibilla questo è essenziale, data la sua situazione di donna sola e spesso mal giudicata per via di comportamenti giudicati scandalosi. Si tratta di uno stile (arte=vita) che viene seguito anche dalle altre scrittrici, un’innovazione che risale al momento storico e sociale del primo tentativo della donna di parlare. Solo con il Novecento le donne hanno avuto il diritto, contestato, alla parola, non sempre bene usata.

Una lunga vita, mia breve arte; in questa stanza d’albergo dove l’ininterrotto rumore dell’arteria cittadina sale a picchiarmi il cervello, che mi pare trasformato anch’esso in cosa di metallo e pietra, penso stamane ad altre stanze consimili, ad altre uguali, infernali baccani, in giorni pure d’estate, lontani; le stesse valigie, con qualche etichetta di meno, posavano su identici sgabelli. Mi tornano alla mente in specie le città settentrionali, forse per la medesima qualità della luce attraverso il merletto delle tende: Torino, Bologna, i giorni che aspettavo, sola, di poter andare a Londra a raggiungere Endimione, che amavo. I giorni, due anni dopo, che aspettavo, sola, se il dramma da me scritto in morte di Endimione sarebbe stato accettato da un grande attore.

L’autrice si riferisce qui alla sua relazione con l’atleta e spadista napoletano Tullio Giovanni Bozza di Napoli, che morirà nel 1922 di tisi a soli trentun anni. Sibilla Aleramo comporrà poi la tragedia “Endimione”, lo stesso nome attribuito al suo giovane amante. Endimione è un personaggio mitologico, un pastore amato dalla dea Selene che, innamoratasi del giovane addormentato, gli avrebbe dato un sonno eterno per poter scendere su di lui e baciarlo. La tragedia, dedicata a D’Annunzio, riscuote successo nella rappresentazione parigina, ma non in quella torinese, dove al teatro Carignano viene fischiata.


La relazione con Dino Campana

Durante la prima guerra mondiale, e prima della relazione con “Endimione”, però, Sibilla conosce Dino Campana. Il poeta non è al fronte, ufficialmente in cura a causa di una nefrite, ma in realtà perché già era stata diagnosticata la malattia mentale quando era stato in cura nell'ospedale di Marradi nell'estate del 1915. I due sono molto diversi: lei mondana e frequentatrice di salotti, lui schivo e appartato. Il rapporto è assai tormentato, brutale, appassionato e ambivalente. Sibilla Aleramo lo porta anche da un noto psichiatra dell'epoca, il professor Ernesto Tanzi. Anche se non sappiamo quale fu il responso dello psichiatra, quella visita segna la fine del rapporto.

La tribolata storia d’amore tra i due è magnificamente resa nel film “Un viaggio chiamato amore” di Michele Placido del 2002, soprattutto attraverso le loro lettere. Vi sono scene di grande intensità erotica, ma anche di brutalità estrema e violenza. La poetessa è interpretata da Laura Morante, mentre Dino Campana è interpretato da Stefano Accorsi. Se non lo avete visto, ve lo consiglio! Ho trovato qui un trailer che potete visionare per farvi un’idea.


Un’anima inquieta e ribelle

Sibilla è infatti un’errabonda e un’irrequieta, non solo per il suo temperamento e per angoscia personale, ma per un anelito alla ricerca. Ha continuamente bisogno di incontrare, di conoscere, è interessata alla vita. Vuole essere diversa e lo è: ecco quel tanto di esibizionismo che considera in modo positivo. Il dovere per Sibilla è essere se stessa e non mentire: per dominare le proprie passioni avrebbe dovuto mentire. Chi come lei non vuole essere ipocrita o falso, non vuole arrendersi alla vita, non vuole ferire, non vuole morire, patisce in continuazione e un giorno di felicità è lo strazio per anni.

Nei suoi scritti Sibilla dà la prova anche di uno slancio incredibile verso Dio. Molti critici hanno voluto vedere nell’anelito di Sibilla Aleramo all’amore una trasformazione di quello che è l’anelito verso il divino: per lei l’amore era l’unico mezzo per arrivare a Dio. L’amore è universale, ma parte dai due, ed è il primo mezzo sulla terra per superare la negatività e giungere a quella pienezza che permette la trasfigurazione in Dio. Secondo Sibilla, l’unico modo per arrivare alla trascendenza è passare attraverso l’amore, ma anche attraverso lo sbaglio, la sofferenza pagata, la povertà, tutte le lapidazioni che una società può scagliare contro chi ha il coraggio di comportarsi in maniera non anticonformista.

Tutta la vita sono stata la refrattaria, la ribelle, oh, ma inerme anima mia, che hai ali, ma non armi, scrissi una volta. La società non mi perdona proprio questo: non mi perdona l’aver io, sola ed indifesa, io, donna, e così condanni implicitamente, se anche in silenzio, il suo modo di essere, le sue corazze, i suoi pugnali, i suoi veleni. Non mi perdona: e si vendica, ed è logico. Cioè, crede di vendicarsi, forte del suo oro, dei suoi statuti, della sua infinita viltà. Se io pervengo, tuttavia, a strapparle qualcosa, gli è che mi contento sempre del minimo sufficiente a salvarmi, a salvare entro di me ciò che gli altri non hanno. E la creatura selvaggia che io sono, quella che si è conservata intatta, malgrado abbia dovuto tante volte discendere alla pianura brulicante e miasmatica, la creatura di libertà e d’altezza, in certi giorni, come oggi, ride, ride, ride; un’ora fa era triste, ora ride, nell’imminenza della lotta, grottesca lotta, per avere un poco di materia da trasformare in essenza. Essenza armoniosa, odorosa, da donare a tutti.

Gli ultimi anni

Quando Sibilla si rende conto che l’amore di un uomo non è sufficiente a colmare l’anelito della sua anima, sa trasferire la sua energia in attività di impronta sociale. Non ha mai preso posizioni politiche precise, nemmeno quando si è iscritta al Partito Comunista; ma quando si tratta di partecipare a iniziative in favore degli oppressi, lei c’è. Quando le danno nel 1933 un sussidio di 1000 lire al mese, è costretta a iscriversi all’Associazione Nazionale Fascista delle Donne Scrittrici e Artiste. In quel periodo Sibilla scrive, va nelle scuole, fa conferenze, sempre portando le sue poesie.

Della seconda guerra mondiale offre delle sensazioni private nel suo diario, e anche descrizioni attentissime, come la descrizione del presunto arrivo degli alleati a Roma, dei bombardamenti, della coda per la tessera. Grazie a Togliatti e ai suoi aiuti non muore di fame.

Muore a Roma a ottantatré anni nel 1960, dopo una lunga malattia. Gli ultimi anni della propria vita sono documentati dalle sue lettere pubblicate in "Lettere ad Elio", il poeta Elio Fiore. È sepolta presso il Cimitero del Verano di Roma.
 
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Nella speranza che questa breve carrellata impressionistica su Sibilla Aleramo vi abbia invogliato a leggere il suo libro e ad approfondire la sua figura, concludo con una poesia che mi piace molto tratta da “Momenti” del 1920:

Sul mare tanto azzurro che par bianco,
che par questo mio bianco stellato vestito,
tu viaggi verso l'isola, viaggi verso me,
giungerai che ancor non sarà sera,
o fiore, o colore, o ardore,
sul mare ancor tutto soave mi protenderò,
e t'avrò fra le braccia
che crederai proseguire con la dolce nave
ancora ancora in eternità d'azzurro.

Come sempre sono graditi i vostri commenti e le vostre impressioni! :)
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sabato 16 ottobre 2021

Galleria di grandi donne: Sibilla Aleramo / 9 - prima parte


Un incontro del buon tempo andato. Molti anni fa assistetti a una serie di conferenze della dottoressa Vittoria Palazzo dal titolo “Dramma e speranza nella letteratura femminile del ventesimo secolo”, insieme con un’amica. La relatrice era appassionata conoscitrice e direi pure profondamente innamorata delle scrittrici che andò a presentare, e trasmise tutta la sua emozione all’auditorio. Furono incontri illuminanti, poiché non conoscevo per esempio Sibilla Aleramo, Virginia Woolf, Katherine Mansfield o Gabriela Mistral. Lessi le opere di queste scrittrici, in special modo di Virginia Woolf che divenne un vero punto di riferimento. L’impatto di queste conferenze fu fondamentale per la mia formazione come essere umano e come scrittrice, se posso usare espressioni così impegnative: ero già inserita nel mondo del lavoro, ma ero molto giovane e la mia personalità era apertissima, avida di letture e di conoscenze.

 Ho ritrovato gli appunti di questi convegni, che all’epoca prendevo in stenografia, per poi riportarli in bella copia; e li ho riletti con vero piacere. Così ho pensato di proporvi gli appunti di queste conferenze, partendo da Sibilla Aleramo. Li ho rivisti a fondo, cercando di renderli meno discorsivi e più omogenei e di correggere date, nomi, eventi. Tra l’altro ho deciso di suddividere il post su Sibilla Aleramo in due parti per non renderlo troppo lungo. Mi scuso sin d’ora per eventuali imprecisioni ed errori, che vi prego di segnalarmi, perché non è facile lavorare su materiale così datato, e che pure avverto come attualissimo.

Infatti questi appunti, riemersi da un cassetto e ora pronti per essere riversato in un blog, ci testimoniano che dopo anni e anni le condizioni della donna in molte parti del mondo sono drammaticamente ancora uguali, se non peggiori, a quelle che si trovò a vivere Sibilla Aleramo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Per combinazione anche Antonella Mecenero aveva letto e recensito il libro più famoso di Sibilla Aleramo “Una donna” nell’ambito del suo circolo di lettura (qui il link). Questo dimostra che c’è ancora moltissimo da fare, e non bisogna mai smettere di parlarne e condividere le nostre opinioni con gli strumenti a nostra disposizione. Buona lettura!



Vita e opere di Sibilla Aleramo

Infanzia e adolescenza

Sibilla Aleramo è in realtà lo pseudonimo di Marta Felicina Faccio, detta “Rina”. Nasce il 12 agosto del 1876 ad Alessandria, in una famiglia composta da quattro figli, di cui lei è la maggiore; il padre è professore di scienze, la madre è casalinga. L’ambiente è quello della piccola borghesia connotato da un certo provincialismo, ma anche da attaccamento a precisi doveri, come il senso dell’onestà e della lealtà, la parola data e il coraggio di essere autosufficienti. Trascorre l’infanzia a Milano, ma smette di andare a scuola quando la famiglia va a vivere a Civitanova Marche, dove il marchese Sesto Ciccolini aveva offerto al padre la direzione della propria azienda industriale. L’adolescenza è comunque molto infelice: nel 1890 la madre, sofferente di depressione, tenta il suicidio gettandosi dal balcone di casa.


Immagine tratta dallo sceneggiato televisivo "Una donna", trasmesso alla Rai nel 1977,
e liberamente tratto dall'omonimo romanzo di Sibilla Aleramo.
 

La violenza e il matrimonio

Nel frattempo suo padre ha spinto Rina a impiegarsi come contabile nello stesso stabilimento dove lavora lui. Lì accade che un impiegato, un certo Ulderico Pierangeli, abusa di lei nell’ufficio del padre. A quindici anni, Sibilla è costretta a sposare il suo violentatore. Il matrimonio è ovviamente infelicissimo; nel 1895 nasce il figlio Walter. Nel 1896 anche Sibilla tenta il suicidio. Prigioniera di un matrimonio squallido in una cittadina dalla mentalità gretta, si aggrappa disperatamente al figlio e alla scrittura come ancore di salvezza.

La scrittura di articoli

A partire dal 1897 collabora a riviste letterarie (“La Gazzetta Letteraria”, “L’indipendente”, “Vita moderna”, “Vita Internazionale” di ispirazione socialista) firmandosi Rèseda oppure Nira. Si occupa di temi sociologici, pur non avendo contatti sociali, ma leggendo moltissimo in casa. La sua vita è fatta di letture, scritti e meditazioni. Conduce un’esistenza di tipo borghese, con una domestica che le allevia le fatiche di casa. All’epoca il dibattito sulla soggezione della donna, anche da un punto di vista legale e che si traduce nella disparità dei diritti, è al suo culmine. Già i primi movimenti di rivalutazione della donna sul lavoro sono sbocciati in Inghilterra, in Francia e in minima parte anche in Italia.

Sibilla intraprende una corrispondenza molto fruttuosa con Anna Kuliscioff (qui accanto in una splendida immagine), che aveva tenuto a Milano una conferenza sul monopolio dell’uomo. Sibilla scrive un articolo a proposito della proibizione delle donne di frequentare il circolo; viene incaricata di fondare una Lega delle Donne nelle Marche. Conosce e fa amicizia con Alessandrina Ravizza (qui il link al mio articolo per chi volesse approfondire anche questa straordinaria figura di donna), poi con Arrigo Levi Moreno, uno studioso che si occupa della questione femminile.

Attività letteraria e amicizie a Milano

Nel 1899 il marito viene licenziato da suo padre, che finalmente ha aperto gli occhi sul suo conto. Lasciano Porta Civitanova Marche e si trasferiscono a Milano, e il marito cerca di fare l’esportatore di frutta. A Milano si aprono gli orizzonti di Sibilla, benché esca pochissimo; la incaricano di dirigere la rivista “L’Italia Femminile”. Nella rivista apre una rubrica, intitolata “In salotto” dove discute di questioni politiche, culturali, sociali. È autodidatta e non lo ha mai nascosto: ecco il potere della lettura, della volontà, di un dono che è stato alimentato nel tempo. La sua penna suscita un certo scalpore e il suo nome inizia a circolare.

Dal 1901 fino al 1910 sono anni di grande fervore nel femminismo italiano, in cui le donne si battono per il suffragio universale, ancora negato a una parte dell’elettorato maschile. In questo periodo esce il famoso libro di John Stuart Mill “La soggezione delle donne” (1869) e “La donna e il socialismo” (1883) di August Bebel.

A Milano Sibilla conosce Giovanni Cena, poeta già molto affermato che scriveva sull”Illustrazione Italiana” e incaricato di dirigere “Nuova Antologia”. Conosce anche Ada Negri, agli antipodi rispetto al suo modo di viere. Conosce Treves, Turati, e Annamaria Mozzoni, riconosciuta ora come la prima italiana che si è battuta in senso positivo e serio per l’emancipazione femminile. Conosce anche Ersilia Majno, che aveva fondato “L’Unione Femminile”. Sibilla non si lascia abbattere dalla triste realtà di un matrimonio fallito, di un marito manesco. Cerca invece attraverso questa sua esperienza negativa di sollecitare altre donne, che subivano abusi analoghi, di trovare il suo stesso coraggio.

Di nuovo a Porto Civitanova

Nel 1900 il marito, che non riesce a mandare avanti la sua esportazione di frutta, obbliga la povera Sibilla a ritornare con lui a Porto Civitanova. Poco prima di lasciare Milano, lei fa in tempo a conoscere il filosofo Gaetano Meale, soprannominato Umano, e di cui fa un ritratto splendido nel diario. Viene aiutata da questa persona, piena di profondo spirito religioso, a superare alcune gravi crisi. Si lascia convincere però a tornare nelle Marche per amore del figlio. Il marito si ubriaca, pretende di abusare di lei, minaccia di toglierle il figlio e, con il pretesto che la madre di Sibilla, esaurita, era stata ricoverata nel manicomio di Macerata, sostiene che anche lei è pazza.


Un'altra immagine tratta dallo sceneggiato televisivo "Una donna"
con Giuliana De Sio nel ruolo della protagonista
e Biagio Pelligra in quello del marito.

 L’abbandono del figlio

Questa situazione porta la scrittrice a un passo gravissimo, da cui non si riprenderà mai più: lasciare il marito, ma di conseguenza anche il figlio. Lo rievoca nell’ultima pagina di “Una donna”, romanzo che pubblicherà nel 1906, e in alcune pagine di diario. In un monologo straziante chiede al figlio che dorme se preferisce avere una madre non più donna, ma una creatura che si trascina, sfiduciata di sé, non viva, e che pertanto disprezzerà, o se sarebbe stato capace di amarla, quando, vivendo, gli avrà dimostrato la dignità di essere persona. 

Ho voluto raffigurare questo momento con un'opera di Mary Cassatt ("Mother and Child" del 1890). Ma ecco l’ultima pagina tratta da “Una donna”:

Domani potrei anche morire... E l’ultimo spasimo di questa mia vita sarà stato quello di scrivere queste pagine.
Per lui.
Mio figlio, mio figlio! E suo padre forse lo crede felice! Egli arricchisce: gli darà balocchi, libri, precettori; lo circonderà di agi e di mollezze. Mio figlio mi dimenticherà o mi odierà.
Mi odii, ma non mi dimentichi!
E verrà educato al culto della legge, così utile a chi è potente: amerà l’autorità e la tranquillità e il benessere... Quante volta afferro il suo ritratto, in cui le fattezze infantili mi par che ora annunzino negli occhi il mio dolore, ora nell’arco delle labbra la durezza di suo padre! Ma egli è mio. Egli è mio, deve somigliarmi! Strapparlo, stringerlo, chiuderlo in me! ... E sparire io, perché fosse tutto me!
Un giorno avrà vent’anni. Partirà, allora, alla ventura, a cercare sua madre? O avrà già un’altra immagine femminile in cuore? Non sentirà allora che le mie braccia si tenderanno a lui nella lontananza, e che lo chiamerò, lo chiamerò per nome?
E io forse non sarò più... Non potrò più raccontargli la mia vita, la storia della mia anima... e dirgli che l’ho atteso per tanto tempo!
Ed è per questo che scrissi. Le mie parole lo raggiungeranno.


La svolta a Roma

Nel 1902 va a Roma dove ha degli amici. Ritrova Giovanni Cena, e va a vivere con lui per sette anni. Con Cena inizia la sua maggiore e migliore attività sociale, occupandosi degli emarginati, chiamati “guitti”, che venivano dal Lazio, dalla Campania e Calabria, e che erano analfabeti, malati di malaria, e venivano ferocemente sfruttati dai proprietari terrieri. Per anni Sibilla, con Cena o con i coniugi Celli, ha profuso le migliori energie della sua giovinezza in quest’attività, aprendo anche delle scuole gratuite.

Giovanni Cena la sollecita a scrivere la storia della sua vita, che pubblicherà poi nel 1906 col titolo “Una donna” con lo pseudonimo di Sibilla Aleràmo, che trae il cognome dalla poesia di Carducci “Piemonte”.
“Nel 1910 io lasciai Giovanni Cena. Il nostro legame si era allentato da oltre un anno, ma nessuno dei due aveva mai creduto che si sarebbe veramente spezzato. Era qualcosa di molto più grave di un matrimonio, per noi; l’avevamo ritenuto sin dal principio intangibile. Cena aveva anche detto una volta: ‘Sento che è per sempre’ e se io gli avevo messo, pronta, la mano davanti alla bocca, era stato soltanto per scaramanzia, non perché non avessi la medesima, abbagliante convinzione. Senza promesse e tantomeno giuramenti. La gravità e, diciamo pure, santità di quell’unione derivava principalmente dal fatto della sua inverosimiglianza. Cena, con la sua statura da gnomo, le spalle curve, il grosso naso camuso, le grosse labbra fra peli ispidi e neri, come poteva avermi innamorata? Si chiedevano quanti mi vedevano vicino a lui, rosa, chiara e quasi trasparente. Un’apparizione angelica, dicevano tutti. Nei primi tempi, alcuni conoscenti di Cena avevano persino creduto ch’io fossi una sua discepola, diciottenne, ed erano rimasti trasecolati sentendo ch’ero divisa da un marito odioso, il quale teneva in ostaggio il mio figlioletto di sette anni.”

Fino alla morte del marito, avvenuta 35 anni dopo, Sibilla Aleramo non potrà più rivedere suo figlio; e non c’era legge a quell’epoca che concedesse a una donna, almeno una volta l’anno, di avere il figlio con sé.
“Tanto passato e l’angoscia ancor presente lasciavano pura la mia fronte come di giovinezza, mettevano solo una tinta di malinconia in fondo al mio sguardo. Ma Cena, che aveva saputo la tragedia della mia vita sin da quando eravamo soltanto amici, mi aveva amato proprio perché essa poteva, così miracolosamente, comporsi in armonia sulla mia persona. Egli, deforme, aspirava alla conquista della bellezza, vi aspirava con i suoi versi come una dolorosa rivalsa alle sconfitte dell’amore. Altre donne l’avevano acceso e poi schernito. Dimostrava più di cinquant’anni: s’era rassegnato. Alla vigilia d’incontrarmi si era volto interamente alla poesia; se egli credesse veramente alla consistenza del proprio mondo lirico o alla sopravvivenza della sua opera, lo ignoro ancora oggi, ma certo attraverso la mia dedizione appassionata egli sperò, finché gli fui accanto, di raggiungere quell’ineffabile che mancava alle sue composizioni, l’aura magica di un Petrarca o di un Leopardi.”


“Una donna”, 1906

È ormai diventata famosa perché è uscito “Una donna”. Il libro viene tradotto in varie parti d’Europa, e tutti se ne impadroniscono elogiandolo a dismisura: è considerato uno dei primi libri del “femminismo” italiano, e ancora appartiene al mondo che ci circonda. 

Nella splendida prefazione di Maria Antonietta Macciocchi apposta all’edizione Feltrinelli in mio possesso, ci spiega di essere partita nella lettura con un senso di fastidio per il linguaggio ottocentesco, a tratti enfatico e sicuramente sentimentale, e di essere approdata al sentimento opposto (rabbia, coinvolgimento, senso di rivolta) per l'attualità del problema: “Così non il libro appartiene al passato, ma il mondo che ci circonda, questo mondo squassato dal ‘perbenismo’ piccolo-borghese e borghese, dove la ‘morale ufficiale’, anche per tanta parte delle forze rivoluzionarie e di sinistra, sta nell’ambigua formula della donna+famiglia, +educazione dei figli, + parità sul posto di lavoro, e nella famiglia.” “E con qual brutalità irradiante forza, viene messo a nudo il nodo viperino dei rapporti tra uomo e donna dietro il segreto della porta familiare, dietro il nome di famiglia inciso sulla targa di lucido ottone.”

L’autrice di "Una donna" pare infatti destinata a ricalcare le stesse orme della madre, in una catena infinita che lega ogni donna, prigioniera com'è di un matrimonio riparatore di una violenza che ha subito, della gelosia e delle percosse del marito, e che scivola sempre più nella depressione e nella follia. Sibilla Aleramo spezza questa catena, ma al prezzo altissimo di rinunciare al figlio che costituisce l’ostaggio del potere genitoriale maschile. Una scelta che, ancora oggi, molte donne non compiono perché troppo dolorosa...

(segue)

***

E voi conoscevate la storia di Sibilla Aleramo e quella del movimento femminista di fine Ottocento e inizio Novecento?


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martedì 5 ottobre 2021

Una casa per 300 orfanelli

Foto: Pixabay


Torno a parlarvi di libri e letture con immenso piacere, scegliendo un titolo un po’ strano, a metà tra un romanzo vittoriano e un giallo di Agata Christie. Voglio infatti condividere con voi la mia felicità per un’impresa non facile, ma portata a buon fine!

Quanti sono i miei libri? 

In casa mia ci sono qualcosa come milleottocento libri cartacei, una cifra approssimata per difetto. La maggior parte (due terzi) appartiene alla narrativa, quindi si tratta romanzi, raccolte di racconti, sillogi poetiche, alcuni testi teatrali; la rimanenza sono saggi oppure libri d’arte, testi in inglese, dizionari. Non dico di averli letti tutti, e soprattutto i libri d’arte li ho soltanto sfogliati o letti in parte. Vi sono libri ovunque: nel mio studio, in sala, persino in camera da letto matrimoniale e di mio figlio, che si è visto assegnare d’ufficio la sezione con i romanzi di fantascienza e fantasy, e che ha brontolato parecchio per l’invasione dei suoi sacri spazi. Per qualche tempo ho persino accarezzato l’idea di montare degli scaffali nel corridoio restringendo però di molto il passaggio.

La collezione di Giuseppe Pontiggia

A più riprese mi è venuta in mente l’immensa collezione dello scrittore Giuseppe Pontiggia. Si trattava di ben trentaseimila volumi che riempivano ogni spazio utile di casa sua con testi antichi, opere di pregio, dizionari, saggi ed enciclopedie, libri scolastici, romanzi. Li aveva disposti ovunque, persino in bagno, trasformando la sua casa in un’immensa tana di carta. Oggi sono conservati presso la biblioteca nazionale Braidense alla sede di Vigevano. Nel 2005 infatti la Fondazione BEIC (Biblioteca Europea di Informazione e Cultura) ha acquistato il Fondo dello scrittore e saggista evitando che finisse all'estero.

Per questo scrittore com’è ovvio si è trattato di un enorme investimento in termini economici e di spazio, ma che difendeva con queste parole, che traggo dal sito della BEIC: “Che bisogno hai di tanti libri intorno? Quando ti servono non puoi consultarli altrove?" “Ma per chi abita al mare non importa starsene chiuso in casa: sente che il mare è lí e che se vuole può entrarci dentro». Un vero e proprio oceano di libri, in cui tuffarsi a piacimento.” Insomma, un po’ come il deposito di zio Paperone dove vi si tuffa con voluttà. Non sono arrivata ai livelli di Pontiggia, che aveva anche edizioni rare, ma so di avere una collezione di tutto rispetto.

I libri sono come le ciliegie 

A un certo punto, però, mi sono accorta con sgomento che avevo qualcosa come 300 libri da leggere. A mia parziale giustificazione devo dire che non li avevo comprati tutti, ma mi erano arrivati causa svuotamenti di case di parenti defunti oppure da persone in fase di trasloco che non potevano portarli con sé. Oppure ho voluto accoglierli in casa perché si minacciava di buttarli via o di stiparli in cantine maleodoranti dove la carta avrebbe assunto il caratteristico odore di muffa che nessuno può più togliere. Se c’è una cosa che mi dispiace è annusare o maneggiare libri puzzolenti e dunque rovinati: ho una biografia di Antoine de Saint-Just edizioni dall’Oglio che mi serviva per scrivere il mio romanzo “I Serpenti e la Fenice”, acquistata su ebay perché del tutto fuori catalogo e che, nonostante un sacchetto di contenimento con deodoranti potentissimi, a distanza di tempo ancora olezza in modo sgradevolissimo.

Ora, secondo me si è sparsa la voce tra questi libri-senzatetto che c’era un posto dove sarebbero stati ricoverati, perché continuavano a piombarmi in casa sacchi e sacchi di questi libri, provenienti dai posti più svariati, così dovevo fare continuamente spazio per sistemarli. Da una parte ero contenta perché assicuravo loro un posto all’asciutto, d’altro canto casa mia si è ingolfata di questi volumi, collocati su scaffali separati, oppure inseriti tra gli altri a seconda dell’edizione. Continuavo a scrivere elenchi su elenchi, barrando quelli che riuscivo a leggere, ma a un certo punto ho perso completamente il controllo e questi libri extra hanno vissuto allegramente e in preda all’anarchia bakuniniana e azzuffandosi con gli altri libri veterani, oppure nascondendosi in anfratti tutti loro o in doppie o triple file.


Biblioteca di Praga. Foto: Pixabay.

 
Il metodo della signora Marie Kondo

Qualche tempo fa ebbe molto successo una signora giapponese che proponeva una serie di tecniche su come sbarazzarsi del superfluo in casa, svuotando armadi, cassetti, bauli, cantine, soffitti, e chi più ne ha più ne metta, per arrivare a una casa ordinata e felice con pochi oggetti davvero essenziali. Il suo libro si chiama “The Life-Changing Magic of Tidying Up: The Japanese Art of Decluttering and Organizing”, edito in Italia con il titolo “Il magico potere del riordino: Il metodo giapponese che trasforma i vostri spazi e la vostra vita”. Condivido molte delle affermazioni esposte in alcuni articoli e video.

Per quanto riguarda i libri, Marie Kondo asserisce che bisognerebbe tenerne soltanto trenta, cioè quelli che ci hanno cambiato la vita e sono davvero importanti per noi. Ed ecco il punto che ha sollevato un vero putiferio, a parte il fatto dell’opinabilità di questa cifra (30): la sua proposta è quella di strappare le pagine più significative di altri libri che vorremmo tenere. Alla sola idea di mutilare in questo modo un libro, la mia testa ha cominciato a girare a 360° come la bambina ne “L’Esorcista” e la mia bocca a sputare chiodi e altri oggetti appuntiti . “Giammai! Prima di mutilare un libro in questo modo dovranno passare sul mio cadavere. Piuttosto me li tengo per sempre,” ho urlato in preda all'indignazione.

In effetti un conto è sbarazzarsi dell’oggetto che giace nel tuo armadio da tempo immemorabile, come un soprammobile, un vestito o altro, e non ti ricordi nemmeno più di avere, un altro è strappare le pagine di un libro con cui hai una relazione più o meno empatica. Un'azione del genere secondo me porta sfortuna, come rompere uno specchio. Non è un oggetto qualsiasi, anzi secondo me non si può neanche classificare come tale. E come fai scegliere le pagine su cui operare cotanto scempio? Metti il caso che tu strappi trenta pagine da “Il rosso e il nero” di Stendhal, poi butti nel cassone della carta i miseri resti, e dopo una settimana ti viene voglia di rileggere un altro passaggio. E poi un libro ridotto così non serve proprio a nessuno, né a me né a un potenziale altro lettore. Molto meglio operare una selezione e donare i libri alle biblioteche povere, alle case di riposo, alle scuole, alle carceri!


Biblioteca del Trinity College, Dublino. Foto: Pixabay.


Operare una selezione

Appena dopo il periodo del lockdown ho dunque cominciato a fare ordine in casa tra i miei libri, oltre che in vari altri reparti, cosa che mi frullava per la mente indipendentemente dai suggerimenti della signora Kondo. Ero spaventata dai 300 libri da leggere, come vi ho detto, perché ero sicura di due cose: in primo luogo, che non avrei mai avuto il tempo per leggerli tutti, dovendo dare delle priorità ad altri testi (per esempio a quelli universitari, che in questi anni hanno avuto la priorità assoluta). Diciamo che tenendo una media di una quarantina soltanto di questi libri l’anno (più altri dieci), ci avrei messo 7,5 anni per terminarli. In second’ordine, che non tutti questi libri mi interessavano davvero, ma forse avrebbero potuto interessare altri lettori: per esempio avevo salvato alcune opere di Bukowski, ma non è che sia andata proprio a cercarle con il lanternino. Ho quindi passato in rassegna tutti questi libri extra, arrivando a selezionarne 300, e forse anche di più. Ma a chi darli, specialmente in periodo di covid e restrizioni? Nell’attesa, li ho trasferiti tutti quanti in un armadio, sempre all’asciutto quindi, dove questi turbolenti volumi hanno ripreso a litigare furiosamente.

Donare non è facile 

Donare i libri non è per nulla facile oggi, nemmeno alle biblioteche di zona, poi col covid e la necessità della sanificazione è diventato tutto ancora più complicato. Sono stati tolti i cestoni dei libri gratuiti da molto tempo. Una volta c’era per esempio il book crossing in metropolitana, un’idea fantastica, oggi non c'è più.

Alcuni libri dunque li ha accettati una persona che è una forte lettrice, ma ne ha presi circa dodici, quindi pochi. Non ho provato a contattare la biblioteca di Cinisello Balsamo, perché da anni è in corso una specie di guerra fredda ai livelli di USA-URSS cui non accenno. Ho provato a contattare la biblioteca di Cusano Milanino con cui sono in ottimi rapporti, ma anche lì mi hanno detto che accettavano soltanto un massimo di dieci libri alla volta, e che non dovevano avere più di cinque anni i romanzi, o più di dieci anni i saggi; e per giunta che non dovevano avere le pagine ingiallite.

Naturalmente tutti i miei libri da donare erano vecchiotti, anche se in ottimo stato. Ho fatto una ricerca su internet e ho trovato una sorta di magazzino-deposito di Milano che accettava libri anche vecchi e poi li avrebbe smistati ai luoghi preposti come scuole, carceri ecc. Per me era davvero l'ideale. Ho scritto una mail prima delle vacanze estive, ma non mi hanno mai risposto. Ho poi trovato altri indirizzi di associazioni di volontariato, e me li sono annotati riproponendomi di chiamarli per capire le modalità di consegna.

Biblioteca di Seoul. Foto: Pixabay.

 

Il marito problem-solving

Ancora una volta mio marito è stato determinante, dovete sapere infatti che Ruggero parla anche con i muri, e quindi conosce un sacco di persone nel quartiere. Ha fatto amicizia con la simpaticissima farmacista nella farmacia comunale sottocasa, e quindi parlando del più e del meno è venuta fuori la questione dei libri.

Allora lei ha proposto di prenderne un campione, che li avrebbe portati alla Biblioteca di Limbiate per vedere se facevano al caso loro. Abbiamo saputo che i libri andavano bene e potevano essere accettati, così abbiamo cominciato a trasportare sacchi e sacchi di libri in farmacia, e poi si sarebbe premurata lei di portarli con la sua auto, previa selezione di alcune opere che magari potevano interessarle essendo anche lei una forte lettrice (tra lettori ci si capisce al volo, altro che Marie Kondo). Ho regalato alla farmacista una copia del mio romanzo "Il Pittore degli Angeli" per sdebitarmi, e sono curiosa di sapere le sue impressioni.

Tra l’altro pensavo che questa biblioteca di Limbiate fosse povera e avesse pochi libri, invece a quanto pare è grandissima ma ne prende anche altri, e fa parte del consorzio di prestito Monza-Brianza. Che bellezza! Io non chiedevo di meglio! Per me il pensiero che questi libri orfanelli avrebbero avuto una nuova casa, e nuovi lettori, mi ha reso la persona più felice del mondo, neanche se Ruggero mi avesse regalato un anello col diamante. E quindi l'impresa è stata condotta in porto con molta buona volontà e soprattutto grazie all'amore per i libri.


Biblioteca di Limbiate. Fonte: Facebook


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E voi come siete messi a libri in casa? Come risolvete il problema del sovraffollamento di libri o altri oggetti? 


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sabato 25 settembre 2021

Avvincenti scoperte... tra classici e riletture


Foto: Pixabay

Il panorama editoriale contemporaneo


L’anno scorso ho assistito a un fenomeno inquietante: non avevo voglia di leggere, al di là dei miei saggi universitari. Ciò derivava dello scombussolamento dei miei ritmi quotidiani e da qualche problema di salute, e in questo modo il grafico delle mie letture è crollato al minimo storico.

Non ho più vent’anni e una vita davanti per leggere, e quindi sto diventando sempre più selettiva con i romanzi o le raccolte di racconti: non leggo perché mossa dalla curiosità per un bel titolo o una bella copertina, o perché si grida al libro del momento, o diffido quando il critico di turno osanna il caso editoriale. Sono diventata come un segugio con i sensi sempre all’erta. Ci sono alcuni titoli che mi incuriosiscono, ma aspetto che il polverone mediatico si abbassi per poterli leggere e anche perché mi piacerebbe avere delle opinioni dal mio circolo di amiche lettrici per non rischiare.

Constato che di rado ho trovato nelle pubblicazioni di narrativa odierna dei libri tanto sbandierati che mi abbiano davvero conquistato se non in opere che abbiano un paio di decenni. Il panorama editoriale pare molto annacquato, con trame e stili sempre uguali per cui non si riesce a distinguere un romanzo dall’altro. Ne ha parlato anche Marina Guarneri in questo post di maggio dal titolo “Scrivono tutti così”. Dove si trova il nuovo Umberto Eco con Il nome della rosa, per esempio? O un’opera come Le correzioni di Jonathan Franzen, oppure l’immenso Espiazione di Ian McEwan? Magari mi sbaglio, ma non ne vedo molti in giro.


Il romanzo da scaffale

Perché un romanzo mi conquisti davvero deve avere alcune caratteristiche di fondo, opinabili finché si vuole, ma deve nutrire la mia immaginazione e accendere le mie emozioni, farmi svoltare su una strada che mai avrei pensato di prendere, tramite le vicende o i personaggi, oppure offrirmi nuovi spunti di riflessione. Detto in una frase, deve lasciarmi delle tracce interiori indelebili. Se poso il libro e non mi rimane niente al di là di qualche ora trascorsa in letizia, e tendo a dimenticare tutto appena dopo qualche mese - eventi e personaggi - mi sembra di avere perso tempo, tempo che si va assottigliando. Vi pare che io sia troppo esigente?

Per questo negli ultimi tempi sto rileggendo i cosiddetti classici, che per me sono come dei vecchi amici che non solo non tradiscono, ma offrono nuovi gioielli nel loro baule (Le relazioni pericolose di Choderlos de Laclos) oppure sto leggendo per la prima volta alcuni classici per cui avevo chiesto qualche suggerimento nel mio post “Il Caffè della Rivoluzione: La variante di Valmont”. E ho fatto tre belle scoperte - non tutti classici, peraltro! - che mi hanno fatto recuperare quella voglia di leggere di tipo adolescenziale, quando non vedevi l’ora di catapultarti sulle pagine per andare avanti, quando si partecipa alle gioie e ai dolori dei personaggi e si trema per la loro sorte, ci si arrabbia e si ride per il buon esito delle loro vicende, ci si sposta fisicamente e interiormente con loro alla scoperta del mondo che li circonda.


Un triplete di bellissimi romanzi

Vi voglio presentare dunque queste tre letture con la loro quarta di copertina e con una recensione conclusa da un aggettivo.


La bambinaia francese di Bianca Pitzorno

Parigi, 1832. In una gelida sera d'inverno, la giovane Sophie sviene per la fame in casa della étoile dell'Opéra Céline Varens, dove si è recata per una consegna di biancheria. È l'inizio di una singolare amicizia tra la ballerina e l'orfana, che grazie a Céline frequenterà la scuola tenuta da un vecchio aristocratico, ammiratore dell'Illuminismo e della Rivoluzione, che tutti chiamano il Cittadino Marchese. Insieme a Toussaint, un giovane schiavo nero orginario delle colonie, Sophie affronterà ogni sorta di pericolose avventure, in Francia e in Inghilterra, per salvare la ballerina dai suoi persecutori e la piccola Adèle, sua figlia, dagli inquietanti misteri di una cupa dimora inglese chiamata Thornfield Hall.


Lo spunto di lettura.
Avevo già avuto notizie di questo romanzo in un post di Luana Petrucci che potete trovare qui. Mi ero segnata il titolo nel mio quaderno delle possibili letture; e, curiosamente, ogni volta che ricercavo romanzi sulla rivoluzione francese in rete, spuntava sempre questo titolo anche se, per la verità, nella trama vi sono soltanto echi della rivoluzione del 1789. Grazie anche alla recensione di Luana - ricordate il circolo di amiche lettrici? - l’ho acquistato e mi sono messa a leggerlo... e me ne sono innamorata.

Lavorare con i personaggi minori. I nomi di Céline Varens, Adèle, Thornfield Hall sono come delle luci molto vivide per i lettori di Jane Eyre di Charlotte Brontë, ma non diranno granché a chi non ha mai letto questo capolavoro. Poco male, perché non è un deterrente. Bianca Pitzorno infatti prende per mano i cosiddetti personaggi di contorno, che poca o nulla voce hanno nel romanzo, come la bambinaia Sophie, ne aggiunge altri, e li fa parlare rendendo loro fisicità e giustizia e rendendoli protagonisti decisivi negli snodi di tutte le vicende. Questi personaggi sono legati da rapporti di affetto e devozione, perché appartenenti a classi sociali basse come la giovanissima bambinaia Sophie, sono schiavi comprati e venduti come Toussaint, oppure considerati equivoci come la ballerina Cécile Varens.

Una nuova prospettiva. Essi si proteggono a vicenda soprattutto nei confronti dei personaggi di maggior rilievo e più potenti a livello sociale, quali per esempio Edward Rochester, il padrone di Thornfield Hall. Nulla a che vedere con l’altero, tormentato ma affascinante uomo in Jane Eyre: nel romanzo di Bianca Pitzorno egli è un odiosissimo manipolatore, un vero personaggio machiavellico, e l’effetto sul lettore è del tutto spiazzante. Nelle prime pagine tenta disperatamente di giustificarlo, per poi cedere le armi di fronte alla sua evidente malvagità. Anche Jane non è rappresentata nella sua luce migliore per chi ha imparato ad amarla nella sua fermezza e indipendenza; quindi occorre superare lo scoglio dell’affezione per immaginarli come creature ex-novo e non gridare al delitto di lesa maestà.

Beninteso, l’intento dell’autrice di non è di criticare il romanzo di Charlotte Brontë, ma di colmare una sorta di ritratto di famiglia dove giganteggiano alcune figure e soprattutto di ribaltare completamente la prospettiva del lettore. In questo senso un esperimento letterario simile è da rintracciare ne Il grande mare dei Sargassi di Jean Rhys dove l’autrice dà voce a Bertha Mason, l’inquietante e folle moglie di Rochester.

Tanti piccoli tesori nascosti. La bambinaia francese contiene inoltre numerose chicche come rimandi letterari che il lettore avveduto si divertirà a scovare. Larga parte del romanzo è ambientata nella Parigi nel 1832, e quindi i riferimenti all’ambiente delle banche e della finanza con figure di speculatori in irresistibile ascesa richiamano la grande epopea di Balzac, mentre la ricchezza dei quartieri più chic in contrapposizione alle periferie di operai, sarte e portinaie ricorda le grandi descrizioni de I miserabili di Victor Hugo. Il fatto di amare Parigi e vederla descritta così bene sia negli esterni che negli interni mi ha fatto andare in un brodo di giuggiole, ma al contempo sono molto esigente e quindi la mia gioia è stata doppia.

Lo stile dell’autrice. Bianca Pitzorno è un’autrice di libri per l’infanzia, e questo è evidentissimo nella sua scrittura: limpida, semplice e mai banale. Sì, perché i bambini sono lettori esigentissimi, e non perdonano mai illogicità, confusione e scritture dal tono compiaciuto (una per tutte: L’apprendista delle Fiandre di Dorothy Dunnett, che avrei lanciato fuori dalla finestra dopo quaranta pagine). Quindi, essere abituata a scrivere per bambini e ragazzi per me è un pregio.

Giudizio: INCANTEVOLE.




Novantatré di Victor Hugo


"Novantatré" (1872), dedicato all'anno del Terrore, conclude il dialogo che Hugo aveva intrattenuto per tutta la vita con la Rivoluzione: nuova barbarie o nuova età dell'oro? Immenso affresco storico, questo romanzo è anche la storia di tre "caratteri" scolpiti con stupefacente maestria: Lantenac, l'uomo del re e dell'onore antico; Cimourdain, genio austero e implacabile della Rivoluzione; Gauvain, aristocratico nipote di Lantenac, passato al popolo. Sullo sfondo del grande dramma collettivo e personale, la folla di "spiriti in preda al vento" che hanno cambiato la Francia e il mondo, veri protagonisti di questa formidabile raffigurazione dalle tinte infuocate, in cui buoni e cattivi, torto e ragione sono mossi da quell'"enigma della storia" che tutti e tutto trascende.

Rivoluzione francese, mon amour. A dirla tutta ignoravo l’esistenza di un romanzo sulla rivoluzione francese, nientepopodimeno scaturito dalla penna di Victor Hugo il grande. Nelle note a pie’ di pagina addirittura si menziona il fatto che l’autore riteneva più importante questo romanzo rispetto al suo capolavoro I Miserabili, al punto che intendeva intitolarlo Gli Inesorabili per una sorta di continuità. Questo romanzo mi è stato suggerito nell’ambito di un commento al post da parte di Filippo, alla mia richiesta di avere suggerimenti per romanzi storici di vaglia. Il titolo si riferisce al 1793, cioè l’anno del Terrore e quando la Francia vive il momento più drammatico della sua tempesta rivoluzionaria, e deve fronteggiare innanzitutto gli eserciti di mezza Europa che passano di vittoria in vittoria. Il pericolo maggiore proviene però dalle rivolte interne, in primis una serie di conflitti scoppiati in Vandea, che si tradussero in una vera e propria guerra civile tra gli abitanti della regione (i “bianchi”) e le truppe inviate da Parigi (i “blu”), se non, secondo alcuni storici, in un genocidio.
 
La Vandea in fiamme. Tale regione della Francia è situata in un punto altamente strategico, come potete vedere dalla cartina Wikipedia. Si tratta di un dipartimento affacciato sull’Oceano Atlantico e un ottimo punto di invasione per una flotta inviata dall’arcinemica Inghilterra. 

La Vandea e la Bretagna insorsero per un insieme di motivi tra loro inestricabili, quali la leva obbligatoria di 300.000 uomini da mandare al fronte, il che avrebbe sottratto braccia ai lavori dei campi, una ben radicata devozione nei confronti della monarchia (il re era stato appena ghigliottinato nel gennaio dello stesso anno, e veniva considerato un martire), e lo sgomento di fronte alla crescente distruzioni di liturgie e simboli religiosi cattolici. Il contadino vandeano combatteva con un attrezzo da lavoro in una mano, o un fucile, e un rosario nell’altra. Nel dipinto qui nei paraggi potete vedere Jacques Cathelineau, uno dei capi delle rivolte vandeane con il rosario sul panciotto.

Le guerre di Vandea si tradussero in un’autentica guerriglia, combattuta tra le profonde foreste che offrivano nascondigli e rifugi perfetti ai vandeani, che conoscevano a menadito il territorio: alberi cavi dove si dormiva in piedi, tane scavate sotto le radici degli alberi, passaggi dove i rivoltosi si muovevano in assoluto silenzio. Addirittura, come narra Victor Hugo nelle sue sontuose pagine, boschi e foreste celavano delle vere e proprie “città” sotterranee; e queste al contrario costituivano delle autentiche trappole per i soldati della Rivoluzione che erano stati mandati lì per reprimere le rivolte.

I personaggi di “Novantatré”. Quello che mi ha colpito sin dalle prime pagine è che, a differenza de I Miserabili dove c’è una commistione di genere, come si direbbe ora, si tratta di un romanzo molto “maschile”; anzi, direi che è un romanzo “maschio”. Però anche qui ci sono dei colpi di scena non da poco. Esemplificativa è la primissima scena del romanzo, ambientata proprio in mezzo alle foreste dove un battaglione di circa trecento soldati repubblicani si muove con circospezione, e trovano una povera donna con tre bambini molto piccoli, la più piccola ancora attaccata al seno. A Michelle Flecard hanno ucciso il marito, ed è fuggita dal suo villaggio in fiamme: è una donna quasi più simile a un animale, non conosce il mondo oltre i confini del suo paese, e non sa perché le persone si stiano massacrando e senz’altro non sa nulla di politica. I repubblicani decidono di prenderla con loro, nella truppa c’è un’altra donna - una vivandiera - e di adottare i tre bambini come figli del battaglione. Questa scena non a caso è posta nell’incipit, non è una scena per dare colore, ed è da tenere bene a mente nel proseguo delle vicende.

I tre protagonisti maschili menzionati nella quarta - Lantenac, Cimourdain, Gauvain - sono delle figure umanissime e nello stesso tempo sono quasi dei paradigmi per l’ideologia che le muove. Imparerete a scrutare nei loro cuori, che sono come abissi. E non potrete fare a meno di innamorarvi perdutamente di Gauvain, il giovane visconte che combatte tra le file dei “blu” per inseguire un ideale rivoluzionario che, forse, si rivelerà un mostro. 

Uno stile impegnativo. Chiunque conosca Victor Hugo sa benissimo che è un autore titanico: leggere ogni suo romanzo equivale a sedersi davanti a una tavola sontuosamente apparecchiata e sa che mangerà una serie di innumerevoli portate, una più succulenta dell’altra; e quindi mangerà parecchio, e forse farà fatica a digerire o ad apprezzare tutto quello che gli verrà servito al momento. Dopo una prima lettura si riproporrà una seconda lettura per poter riavvolgere il nastro, magari non subito, esattamente come in un film, e notare il passaggio letto in fretta, il dettaglio che assume un nuovo significato quando si conoscono tutte le vicende, sostare sul dialogo che rivela lo scontro ideologico - dove ho ritrovato molti concetti dalle lezioni di dottrine politiche, ammirare le descrizioni, di grande afflato romantico, del mare in tempesta, della foresta sotto la luna, di un castello in fiamme.

Hugo alterna infatti scene tratteggiate in maniera molto secca e con dialoghi brevi e incalzanti, quasi con piglio cinematografico, a pagine densissime con elenchi e lunghe digressioni, per esempio la descrizione della Convenzione nazionale (una sorta di Parlamento monocamerale) o il Comitato di Salute Pubblica (l’organo esecutivo di emergenza della rivoluzione). Quello che mi sbalordisce ogni volta è constatare come questo autore enciclopedico potesse scrivere opere così vaste con l’ausilio di libri cartacei, della sua memoria e della penna; e, siccome ebbi modo di visitare la sua casa a Parigi, di constatare con ancora maggior stupore come egli scrivesse in piedi davanti al suo scrittoio questi suoi monumentali romanzi.

Giudizio: GRANDIOSO.




Via col vento di Margaret Mitchell


«Penserò a tutto questo domani, a Tara. Sarà più forte, allora. E troverò un modo per riconquistarlo. Dopotutto, domani è un altro giorno.»

Rossella O'Hara è la viziata e capricciosa ereditiera della grande piantagione di Tara, in Georgia. Ma l'illusione di una vita facile e agiata si infrangerà in brevissimo tempo, quando i venti della guerra civile cominceranno a spirare sul sud degli Stati Uniti, spazzando via in pochi anni la società schiavista. Il più grande e famoso romanzo popolare americano narra così, in un colossale e vivissimo affresco storico, le vicende di una donna impreparata ai sacrifici: la tragedia della guerra, la decimazione della sua famiglia, la necessità di dover farsi carico della piantagione di famiglia e di doversi adattare a una nuova società. E soprattutto la sua lunga, travagliata ricerca dell'amore e la storia impossibile con l'affascinante e spregiudicato Rhett Butler, avventuriero che lei comprenderà di amare solo troppo tardi...

Il film del 1939. C’è poco da aggiungere su questo romanzo potente, se non che è un capolavoro letterario... e che sono arrivata a leggere un centinaio di pagine, quindi per onestà intellettuale ammetto di averlo “appena iniziato”. La storia fu resa nota grazie al film del 1939 diretto da Victor Fleming e prodotto da David O. Selznick, e che ha come protagonisti Clark Gable nel ruolo del capitano Rhett Butler, Vivien Leigh come Rossella O'Hara, Leslie Howard nei panni dell’incolore Ashley Wilkes e Olivia de Havilland che interpreta la dolce Melania Hamilton. 

Mi dispiace soltanto di non averlo letto prima. In questi casi il film è galeotto, nel senso che se vedi il film ti pare di aver già letto il libro, invece sono due prodotti artistici ben diversi. Pur avendo realizzato il romanzo a meraviglia, di necessità il film non può dilungarsi troppo, e quindi si perde tutto l’ampio respiro del romanzo con lo sguardo davvero onnisciente del narratore, lo sviluppo anche dei personaggi cosiddetti minori, delle famiglie dove Rossella, la protagonista, si trova a vivere, i rituali sociali di un mondo che, dietro le feste, i picnic a base di porchetta, la scelta degli abiti per il mattino o il pomeriggio, e una certa frivolezza, nasconde regole di una durezza d’acciaio.

Un mondo che cambia. Proprio come in Novantatré, mi sono resa conto che anche questo è un
romanzo dove il mondo conosciuto, che sia rappresentato dal microcosmo del paese dove vive Rossella o delle grandi città è destinato a dissolversi e a trasformarsi, insieme con il suo modo di vivere all’insegna di una certa spensieratezza. 

Nel caso del romanzo di Hugo era l’antico regime con i suoi caposaldi come la gerarchia tra ordini dove tutti avevano il proprio posto dalla nascita, il concetto di monarchia divina, la disuguaglianza e il privilegio di secoli accreditati dalle consuetudini. In “Via col Vento” è la Georgia, uno Stato americano schiavista del Sud, che si batte per il mantenimento del proprio modus vivendi dove il possesso della terra, delle piantagioni e del numero di schiavi rappresentano un sistema iniquo ma che assicura la prosperità economica. La secessione e la guerra civile americana travolgeranno tutto.

Le polemiche sul razzismo. Non mi dilungo sulla polemica che lo scorso anno ha accompagnato libro e film a proposito dei suoi contenuti razzisti, perché in rete ci sono articoli che offrono approfondimenti in questo senso, e anche perché del revisionismo letterario e storico, della rappresentazione purista di un mondo diviso in “buoni” e “cattivi”, senza un minimo di complessità, contestualizzazione e sfumature, ne abbiamo piene le tasche. HBO Max aveva rimosso temporaneamente il film dal proprio catalogo a seguito della levata di scudi dei puristi, per poi inserire un disclaimer avvertendo gli spettatori che aveva contenuti razzisti.

Giudizio temporaneo: IMPERDIBILE.



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Bene, ora vi lascio perché devo catapultarmi a leggere Via col Vento. E voi preferite i classici o la narrativa contemporanea? Quali sono state le vostre ultime soddisfacenti letture? 



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lunedì 13 settembre 2021

Io, le dottrine politiche e Karl Marx


"Il sol dell'avvenire"

Eccomi qua con un’altra tacca sul mio fucile, cioè un altro esame fatto nella mia corsa verso il traguardo che si profila all’orizzonte avvolto dalle luci dell’alba come “il sol dell’avvenire”, e la frase non è scelta a caso. Quasi non mi sembra vero quando consulto il mio account universitario e constato con stupore che mancano soltanto due esami (più, ovviamente, la tesi di laurea): Storia dell’Arte Medievale da 6 crediti e Storia dell’Età dell’Illuminismo e delle Rivoluzioni da 9 crediti. Anche gli scaffali di casa mia testimoniano concretamente questo percorso, come potete vedere da voi stessi: i tre scaffali superiori rigurgitano di libri con esami fatti, lo scaffale vuoto è pronto ad accogliere i tomi per gli ultimi due esami da fare e la tesi. 


Un esame a sostituzione

Ma andiamo con ordine. Avevo trascorso la primavera di quest’anno preparando i due giganteschi esami di Letteratura Italiana, scritto e orale, e Storia Romana, di cui vi ho parlato qui e qui. Oltre a ciò, ho potuto frequentare il corso online di Storia delle Dottrine Politiche, che avevo sostituito a Storia Economica; quest’ultimo era un esame fatto a computer con una serie di quesiti nello stile dei quiz con domande formulate male, e risultati modesti per quanto mi riguardava, ancorché catastrofici per la maggior parte degli studenti. All’epoca avevo preso 22, per poi ridarlo e arrivare a un 24. 

Mi ero fatta un punto d’onore nel voler sostituire questo esame con Storia delle Dottrine Politiche, cosa che avevo fatto prendendo appuntamento in segreteria per avere dei lumi, e rifacendo il piano di studi appena prima dello scoppio della pandemia.



Il corso di Storia delle Dottrine Politiche

Il corso online è stato magnifico e non mi sono persa una sola lezione, da Niccolò Machiavelli ai monarcomachi, dai teorici dell’assolutismo regio a Thomas Hobbes e i contrattualisti, dall’Illuminismo radicale alle Costituzioni della rivoluzione americana e francese, dal liberalismo al socialismo, dagli anarchici ai comunisti, dalle teorie delle forme di governo ad Alexis de Tocqueville, dal nazionalismo francese di estrema destra a Lenin e Georges Sorel dell’estrema sinistra per approdare fino ad Adolf Hitler. Ho imparato moltissimo, che poi è lo scopo delle lezioni e dell’apprendimento universitario; almeno è così per gli studenti della mia veneranda età che intraprendono questo percorso per passione e non perché devono conquistare il pezzo di carta che dovrebbe servire - il condizionale è d’obbligo, ho un figlio laureato - per la futura professione.

La materia è comunque complessa e da non sottovalutare, anche se richiede meno sforzo di memoria di altri esami. Tra gli argomenti più difficili ci sono i teorici francesi dell’Illuminismo oppure gli Illuministi radicali che tendo a confondere. Sul podio degli ostici metterei al primo posto Jean-Jacques Rousseau che parte spesso per la tangente con il contratto sociale, e la sua “volontà generale” o io comune (che non è la maggioranza e “mi sono fatta persuasa”, come direbbe il commissario Montalbano, che nemmeno lui sapesse che cos’era), e che prima asserisce una cosa e poi dice l’esatto contrario. Nella brigata dei difficilissimi nominerei anche a gran voce il barone Montesquieu, e i teorici dell’assolutismo regio come Jean Bodin e il vescovo Bossuet non scherzano per nulla, con la sovranità che ha queste e quelle caratteristiche e le devi sapere tutte per benino.

Facendone un discorso di nazionalità in senso generale e soltanto a scopo di scherzo (non vorrei che si offendesse qualcuno, ora bisogna usare le parole come se si camminasse sulle uova), mi sembra che i francesi spesso tendano alle astrazioni, che gli inglesi siano più puntigliosi e che i tedeschi facciano proprio i tedeschi, per esempio secondo me Il Manifesto è chiarissimo e da qui il successo tra i lavoratori europei dell’Ottocento, e non solo. Avete presente la barzelletta che comincia con “un francese, un tedesco e un inglese si trovano...”? beh, la situazione era un po’ così.

 
Dopo tanto entusiasmo, arriva però il ferale momento dell’esame, che avevo programmato di dare al primo appello di settembre previo ripasso e ripassone. Una volta concluso l’esame di Storia Romana, ho trascorso una settimana con la borsa del ghiaccio sulla testa per raffreddare la mente ormai sul punto di fondere come il nocciolo di un reattore nucleare. Quindi ho ripreso in mano i libri e mi sono fatta una scaletta secondo il mio solito stile militare, direi da generale napoleonico visto che quest’anno ricorre il bicentenario della morte dell’Empereur. Ho ripassato nel mese di luglio e buona parte del mese di agosto, suddividendo i materiali e arrivando comunque al pelo per i miei canoni.


Il materiale dell’esame

Oltre agli argomenti integrati dal professore a lezione, i libri da portare erano i seguenti: 

. Modulo A e B: come vedete sopra, il manuale “Le grandi opere del pensiero politico. Da Machiavelli ai nostri giorni” di Jean-Jacques Chevallier, e il testo “La teoria delle forme di governo nella storia del pensiero politico” di Norberto Bobbio di Giappichelli editore, che in pratica è un’edizione delle dispense universitarie del professor Bobbio. Infatti ha l’aspetto di dispense battute a macchina vecchia maniera. Se si hanno gusti sofisticati di chi preferisce l’estetica al contenuto si potrebbe storcere il naso, eppure la materia è spiegata benissimo e sembra di assistere a delle lezioni in presenza con una voce pacata e paziente.  

. Modulo C: due testi a scelta tra questi che vedete: “Pensieri sulla democrazia in Europa” di Giuseppe Mazzini e “Saggio sulla libertà” del liberale John Stuart Mill, "La libertà degli uguali” di Bakunin, “Il manifesto del partito comunista” di Marx ed Engels. 

Io ho scelto “La libertà degli uguali” dell’anarchico Bakunin e “Il manifesto del partito comunista” di Marx ed Engels che se l’è giocata fino all’ultimo con il testo di John Stuart Mill. Ho voluto leggere tutti e quattro i volumi perché mi interessavano, ma mi sentivo più sicura nel portare il manifesto del buon vecchio Karl di cui tra l’altro avevo un’edizione in casa pubblicata dalle edizioni lotta comunista con le note e le prefazioni alle varie edizioni e traduzioni che si sono succedute. A voi che cosa sarebbe piaciuto di più?


Esame in presenza oppure online?

Quando mi ero iscritta per tempo all’esame dopo la consueta veglia d’armi della mezzanotte, risultando la terza in ordine progressivo, esso era ancora in online. Tuttavia, in considerazione dei grandi proclami universitari da parte del rettore che si sarebbe ritornati tutti quanti in presenza con esibizione del green pass e invece deroga per chi voleva farlo online, ho vissuto nella speranza ardente di poter fare i bagagli e andare in sede. Anche la diabolica app dell’università segnalava che sarebbe successo questo, per cui mi sentivo abbastanza tranquilla.

Qualche giorno prima dell’esame, invece, leggo sulla bacheca del professore che bisogna anche stavolta collegarsi tramite un link di teams. Le mie orecchie si sono fatte subito pendule e allungate come quelle di un basset hound. “Che delusione!” ho pensato o, come direbbe Jo Bastianich in Masterchef: “Sono molto diluso: hai fatto un mappazzone.” Ho provato a vedere se non si potesse chiedere tramite la app una deroga alla deroga, ma era troppo per il mio cervellino ormai sopraffatto, di conseguenza ho lasciato perdere e mi sono rassegnata all’esame online. 

Ho cercato di cogliere il lato positivo della questione, come per esempio il fatto di non dover blaterare con la mascherina in faccia, di poter sfoderare al meglio la mia eloquenza in un ambiente familiare e con le luci giuste, di avere tutti i generi di conforto a portata di mano, e poter espletare i propri bisogni fisiologici senza entrare e uscire dai bar di Milano.


Il giorno dell’esame

A dirvi la verità, però, non ero angosciata come le altre volte. Il mio scopo è prendere 18 e accaparrarmi i 9 crediti, ed ero sicura che il 18 lo avrei preso senz’altro. Mi sono dunque collegata una decina di minuti prima delle 9:30 per l’appello generale. Il professore e l’assistente, comparsi puntualmente, si sono detti abbastanza scontenti della modalità online, e si sono detti speranzosi che avremmo potuto riprendere con la presenza.

Poi ci hanno spiegato come si sarebbe svolto l’esame, e lì ho appreso che sarebbe stato doppio: la parte del manuale con l’assistente, come da tradizione, e il monografico con il professore. Le mie orecchie da basset hound hanno ripreso ad afflosciarsi, comunque l’assistente, che vedevo per la prima volta, mi sembrava davvero molto amabile e sorridente.


L’esame con l’assistente

Ci ha spiegato che avrebbe mandato, a gruppi di quattro studenti, un invito con un pop-up che sarebbe comparso in basso a destra dello schermo, cosa che è avvenuta: la magica notifica è spuntata, vi ho cliccato sopra e sono entrata agevolmente nell’aula virtuale. Eravamo appunto in quattro, una cosa proprio intima. Quando è iniziato l’esame dello studente prima di me, ho pensato bene di abbassare il volume riducendolo al minimo in modo da non sentire che cosa dicesse. Che bello. Infatti io non vorrei che gli altri ascoltassero il mio esame, e allo stesso modo non mi piace ascoltare quello degli altri. Lo studente prima di me, che poteva avere una quarantina di anni, aveva l’aria spaventata, continuava a tossicchiare ed era un po’ titubante, comunque l’assistente lo ha incoraggiato molto, dimostrando grande empatia, e alla fine gli ha dato un 27 con cui presentarsi dall’altra parte per l’esame col professore.

Poi mi ha chiamato e mi sono palesata riaccendendo audio e video. Mi ha messo a mio agio, poi come prima cosa mi ha chiesto Polibio e la sua teoria delle forme di governo, cioè è partito in tromba dal modulo B. Nonostante il fatto che il terreno fosse stato preparato da una piccola chiacchierata, non è che si possa star lì a prendere il tè coi biscotti prima di iniziare l’esame vero e proprio, e queste domande risultano sempre un po’ sparate a bruciapelo. Comunque ho iniziato con una biografia di Polibio per contestualizzare il tutto, dato che si parla del 200 a.C. con l’espansione di Roma nel Mediterraneo, cosa che ha apprezzato molto. Poi sono passata alla sua teoria dei governi che riflette sull’egemonia di Roma, e sul segreto di tale egemonia. Ho parlato dell’”anaciclosi” che non è relativa a una patologia dello stomaco, bensì all’alternanza delle forme di governo che degenerano nel loro opposto (per esempio la monarchia che degenera in tirannide). Era molto contento che mi fossi ricordato “l’oclocrazia” e mi ha chiesto se sapevo l’etimologia. Anche questa parola non si riferisce a una costipazione intestinale, ma è “il potere della massa”. :)

Abbiamo chiuso il discorso su Polibio con la questione della settima forma di governo o governo misto o modello ideale, con le istituzioni politiche romane che lo rispecchiano nel consolato, nel senato, nelle assemblee popolari, e alla durata del governo misto. Siccome ero fresca di esame di Storia Romana, era un argomento che mi ricordavo molto bene, e avrei voluto esibirmi nella descrizione di tutte le assemblee popolari romane che sono una badilata e mezza, ma si è affrettato a dirmi che andava benissimo come avevo spiegato.

Mi ha chiesto chi era l’altro teorico del governo misto, e lì ho avuto una défaillance, nel senso che pensavo a un autore della classicità greca o romana come per esempio Cicerone, invece era nientepopodimeno che Niccolò Machiavelli, cosa che ho rammentato colmando la distanza temporale grazie a una vera illuminazione. Ci siamo anche messi a ridere, cosa mai successa in un esame dove tutti sono tesi e nervosi, e vorrebbero soltanto saltarsi alla gola (cosa che peraltro non è possibile fare online). Ho spiegato le due opere principali di Machiavelli, cioè “Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio” dove si parla di governo misto o repubblica, e poi il celeberrimo “Il principe”.

Per il modulo A mi ha chiesto Georges Sorel del primo Novecento ed estrema sinistra francese, ho spiegato la sua biografia, poi il suo scritto principale “Riflessioni sulla violenza”. Mi interrompeva piuttosto spesso, ma solo per frenare il mio eloquio e farmi una domanda successiva, come per esempio “il mito” di Sorel, “lo sciopero generale”, “il sindacato” ecc.

“Le faccio un’ultima domanda. Si ricorda che cosa si intende in Sorel con la morale dei produttori?”. Buio in sala. Ma proprio cecità assoluta. Cerco di imbastire qualcosa, ma è evidente che non me lo ricordo, cosa che ammetto con la massima onestà. Anche dopo la spiegazione, continuo a non ricordarmi dove avrei dovuto leggere “la morale dei produttori” di Sorel, a bocce ferme andrò poi a verificare la questione sul manuale, dato che evidentemente mi è scivolata addosso con la velocità della pioggia in una grondaia. “Peccato per l’ultima domanda, però le do 29 e penso che col professore possa arrivare al massimo,” mi ha detto convinto, e sempre sorridendo. Io naturalmente ero già contentissima così!


L’esame con il professore

Chiudo il canale e ripasso con il link di teams all’aula dove il professore sta interrogando un altro studente, che per combinazione porta Bakunin e Marx come me. Lo ascolto per un po’, poi siccome vorrei ripassare qualche appunto abbasso l’audio, e ogni tanto do un’occhiata allo schermo, suddiviso in due metà dove le bocche si muovono quasi senza suono con effetto surreale. Il professore ogni tanto scuote la testa, segno che l’esame non sta andando benissimo.

Tocca poi allo studente prima di me, e qui sono costretta ad aumentare di poco l’audio per stare in campana, perché magari al professore salta il ticchio di pescarmi se a qualche domanda non viene risposto. Mi sembra di rivivere i tempi della scuola superiore, e non sono memorie piacevoli. Ricordo il professor Rana - giuro, si chiamava così - di seconda liceo che nell’ora di letteratura chiamava alcuni nomi mettendo sempre me in fondo alla fila, e io pregavo in silenzio che le mie amiche prima di me sapessero rispondere.

Gli chiede chi sono i piccoli borghesi per Marx, e lo studente si mette a balbettare. “Accidenti, chi sono i piccoli borghesi?!” penso, allarmata. Non me lo ricordo assolutamente, anche perché nella mia testolina mi ero fatta l’idea che si potesse partire dalle citazioni che avevo debitamente stampato, come era accaduto per le fonti in Storia Romana, invece niente di tutto questo è accaduto. Lo studente prima di me lo sa a malapena, poi gli chiede il nome dell’economista svizzero, la cui risposta era Sismondi. E non lo sa. Mi rendo conto che non so ne l’una né l’altra cosa, e invece di ripassare bene il Manifesto avevo finito col riguardare altri argomenti ininfluenti come le date della biografia di Marx ecc. nella convinzione che chiedesse di snocciolarle a occhi bendati. Invece non ha chiesto neanche una data!

Riguardo velocemente quella parte nel capitolo “Letteratura socialista e comunista”, con 1. Il socialismo reazionario suddiviso in socialismo feudale, borghese, tedesco o ‘vero’ socialismo, conservatore e borghese, il socialismo critico-utopico, e in quell’istante... colpo di scena: si apre la porta ed entra mio marito con una scopa in mano. Gli faccio cenni frenetici che l’esame non è finito, roteando gli occhi come un’invasata, e lo caccio fuori. Infatti, poverino, non sentiva nessun rumore, e “si era fatto persuaso” che fosse tutto terminato. Comunque alla fine metto via gli appunti perché mi rendo conto che l’esame sta per terminare, e infatti gli dà 26 (allo studente perplesso, non al marito).

Mi chiama e mi dice di palesarmi con audio e video, cosa che faccio con immensa diffidenza.

Il professore mi chiede che cosa ho portato (Bakunin e Marx) e poi di parlare dei proletari, chi sono ecc. e da lì in poi è stato tutto liscio come l’olio. Dai proletari siamo passati al concetto di merce, alle crisi di sovrapproduzione e alla conquista di nuovi mercati, dei mercati globalizzati, a chi ha creato i proletari, alla teoria del plusvalore. Poi siamo passati a Bakunin, all’antiteismo di Bakunin, ai punti in comune con Marx come la morte dello Stato, la rivoluzione violenta e altri argomenti attinenti.

Alla fine mi ha detto che poteva bastare e che mi dava 30. “Ha fatto un bell’esame,” mi ha detto, e sono rimasta sorpresa perché mi sembrava che fosse durato pochissimo (sebbene io perda sempre il senso del tempo in questi frangenti). Ho chiesto timidamente se mi avrebbe mandato una mail a cui avrei dovuto rispondere, e mi ha risposto sorridendo: “Ma no, facciamo alla maniera bakuniniana, sulla parola,” così ho ringraziato e ho abbandonato l’aula virtuale. Sono ritornata da mio marito, che nel frattempo era in cucina e aveva appoggiato la scopa alla parete ed era in fibrillante attesa. “Ho preso trenta,” ho detto, incredula. Siamo esplosi in un fragoroso evviva, accanto alla scopa che sembrava esultare e mettersi a ballare.

 

***

Bene, sono contenta di dire che il buon vecchio Karl mi ha portato fortuna! E voi ricordate 
qualche esame particolarmente difficile dei tempi della scuola o dell’università? 

***

Foto: Pixabay o Wikipedia






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QUALCOSA DI ME

QUALCOSA DI ME
Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato sei romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ho in cantiere una serie di romanzi ambientati nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

IL MIO ULTIMO LAVORO

Parigi, 1789. Maximilien Robespierre, Georges Danton, Camille Desmoulins, Antoine de Saint-Just sono tra i protagonisti della Rivoluzione Francese. Ma come si arriva a far scoppiare una rivolta di tale portata, a diventarne il volto e a capeggiare le sue fasi sanguinarie? Solo scandagliando il passato si scioglierà l’enigma. È nella loro infanzia, nella formazione politica e sentimentale, in relazioni proibite consumate nell’ombra, che incomincia a dipanarsi la matassa. Ne emerge un disegno rivelatore di tormentati legami che li uniscono sin dalle esistenze passate. E che li attira verso la bellissima Lucile Duplessis, fenice che rinasce dalle sue stesse ceneri.

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