"La Storia siamo noi": blog di storia, letteratura e arte

FRAMMENTO DELL'ARA PACIS

Altare del 9 a.C. Museo del Louvre - Parigi

MADONNA E SANTI NEL GIARDINO DEL PARADISO

Maestro dell'Alto Reno. Tecnica mista su tavola, 1410.

LA BATTAGLIA DI SAN ROMANO

Paolo Uccello. Tecnica mista su tavola, 1438.

And when did you last see your father?

William Frederick Yeames. Olio su tela, 1878.

KENTUCKY FLOOD

Margaret Bourke-White. The American Way of Life, 1937.

sabato 25 settembre 2021

Avvincenti scoperte... tra classici e riletture


Foto: Pixabay

Il panorama editoriale contemporaneo


L’anno scorso ho assistito a un fenomeno inquietante: non avevo voglia di leggere, al di là dei miei saggi universitari. Ciò derivava dello scombussolamento dei miei ritmi quotidiani e da qualche problema di salute, e in questo modo il grafico delle mie letture è crollato al minimo storico.

Non ho più vent’anni e una vita davanti per leggere, e quindi sto diventando sempre più selettiva con i romanzi o le raccolte di racconti: non leggo perché mossa dalla curiosità per un bel titolo o una bella copertina, o perché si grida al libro del momento, o diffido quando il critico di turno osanna il caso editoriale. Sono diventata come un segugio con i sensi sempre all’erta. Ci sono alcuni titoli che mi incuriosiscono, ma aspetto che il polverone mediatico si abbassi per poterli leggere e anche perché mi piacerebbe avere delle opinioni dal mio circolo di amiche lettrici per non rischiare.

Constato che di rado ho trovato nelle pubblicazioni di narrativa odierna dei libri tanto sbandierati che mi abbiano davvero conquistato se non in opere che abbiano un paio di decenni. Il panorama editoriale pare molto annacquato, con trame e stili sempre uguali per cui non si riesce a distinguere un romanzo dall’altro. Ne ha parlato anche Marina Guarneri in questo post di maggio dal titolo “Scrivono tutti così”. Dove si trova il nuovo Umberto Eco con Il nome della rosa, per esempio? O un’opera come Le correzioni di Jonathan Franzen, oppure l’immenso Espiazione di Ian McEwan? Magari mi sbaglio, ma non ne vedo molti in giro.


Il romanzo da scaffale

Perché un romanzo mi conquisti davvero deve avere alcune caratteristiche di fondo, opinabili finché si vuole, ma deve nutrire la mia immaginazione e accendere le mie emozioni, farmi svoltare su una strada che mai avrei pensato di prendere, tramite le vicende o i personaggi, oppure offrirmi nuovi spunti di riflessione. Detto in una frase, deve lasciarmi delle tracce interiori indelebili. Se poso il libro e non mi rimane niente al di là di qualche ora trascorsa in letizia, e tendo a dimenticare tutto appena dopo qualche mese - eventi e personaggi - mi sembra di avere perso tempo, tempo che si va assottigliando. Vi pare che io sia troppo esigente?

Per questo negli ultimi tempi sto rileggendo i cosiddetti classici, che per me sono come dei vecchi amici che non solo non tradiscono, ma offrono nuovi gioielli nel loro baule (Le relazioni pericolose di Choderlos de Laclos) oppure sto leggendo per la prima volta alcuni classici per cui avevo chiesto qualche suggerimento nel mio post “Il Caffè della Rivoluzione: La variante di Valmont”. E ho fatto tre belle scoperte - non tutti classici, peraltro! - che mi hanno fatto recuperare quella voglia di leggere di tipo adolescenziale, quando non vedevi l’ora di catapultarti sulle pagine per andare avanti, quando si partecipa alle gioie e ai dolori dei personaggi e si trema per la loro sorte, ci si arrabbia e si ride per il buon esito delle loro vicende, ci si sposta fisicamente e interiormente con loro alla scoperta del mondo che li circonda.


Un triplete di bellissimi romanzi

Vi voglio presentare dunque queste tre letture con la loro quarta di copertina e con una recensione conclusa da un aggettivo.


La bambinaia francese di Bianca Pitzorno

Parigi, 1832. In una gelida sera d'inverno, la giovane Sophie sviene per la fame in casa della étoile dell'Opéra Céline Varens, dove si è recata per una consegna di biancheria. È l'inizio di una singolare amicizia tra la ballerina e l'orfana, che grazie a Céline frequenterà la scuola tenuta da un vecchio aristocratico, ammiratore dell'Illuminismo e della Rivoluzione, che tutti chiamano il Cittadino Marchese. Insieme a Toussaint, un giovane schiavo nero orginario delle colonie, Sophie affronterà ogni sorta di pericolose avventure, in Francia e in Inghilterra, per salvare la ballerina dai suoi persecutori e la piccola Adèle, sua figlia, dagli inquietanti misteri di una cupa dimora inglese chiamata Thornfield Hall.


Lo spunto di lettura.
Avevo già avuto notizie di questo romanzo in un post di Luana Petrucci che potete trovare qui. Mi ero segnata il titolo nel mio quaderno delle possibili letture; e, curiosamente, ogni volta che ricercavo romanzi sulla rivoluzione francese in rete, spuntava sempre questo titolo anche se, per la verità, nella trama vi sono soltanto echi della rivoluzione del 1789. Grazie anche alla recensione di Luana - ricordate il circolo di amiche lettrici? - l’ho acquistato e mi sono messa a leggerlo... e me ne sono innamorata.

Lavorare con i personaggi minori. I nomi di Céline Varens, Adèle, Thornfield Hall sono come delle luci molto vivide per i lettori di Jane Eyre di Charlotte Brontë, ma non diranno granché a chi non ha mai letto questo capolavoro. Poco male, perché non è un deterrente. Bianca Pitzorno infatti prende per mano i cosiddetti personaggi di contorno, che poca o nulla voce hanno nel romanzo, come la bambinaia Sophie, ne aggiunge altri, e li fa parlare rendendo loro fisicità e giustizia e rendendoli protagonisti decisivi negli snodi di tutte le vicende. Questi personaggi sono legati da rapporti di affetto e devozione, perché appartenenti a classi sociali basse come la giovanissima bambinaia Sophie, sono schiavi comprati e venduti come Toussaint, oppure considerati equivoci come la ballerina Cécile Varens.

Una nuova prospettiva. Essi si proteggono a vicenda soprattutto nei confronti dei personaggi di maggior rilievo e più potenti a livello sociale, quali per esempio Edward Rochester, il padrone di Thornfield Hall. Nulla a che vedere con l’altero, tormentato ma affascinante uomo in Jane Eyre: nel romanzo di Bianca Pitzorno egli è un odiosissimo manipolatore, un vero personaggio machiavellico, e l’effetto sul lettore è del tutto spiazzante. Nelle prime pagine tenta disperatamente di giustificarlo, per poi cedere le armi di fronte alla sua evidente malvagità. Anche Jane non è rappresentata nella sua luce migliore per chi ha imparato ad amarla nella sua fermezza e indipendenza; quindi occorre superare lo scoglio dell’affezione per immaginarli come creature ex-novo e non gridare al delitto di lesa maestà.

Beninteso, l’intento dell’autrice di non è di criticare il romanzo di Charlotte Brontë, ma di colmare una sorta di ritratto di famiglia dove giganteggiano alcune figure e soprattutto di ribaltare completamente la prospettiva del lettore. In questo senso un esperimento letterario simile è da rintracciare ne Il grande mare dei Sargassi di Jean Rhys dove l’autrice dà voce a Bertha Mason, l’inquietante e folle moglie di Rochester.

Tanti piccoli tesori nascosti. La bambinaia francese contiene inoltre numerose chicche come rimandi letterari che il lettore avveduto si divertirà a scovare. Larga parte del romanzo è ambientata nella Parigi nel 1832, e quindi i riferimenti all’ambiente delle banche e della finanza con figure di speculatori in irresistibile ascesa richiamano la grande epopea di Balzac, mentre la ricchezza dei quartieri più chic in contrapposizione alle periferie di operai, sarte e portinaie ricorda le grandi descrizioni de I miserabili di Victor Hugo. Il fatto di amare Parigi e vederla descritta così bene sia negli esterni che negli interni mi ha fatto andare in un brodo di giuggiole, ma al contempo sono molto esigente e quindi la mia gioia è stata doppia.

Lo stile dell’autrice. Bianca Pitzorno è un’autrice di libri per l’infanzia, e questo è evidentissimo nella sua scrittura: limpida, semplice e mai banale. Sì, perché i bambini sono lettori esigentissimi, e non perdonano mai illogicità, confusione e scritture dal tono compiaciuto (una per tutte: L’apprendista delle Fiandre di Dorothy Dunnett, che avrei lanciato fuori dalla finestra dopo quaranta pagine). Quindi, essere abituata a scrivere per bambini e ragazzi per me è un pregio.

Giudizio: INCANTEVOLE.




Novantatré di Victor Hugo


"Novantatré" (1872), dedicato all'anno del Terrore, conclude il dialogo che Hugo aveva intrattenuto per tutta la vita con la Rivoluzione: nuova barbarie o nuova età dell'oro? Immenso affresco storico, questo romanzo è anche la storia di tre "caratteri" scolpiti con stupefacente maestria: Lantenac, l'uomo del re e dell'onore antico; Cimourdain, genio austero e implacabile della Rivoluzione; Gauvain, aristocratico nipote di Lantenac, passato al popolo. Sullo sfondo del grande dramma collettivo e personale, la folla di "spiriti in preda al vento" che hanno cambiato la Francia e il mondo, veri protagonisti di questa formidabile raffigurazione dalle tinte infuocate, in cui buoni e cattivi, torto e ragione sono mossi da quell'"enigma della storia" che tutti e tutto trascende.

Rivoluzione francese, mon amour. A dirla tutta ignoravo l’esistenza di un romanzo sulla rivoluzione francese, nientepopodimeno scaturito dalla penna di Victor Hugo il grande. Nelle note a pie’ di pagina addirittura si menziona il fatto che l’autore riteneva più importante questo romanzo rispetto al suo capolavoro I Miserabili, al punto che intendeva intitolarlo Gli Inesorabili per una sorta di continuità. Questo romanzo mi è stato suggerito nell’ambito di un commento al post da parte di Filippo, alla mia richiesta di avere suggerimenti per romanzi storici di vaglia. Il titolo si riferisce al 1793, cioè l’anno del Terrore e quando la Francia vive il momento più drammatico della sua tempesta rivoluzionaria, e deve fronteggiare innanzitutto gli eserciti di mezza Europa che passano di vittoria in vittoria. Il pericolo maggiore proviene però dalle rivolte interne, in primis una serie di conflitti scoppiati in Vandea, che si tradussero in una vera e propria guerra civile tra gli abitanti della regione (i “bianchi”) e le truppe inviate da Parigi (i “blu”), se non, secondo alcuni storici, in un genocidio.
 
La Vandea in fiamme. Tale regione della Francia è situata in un punto altamente strategico, come potete vedere dalla cartina Wikipedia. Si tratta di un dipartimento affacciato sull’Oceano Atlantico e un ottimo punto di invasione per una flotta inviata dall’arcinemica Inghilterra. 

La Vandea e la Bretagna insorsero per un insieme di motivi tra loro inestricabili, quali la leva obbligatoria di 300.000 uomini da mandare al fronte, il che avrebbe sottratto braccia ai lavori dei campi, una ben radicata devozione nei confronti della monarchia (il re era stato appena ghigliottinato nel gennaio dello stesso anno, e veniva considerato un martire), e lo sgomento di fronte alla crescente distruzioni di liturgie e simboli religiosi cattolici. Il contadino vandeano combatteva con un attrezzo da lavoro in una mano, o un fucile, e un rosario nell’altra. Nel dipinto qui nei paraggi potete vedere Jacques Cathelineau, uno dei capi delle rivolte vandeane con il rosario sul panciotto.

Le guerre di Vandea si tradussero in un’autentica guerriglia, combattuta tra le profonde foreste che offrivano nascondigli e rifugi perfetti ai vandeani, che conoscevano a menadito il territorio: alberi cavi dove si dormiva in piedi, tane scavate sotto le radici degli alberi, passaggi dove i rivoltosi si muovevano in assoluto silenzio. Addirittura, come narra Victor Hugo nelle sue sontuose pagine, boschi e foreste celavano delle vere e proprie “città” sotterranee; e queste al contrario costituivano delle autentiche trappole per i soldati della Rivoluzione che erano stati mandati lì per reprimere le rivolte.

I personaggi di “Novantatré”. Quello che mi ha colpito sin dalle prime pagine è che, a differenza de I Miserabili dove c’è una commistione di genere, come si direbbe ora, si tratta di un romanzo molto “maschile”; anzi, direi che è un romanzo “maschio”. Però anche qui ci sono dei colpi di scena non da poco. Esemplificativa è la primissima scena del romanzo, ambientata proprio in mezzo alle foreste dove un battaglione di circa trecento soldati repubblicani si muove con circospezione, e trovano una povera donna con tre bambini molto piccoli, la più piccola ancora attaccata al seno. A Michelle Flecard hanno ucciso il marito, ed è fuggita dal suo villaggio in fiamme: è una donna quasi più simile a un animale, non conosce il mondo oltre i confini del suo paese, e non sa perché le persone si stiano massacrando e senz’altro non sa nulla di politica. I repubblicani decidono di prenderla con loro, nella truppa c’è un’altra donna - una vivandiera - e di adottare i tre bambini come figli del battaglione. Questa scena non a caso è posta nell’incipit, non è una scena per dare colore, ed è da tenere bene a mente nel proseguo delle vicende.

I tre protagonisti maschili menzionati nella quarta - Lantenac, Cimourdain, Gauvain - sono delle figure umanissime e nello stesso tempo sono quasi dei paradigmi per l’ideologia che le muove. Imparerete a scrutare nei loro cuori, che sono come abissi. E non potrete fare a meno di innamorarvi perdutamente di Gauvain, il giovane visconte che combatte tra le file dei “blu” per inseguire un ideale rivoluzionario che, forse, si rivelerà un mostro. 

Uno stile impegnativo. Chiunque conosca Victor Hugo sa benissimo che è un autore titanico: leggere ogni suo romanzo equivale a sedersi davanti a una tavola sontuosamente apparecchiata e sa che mangerà una serie di innumerevoli portate, una più succulenta dell’altra; e quindi mangerà parecchio, e forse farà fatica a digerire o ad apprezzare tutto quello che gli verrà servito al momento. Dopo una prima lettura si riproporrà una seconda lettura per poter riavvolgere il nastro, magari non subito, esattamente come in un film, e notare il passaggio letto in fretta, il dettaglio che assume un nuovo significato quando si conoscono tutte le vicende, sostare sul dialogo che rivela lo scontro ideologico - dove ho ritrovato molti concetti dalle lezioni di dottrine politiche, ammirare le descrizioni, di grande afflato romantico, del mare in tempesta, della foresta sotto la luna, di un castello in fiamme.

Hugo alterna infatti scene tratteggiate in maniera molto secca e con dialoghi brevi e incalzanti, quasi con piglio cinematografico, a pagine densissime con elenchi e lunghe digressioni, per esempio la descrizione della Convenzione nazionale (una sorta di Parlamento monocamerale) o il Comitato di Salute Pubblica (l’organo esecutivo di emergenza della rivoluzione). Quello che mi sbalordisce ogni volta è constatare come questo autore enciclopedico potesse scrivere opere così vaste con l’ausilio di libri cartacei, della sua memoria e della penna; e, siccome ebbi modo di visitare la sua casa a Parigi, di constatare con ancora maggior stupore come egli scrivesse in piedi davanti al suo scrittoio questi suoi monumentali romanzi.

Giudizio: GRANDIOSO.




Via col vento di Margaret Mitchell


«Penserò a tutto questo domani, a Tara. Sarà più forte, allora. E troverò un modo per riconquistarlo. Dopotutto, domani è un altro giorno.»

Rossella O'Hara è la viziata e capricciosa ereditiera della grande piantagione di Tara, in Georgia. Ma l'illusione di una vita facile e agiata si infrangerà in brevissimo tempo, quando i venti della guerra civile cominceranno a spirare sul sud degli Stati Uniti, spazzando via in pochi anni la società schiavista. Il più grande e famoso romanzo popolare americano narra così, in un colossale e vivissimo affresco storico, le vicende di una donna impreparata ai sacrifici: la tragedia della guerra, la decimazione della sua famiglia, la necessità di dover farsi carico della piantagione di famiglia e di doversi adattare a una nuova società. E soprattutto la sua lunga, travagliata ricerca dell'amore e la storia impossibile con l'affascinante e spregiudicato Rhett Butler, avventuriero che lei comprenderà di amare solo troppo tardi...

Il film del 1939. C’è poco da aggiungere su questo romanzo potente, se non che è un capolavoro letterario... e che sono arrivata a leggere un centinaio di pagine, quindi per onestà intellettuale ammetto di averlo “appena iniziato”. La storia fu resa nota grazie al film del 1939 diretto da Victor Fleming e prodotto da David O. Selznick, e che ha come protagonisti Clark Gable nel ruolo del capitano Rhett Butler, Vivien Leigh come Rossella O'Hara, Leslie Howard nei panni dell’incolore Ashley Wilkes e Olivia de Havilland che interpreta la dolce Melania Hamilton. 

Mi dispiace soltanto di non averlo letto prima. In questi casi il film è galeotto, nel senso che se vedi il film ti pare di aver già letto il libro, invece sono due prodotti artistici ben diversi. Pur avendo realizzato il romanzo a meraviglia, di necessità il film non può dilungarsi troppo, e quindi si perde tutto l’ampio respiro del romanzo con lo sguardo davvero onnisciente del narratore, lo sviluppo anche dei personaggi cosiddetti minori, delle famiglie dove Rossella, la protagonista, si trova a vivere, i rituali sociali di un mondo che, dietro le feste, i picnic a base di porchetta, la scelta degli abiti per il mattino o il pomeriggio, e una certa frivolezza, nasconde regole di una durezza d’acciaio.

Un mondo che cambia. Proprio come in Novantatré, mi sono resa conto che anche questo è un
romanzo dove il mondo conosciuto, che sia rappresentato dal microcosmo del paese dove vive Rossella o delle grandi città è destinato a dissolversi e a trasformarsi, insieme con il suo modo di vivere all’insegna di una certa spensieratezza. 

Nel caso del romanzo di Hugo era l’antico regime con i suoi caposaldi come la gerarchia tra ordini dove tutti avevano il proprio posto dalla nascita, il concetto di monarchia divina, la disuguaglianza e il privilegio di secoli accreditati dalle consuetudini. In “Via col Vento” è la Georgia, uno Stato americano schiavista del Sud, che si batte per il mantenimento del proprio modus vivendi dove il possesso della terra, delle piantagioni e del numero di schiavi rappresentano un sistema iniquo ma che assicura la prosperità economica. La secessione e la guerra civile americana travolgeranno tutto.

Le polemiche sul razzismo. Non mi dilungo sulla polemica che lo scorso anno ha accompagnato libro e film a proposito dei suoi contenuti razzisti, perché in rete ci sono articoli che offrono approfondimenti in questo senso, e anche perché del revisionismo letterario e storico, della rappresentazione purista di un mondo diviso in “buoni” e “cattivi”, senza un minimo di complessità, contestualizzazione e sfumature, ne abbiamo piene le tasche. HBO Max aveva rimosso temporaneamente il film dal proprio catalogo a seguito della levata di scudi dei puristi, per poi inserire un disclaimer avvertendo gli spettatori che aveva contenuti razzisti.

Giudizio temporaneo: IMPERDIBILE.



***

Bene, ora vi lascio perché devo catapultarmi a leggere Via col Vento. E voi preferite i classici o la narrativa contemporanea? Quali sono state le vostre ultime soddisfacenti letture? 



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lunedì 13 settembre 2021

Io, le dottrine politiche e Karl Marx


"Il sol dell'avvenire"

Eccomi qua con un’altra tacca sul mio fucile, cioè un altro esame fatto nella mia corsa verso il traguardo che si profila all’orizzonte avvolto dalle luci dell’alba come “il sol dell’avvenire”, e la frase non è scelta a caso. Quasi non mi sembra vero quando consulto il mio account universitario e constato con stupore che mancano soltanto due esami (più, ovviamente, la tesi di laurea): Storia dell’Arte Medievale da 6 crediti e Storia dell’Età dell’Illuminismo e delle Rivoluzioni da 9 crediti. Anche gli scaffali di casa mia testimoniano concretamente questo percorso, come potete vedere da voi stessi: i tre scaffali superiori rigurgitano di libri con esami fatti, lo scaffale vuoto è pronto ad accogliere i tomi per gli ultimi due esami da fare e la tesi. 


Un esame a sostituzione

Ma andiamo con ordine. Avevo trascorso la primavera di quest’anno preparando i due giganteschi esami di Letteratura Italiana, scritto e orale, e Storia Romana, di cui vi ho parlato qui e qui. Oltre a ciò, ho potuto frequentare il corso online di Storia delle Dottrine Politiche, che avevo sostituito a Storia Economica; quest’ultimo era un esame fatto a computer con una serie di quesiti nello stile dei quiz con domande formulate male, e risultati modesti per quanto mi riguardava, ancorché catastrofici per la maggior parte degli studenti. All’epoca avevo preso 22, per poi ridarlo e arrivare a un 24. 

Mi ero fatta un punto d’onore nel voler sostituire questo esame con Storia delle Dottrine Politiche, cosa che avevo fatto prendendo appuntamento in segreteria per avere dei lumi, e rifacendo il piano di studi appena prima dello scoppio della pandemia.



Il corso di Storia delle Dottrine Politiche

Il corso online è stato magnifico e non mi sono persa una sola lezione, da Niccolò Machiavelli ai monarcomachi, dai teorici dell’assolutismo regio a Thomas Hobbes e i contrattualisti, dall’Illuminismo radicale alle Costituzioni della rivoluzione americana e francese, dal liberalismo al socialismo, dagli anarchici ai comunisti, dalle teorie delle forme di governo ad Alexis de Tocqueville, dal nazionalismo francese di estrema destra a Lenin e Georges Sorel dell’estrema sinistra per approdare fino ad Adolf Hitler. Ho imparato moltissimo, che poi è lo scopo delle lezioni e dell’apprendimento universitario; almeno è così per gli studenti della mia veneranda età che intraprendono questo percorso per passione e non perché devono conquistare il pezzo di carta che dovrebbe servire - il condizionale è d’obbligo, ho un figlio laureato - per la futura professione.

La materia è comunque complessa e da non sottovalutare, anche se richiede meno sforzo di memoria di altri esami. Tra gli argomenti più difficili ci sono i teorici francesi dell’Illuminismo oppure gli Illuministi radicali che tendo a confondere. Sul podio degli ostici metterei al primo posto Jean-Jacques Rousseau che parte spesso per la tangente con il contratto sociale, e la sua “volontà generale” o io comune (che non è la maggioranza e “mi sono fatta persuasa”, come direbbe il commissario Montalbano, che nemmeno lui sapesse che cos’era), e che prima asserisce una cosa e poi dice l’esatto contrario. Nella brigata dei difficilissimi nominerei anche a gran voce il barone Montesquieu, e i teorici dell’assolutismo regio come Jean Bodin e il vescovo Bossuet non scherzano per nulla, con la sovranità che ha queste e quelle caratteristiche e le devi sapere tutte per benino.

Facendone un discorso di nazionalità in senso generale e soltanto a scopo di scherzo (non vorrei che si offendesse qualcuno, ora bisogna usare le parole come se si camminasse sulle uova), mi sembra che i francesi spesso tendano alle astrazioni, che gli inglesi siano più puntigliosi e che i tedeschi facciano proprio i tedeschi, per esempio secondo me Il Manifesto è chiarissimo e da qui il successo tra i lavoratori europei dell’Ottocento, e non solo. Avete presente la barzelletta che comincia con “un francese, un tedesco e un inglese si trovano...”? beh, la situazione era un po’ così.

 
Dopo tanto entusiasmo, arriva però il ferale momento dell’esame, che avevo programmato di dare al primo appello di settembre previo ripasso e ripassone. Una volta concluso l’esame di Storia Romana, ho trascorso una settimana con la borsa del ghiaccio sulla testa per raffreddare la mente ormai sul punto di fondere come il nocciolo di un reattore nucleare. Quindi ho ripreso in mano i libri e mi sono fatta una scaletta secondo il mio solito stile militare, direi da generale napoleonico visto che quest’anno ricorre il bicentenario della morte dell’Empereur. Ho ripassato nel mese di luglio e buona parte del mese di agosto, suddividendo i materiali e arrivando comunque al pelo per i miei canoni.


Il materiale dell’esame

Oltre agli argomenti integrati dal professore a lezione, i libri da portare erano i seguenti: 

. Modulo A e B: come vedete sopra, il manuale “Le grandi opere del pensiero politico. Da Machiavelli ai nostri giorni” di Jean-Jacques Chevallier, e il testo “La teoria delle forme di governo nella storia del pensiero politico” di Norberto Bobbio di Giappichelli editore, che in pratica è un’edizione delle dispense universitarie del professor Bobbio. Infatti ha l’aspetto di dispense battute a macchina vecchia maniera. Se si hanno gusti sofisticati di chi preferisce l’estetica al contenuto si potrebbe storcere il naso, eppure la materia è spiegata benissimo e sembra di assistere a delle lezioni in presenza con una voce pacata e paziente.  

. Modulo C: due testi a scelta tra questi che vedete: “Pensieri sulla democrazia in Europa” di Giuseppe Mazzini e “Saggio sulla libertà” del liberale John Stuart Mill, "La libertà degli uguali” di Bakunin, “Il manifesto del partito comunista” di Marx ed Engels. 

Io ho scelto “La libertà degli uguali” dell’anarchico Bakunin e “Il manifesto del partito comunista” di Marx ed Engels che se l’è giocata fino all’ultimo con il testo di John Stuart Mill. Ho voluto leggere tutti e quattro i volumi perché mi interessavano, ma mi sentivo più sicura nel portare il manifesto del buon vecchio Karl di cui tra l’altro avevo un’edizione in casa pubblicata dalle edizioni lotta comunista con le note e le prefazioni alle varie edizioni e traduzioni che si sono succedute. A voi che cosa sarebbe piaciuto di più?


Esame in presenza oppure online?

Quando mi ero iscritta per tempo all’esame dopo la consueta veglia d’armi della mezzanotte, risultando la terza in ordine progressivo, esso era ancora in online. Tuttavia, in considerazione dei grandi proclami universitari da parte del rettore che si sarebbe ritornati tutti quanti in presenza con esibizione del green pass e invece deroga per chi voleva farlo online, ho vissuto nella speranza ardente di poter fare i bagagli e andare in sede. Anche la diabolica app dell’università segnalava che sarebbe successo questo, per cui mi sentivo abbastanza tranquilla.

Qualche giorno prima dell’esame, invece, leggo sulla bacheca del professore che bisogna anche stavolta collegarsi tramite un link di teams. Le mie orecchie si sono fatte subito pendule e allungate come quelle di un basset hound. “Che delusione!” ho pensato o, come direbbe Jo Bastianich in Masterchef: “Sono molto diluso: hai fatto un mappazzone.” Ho provato a vedere se non si potesse chiedere tramite la app una deroga alla deroga, ma era troppo per il mio cervellino ormai sopraffatto, di conseguenza ho lasciato perdere e mi sono rassegnata all’esame online. 

Ho cercato di cogliere il lato positivo della questione, come per esempio il fatto di non dover blaterare con la mascherina in faccia, di poter sfoderare al meglio la mia eloquenza in un ambiente familiare e con le luci giuste, di avere tutti i generi di conforto a portata di mano, e poter espletare i propri bisogni fisiologici senza entrare e uscire dai bar di Milano.


Il giorno dell’esame

A dirvi la verità, però, non ero angosciata come le altre volte. Il mio scopo è prendere 18 e accaparrarmi i 9 crediti, ed ero sicura che il 18 lo avrei preso senz’altro. Mi sono dunque collegata una decina di minuti prima delle 9:30 per l’appello generale. Il professore e l’assistente, comparsi puntualmente, si sono detti abbastanza scontenti della modalità online, e si sono detti speranzosi che avremmo potuto riprendere con la presenza.

Poi ci hanno spiegato come si sarebbe svolto l’esame, e lì ho appreso che sarebbe stato doppio: la parte del manuale con l’assistente, come da tradizione, e il monografico con il professore. Le mie orecchie da basset hound hanno ripreso ad afflosciarsi, comunque l’assistente, che vedevo per la prima volta, mi sembrava davvero molto amabile e sorridente.


L’esame con l’assistente

Ci ha spiegato che avrebbe mandato, a gruppi di quattro studenti, un invito con un pop-up che sarebbe comparso in basso a destra dello schermo, cosa che è avvenuta: la magica notifica è spuntata, vi ho cliccato sopra e sono entrata agevolmente nell’aula virtuale. Eravamo appunto in quattro, una cosa proprio intima. Quando è iniziato l’esame dello studente prima di me, ho pensato bene di abbassare il volume riducendolo al minimo in modo da non sentire che cosa dicesse. Che bello. Infatti io non vorrei che gli altri ascoltassero il mio esame, e allo stesso modo non mi piace ascoltare quello degli altri. Lo studente prima di me, che poteva avere una quarantina di anni, aveva l’aria spaventata, continuava a tossicchiare ed era un po’ titubante, comunque l’assistente lo ha incoraggiato molto, dimostrando grande empatia, e alla fine gli ha dato un 27 con cui presentarsi dall’altra parte per l’esame col professore.

Poi mi ha chiamato e mi sono palesata riaccendendo audio e video. Mi ha messo a mio agio, poi come prima cosa mi ha chiesto Polibio e la sua teoria delle forme di governo, cioè è partito in tromba dal modulo B. Nonostante il fatto che il terreno fosse stato preparato da una piccola chiacchierata, non è che si possa star lì a prendere il tè coi biscotti prima di iniziare l’esame vero e proprio, e queste domande risultano sempre un po’ sparate a bruciapelo. Comunque ho iniziato con una biografia di Polibio per contestualizzare il tutto, dato che si parla del 200 a.C. con l’espansione di Roma nel Mediterraneo, cosa che ha apprezzato molto. Poi sono passata alla sua teoria dei governi che riflette sull’egemonia di Roma, e sul segreto di tale egemonia. Ho parlato dell’”anaciclosi” che non è relativa a una patologia dello stomaco, bensì all’alternanza delle forme di governo che degenerano nel loro opposto (per esempio la monarchia che degenera in tirannide). Era molto contento che mi fossi ricordato “l’oclocrazia” e mi ha chiesto se sapevo l’etimologia. Anche questa parola non si riferisce a una costipazione intestinale, ma è “il potere della massa”. :)

Abbiamo chiuso il discorso su Polibio con la questione della settima forma di governo o governo misto o modello ideale, con le istituzioni politiche romane che lo rispecchiano nel consolato, nel senato, nelle assemblee popolari, e alla durata del governo misto. Siccome ero fresca di esame di Storia Romana, era un argomento che mi ricordavo molto bene, e avrei voluto esibirmi nella descrizione di tutte le assemblee popolari romane che sono una badilata e mezza, ma si è affrettato a dirmi che andava benissimo come avevo spiegato.

Mi ha chiesto chi era l’altro teorico del governo misto, e lì ho avuto una défaillance, nel senso che pensavo a un autore della classicità greca o romana come per esempio Cicerone, invece era nientepopodimeno che Niccolò Machiavelli, cosa che ho rammentato colmando la distanza temporale grazie a una vera illuminazione. Ci siamo anche messi a ridere, cosa mai successa in un esame dove tutti sono tesi e nervosi, e vorrebbero soltanto saltarsi alla gola (cosa che peraltro non è possibile fare online). Ho spiegato le due opere principali di Machiavelli, cioè “Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio” dove si parla di governo misto o repubblica, e poi il celeberrimo “Il principe”.

Per il modulo A mi ha chiesto Georges Sorel del primo Novecento ed estrema sinistra francese, ho spiegato la sua biografia, poi il suo scritto principale “Riflessioni sulla violenza”. Mi interrompeva piuttosto spesso, ma solo per frenare il mio eloquio e farmi una domanda successiva, come per esempio “il mito” di Sorel, “lo sciopero generale”, “il sindacato” ecc.

“Le faccio un’ultima domanda. Si ricorda che cosa si intende in Sorel con la morale dei produttori?”. Buio in sala. Ma proprio cecità assoluta. Cerco di imbastire qualcosa, ma è evidente che non me lo ricordo, cosa che ammetto con la massima onestà. Anche dopo la spiegazione, continuo a non ricordarmi dove avrei dovuto leggere “la morale dei produttori” di Sorel, a bocce ferme andrò poi a verificare la questione sul manuale, dato che evidentemente mi è scivolata addosso con la velocità della pioggia in una grondaia. “Peccato per l’ultima domanda, però le do 29 e penso che col professore possa arrivare al massimo,” mi ha detto convinto, e sempre sorridendo. Io naturalmente ero già contentissima così!


L’esame con il professore

Chiudo il canale e ripasso con il link di teams all’aula dove il professore sta interrogando un altro studente, che per combinazione porta Bakunin e Marx come me. Lo ascolto per un po’, poi siccome vorrei ripassare qualche appunto abbasso l’audio, e ogni tanto do un’occhiata allo schermo, suddiviso in due metà dove le bocche si muovono quasi senza suono con effetto surreale. Il professore ogni tanto scuote la testa, segno che l’esame non sta andando benissimo.

Tocca poi allo studente prima di me, e qui sono costretta ad aumentare di poco l’audio per stare in campana, perché magari al professore salta il ticchio di pescarmi se a qualche domanda non viene risposto. Mi sembra di rivivere i tempi della scuola superiore, e non sono memorie piacevoli. Ricordo il professor Rana - giuro, si chiamava così - di seconda liceo che nell’ora di letteratura chiamava alcuni nomi mettendo sempre me in fondo alla fila, e io pregavo in silenzio che le mie amiche prima di me sapessero rispondere.

Gli chiede chi sono i piccoli borghesi per Marx, e lo studente si mette a balbettare. “Accidenti, chi sono i piccoli borghesi?!” penso, allarmata. Non me lo ricordo assolutamente, anche perché nella mia testolina mi ero fatta l’idea che si potesse partire dalle citazioni che avevo debitamente stampato, come era accaduto per le fonti in Storia Romana, invece niente di tutto questo è accaduto. Lo studente prima di me lo sa a malapena, poi gli chiede il nome dell’economista svizzero, la cui risposta era Sismondi. E non lo sa. Mi rendo conto che non so ne l’una né l’altra cosa, e invece di ripassare bene il Manifesto avevo finito col riguardare altri argomenti ininfluenti come le date della biografia di Marx ecc. nella convinzione che chiedesse di snocciolarle a occhi bendati. Invece non ha chiesto neanche una data!

Riguardo velocemente quella parte nel capitolo “Letteratura socialista e comunista”, con 1. Il socialismo reazionario suddiviso in socialismo feudale, borghese, tedesco o ‘vero’ socialismo, conservatore e borghese, il socialismo critico-utopico, e in quell’istante... colpo di scena: si apre la porta ed entra mio marito con una scopa in mano. Gli faccio cenni frenetici che l’esame non è finito, roteando gli occhi come un’invasata, e lo caccio fuori. Infatti, poverino, non sentiva nessun rumore, e “si era fatto persuaso” che fosse tutto terminato. Comunque alla fine metto via gli appunti perché mi rendo conto che l’esame sta per terminare, e infatti gli dà 26 (allo studente perplesso, non al marito).

Mi chiama e mi dice di palesarmi con audio e video, cosa che faccio con immensa diffidenza.

Il professore mi chiede che cosa ho portato (Bakunin e Marx) e poi di parlare dei proletari, chi sono ecc. e da lì in poi è stato tutto liscio come l’olio. Dai proletari siamo passati al concetto di merce, alle crisi di sovrapproduzione e alla conquista di nuovi mercati, dei mercati globalizzati, a chi ha creato i proletari, alla teoria del plusvalore. Poi siamo passati a Bakunin, all’antiteismo di Bakunin, ai punti in comune con Marx come la morte dello Stato, la rivoluzione violenta e altri argomenti attinenti.

Alla fine mi ha detto che poteva bastare e che mi dava 30. “Ha fatto un bell’esame,” mi ha detto, e sono rimasta sorpresa perché mi sembrava che fosse durato pochissimo (sebbene io perda sempre il senso del tempo in questi frangenti). Ho chiesto timidamente se mi avrebbe mandato una mail a cui avrei dovuto rispondere, e mi ha risposto sorridendo: “Ma no, facciamo alla maniera bakuniniana, sulla parola,” così ho ringraziato e ho abbandonato l’aula virtuale. Sono ritornata da mio marito, che nel frattempo era in cucina e aveva appoggiato la scopa alla parete ed era in fibrillante attesa. “Ho preso trenta,” ho detto, incredula. Siamo esplosi in un fragoroso evviva, accanto alla scopa che sembrava esultare e mettersi a ballare.

 

***

Bene, sono contenta di dire che il buon vecchio Karl mi ha portato fortuna! E voi ricordate 
qualche esame particolarmente difficile dei tempi della scuola o dell’università? 

***

Foto: Pixabay o Wikipedia






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sabato 4 settembre 2021

Mary Wollstonecraft e i diritti delle donne afghane




Foto: Pixabay


La crisi afghana


Viviamo in un tempo esausto e in un mondo globalizzato attraversato dalla pandemia, dalla crisi climatica, da una guerra mondiale combattuta “a pezzi” secondo le parole del Papa, dove la forbice delle disuguaglianze sociali ed economiche sembra farsi sempre più ampia e la cultura dello scarto diventa sempre più pervasiva.

L’estate era propizia per un periodo di riposo all’insegna di un cauto ottimismo. Ma, come voi, ho assistito con sgomento e un senso di impotenza agli avvenimenti che si sono rapidamente succeduti soprattutto dopo il 15 di agosto in Afghanistan. La crisi in Afghanistan, una sorta di conflitto dimenticato e che era finito in fondo all’agenda dei potenti di turno, è sembrata esplodere con la forza di una supernova.

Dopo una guerra ventennale e un enorme dispendio di uomini, mezzi, soldi e risorse, il ritiro degli americani e della coalizione Nato è avvenuto in mezzo al caos ed è apparso più una rotta come quella di Caporetto che un ritiro graduale, con date che si susseguivano e diventavano sempre più stringenti. Abbiamo assistito all’avanzata rapidissima dei talebani verso Kabul, alla dissoluzione dell’esercito afghano che ha abbandonato aerei, droni, armi, elicotteri ai vincitori.

Soprattutto abbiamo visto scene strazianti con persone aggrappate ai carrelli di aerei in decollo, altre accalcate all’aeroporto di Kabul per giorni, in luogo divenuto un’enorme discarica, in attesa di essere imbarcate in una sorta di terrificante lotteria tra la vita e la morte, altre che disperatamente scappavano, e scappano tuttora, attraverso le frontiere dei paesi limitrofi, Pakistan in primis. L’attentato poi, e le sue conseguenze, è stato definito una sorta di apocalisse, ed è costato la vita a più di centosettanta persone. Abbiamo visto i pochi fortunati nei cargo nel ponte aereo, e abbiamo pensato a coloro che non ce l’hanno fatta e sono rimasti all’interno del paese trasformatosi in trappola.

In Afghanistan è in atto una catastrofe umanitaria, sociale, economica che avrà delle ripercussioni nel resto del mondo. Si tratta di un collasso e un tornado insieme che sembrano spazzare via venti anni di stentate conquiste, in primo luogo a favore delle donne e dei loro diritti, ma anche degli oppositori politici, delle minoranze etniche e delle confessioni religiose oggetto di persecuzioni, e l’orologio sembra ritornare indietro di venti anni... anche se così non è.


Le dottrine politiche


Francamente mi sono chiesta a che cosa serve questo mio blog di fronte all’enormità degli avvenimenti che si succedevano, alla pochezza dei miei problemi e al mio senso di impotenza, in parte anche ispirata dall’articolo di Grazia Gironella “La narrativa è inutile?” (qui il link), e forse anche da un filo di depressione, che di questi tempi non è un’ipotesi così peregrina. Il mio blog a dicembre compirà dieci anni, e mi sono chiesta se non varrebbe la pena di festeggiare tale ricorrenza con una chiusura definitiva, come tanto spesso ho ipotizzato. Eppure...

Stavo sfogliando i giornali a proposito della crisi afghana quando sono stata colpita da una frase pronunciata da uno scrittore afghano Ci vorrebbe una nuova età dei Lumi. L’Illuminismo, il Settecento, il mio periodo. Sono andata subito a compulsare i libri che stavo ripassando in vista del mio imminente esame di storia delle dottrine politiche, come Paolo sulla via di Damasco o, meglio ancora, come una donna del Settecento folgorata dai lumi della ragione. L’Illuminismo, quel movimento europeo che si batté per spazzare via l’oscurantismo, la superstizione, la società dei privilegi di nascita, che collaborò a vario titolo con i sovrani per operare delle riforme e garantire a tutti diritti di libertà e uguaglianza.





Quando si studiano questi autori del passato, infatti, si ha sempre l’impressione che siano rivestiti da una patina un po’ opaca, come un ritratto a olio affumicato, o un dagherrotipo ormai sbiadito, e che abbiano poco o nulla da dirci in quanto i loro problemi, e le soluzioni rintracciate, appartenevano al loro tempo.

Eppure il loro pensiero relativo ai diritti delle donne è attualissimo. Sapevate, per esempio, che Giuseppe Mazzini - sì, proprio lui, uno dei protagonisti del nostro Risorgimento, ormai ridotto a una figura da acquasantiera sui libri di storia - era un decisissimo fautore dell’uguaglianza dei diritti a tutto campo, sia per uomini che per donne? E sapevate che il liberale John Stuart Mill, autore di “Saggio sulla libertà”, ha avuto come coautrice l’amatissima moglie e antesignana del femminismo Harriet Taylor? Stesso dicasi per il pensiero anarchico, da Michail Bakunin in poi: le donne dovevano godere di pari opportunità educative e lavorative, di partecipazione politica, di avere legami sentimentali e scioglierli senza alcun tipo di violenza.



Le dottrine politiche e i diritti delle donne



Ho dunque pensato di proporvi una serie di articoli su queste figure di pensatori e pensatrici illustri per raccordarle con la contemporaneità, e non potevo che incominciare con Mary Wollstonecraft di cui avevo già parlato nella mia galleria di grandi donne e che riprendo come canovaccio (qui in un ritratto di John Opie del 1797).

Fu soprannominata dai suoi detrattori "la tigre in gonnella" per la determinazione nel far sentire la sua voce di combattente per i diritti - ed è qui un altro aspetto della sua modernità - non solo delle donne, ma anche degli uomini. La sua vita fu una continua provocazione per i perbenisti: convivenze non matrimoniali, una maternità illegittima, una vita "sregolata". E le sue teorie sulle donne certamente non migliorarono la situazione. Ma incominciamo dall’inizio.




La vita di Mary

Mary nasce a Londra il 27 aprile del 1759 e vi muore il 10 settembre 1797, dopo un'esistenza piuttosto breve e molto avventurosa. La sua prima battaglia viene combattuta nell'adolescenza, nell'ambito di una famiglia condizionata dalla povertà e dall'alcolismo del padre.

Entrata in contatto con altre giovani donne, comincia a forgiarsi un'istruzione da autodidatta e soprattutto a irrobustire gli strumenti dialettici che le avrebbero permesso di battersi contro il conformismo, i pregiudizi e le ingiustizie sociali. La stessa Virginia Woolf, citandola, la definisce ribelle nel suo temperamento, e "con la rivolta nel sangue". Ben presto Mary si rende indipendente con il proprio lavoro: una data importante è il 1787 dove trova un impiego stabile presso il mensile Analytical Review. In quell'ambiente entra in contatto con i migliori esponenti della cultura progressista londinese.

Nel 1789 avviene lo scoppio della rivoluzione francese, evento epocale in cui molti intellettuali e pensatori, compresa Mary, ripongono le loro speranze di progresso. Nel 1790 scrive la sua prima opera politica, A Vindication of the Rights of Men, in cui conduce un attacco ai privilegi nobiliari e una difesa del regime repubblicano, e si unisce al coro dei difensori della rivoluzione contro l'opposto schieramento degli oppositori conservatori e reazionari. In quest'opera afferma che tutti devono godere degli stessi diritti civili: gli uomini, ma anche le donne.

A questa affermazione dà pieno compimento nella sua opera del 1792, Vindication of the Rights of Woman. All’incirca nello stesso periodo nel 1791 un'altra donna, la francese Olympe de Gouges aveva pubblicato un altro scritto che apriva la strada al movimento femminista, la Déclaration des droits de la femme et de la citoyenne. Mary non fu coinvolta come Olympe negli eccessi della rivoluzione, ma pagò il suo atteggiamento di aperta sfida ricevendo insulti, insinuazioni e sberleffi.

Vive le amicizie con grande dedizione e ha relazioni tempestose. Sposa il pastore “dissenter” e filosofo William Godwin, precursore dell'anarchismo, dal quale ha la figlia Mary, nota scrittrice e moglie del poeta Percy Bysshe Shelley, meglio conosciuta come l'autrice di Frankenstein.


La Rivendicazione dei diritti della donna (Vindication of the Rights of Woman)

«È tempo di compiere una rivoluzione nei modi di esistere delle donne - è tempo di restituire loro la dignità perduta - e fare in modo che esse, come parte della specie umana, si adoperino, riformando se stesse, per riformare il mondo.»
(Mary Wollstonecraft, A Vindication of the Rights of Woman (1792), pubblicato a cura di Eileen Hunt Botting. Yale University Press, 2014, p.71)

Quest’opera ha dei punti di contatto sconvolgenti con la situazione delle donne afghane, e in generale nel resto del mondo che mi permetto di sottolineare nell’articolo. Ascoltiamo che cosa ci dice Mary Wollstonecraft.


Il matrimonio

Il trattato inizia con una breve introduzione dove la scrittrice sostiene che, non contenti della debolezza fisica delle donne, gli uomini si adoperano per farle cadere ancora più in basso facendole diventare oggetti di fugace attrazione; e le donne, inebriate dal loro atteggiamento, non si sforzano di diventare autentiche compagne e amiche. Nei primi anni di vita esse trascorrono ad acquisire un'infarinatura di tutto e con un’educazione di base minima. La forza del corpo e della mente viene sacrificata in favore di nozioni futili: Tra queste, vi è come incrementare la propria bellezza al fine di conseguire l'obiettivo del matrimonio.

Nei vari capitoli Mary tratta alcune opinioni che vanno per la maggiore e che lei confuta con grande acutezza e sapienza di argomentazione. Il titolo del primo capitolo, ad esempio, è "Dell'opinione prevalente di un carattere sessuale specifico", ovvero che secondo l'opinione comune la donna è come una bambina e quindi deve essere mantenuta in uno stato di perpetua fanciullezza come se vivesse nel mondo dei balocchi e senza assumersi responsabilità. La donna va protetta sempre nella sua vita, sia nel corpo che nello spirito perché incapace di badare a se stessa: non vi ricorda qualcosa?

Le sue teorie sul matrimonio sono di conseguenza scandalose per i bacchettoni dell'epoca (non dimentichiamolo mai: parliamo di 1792). Il matrimonio per gli uomini "non è l'elemento centrale della vita; per le donne, invece, è l'unico progetto per cui affinare le proprie facoltà. Per acquistare una buona posizione devono fare un buon matrimonio, e a questo sacrificano il loro tempo, prostituendo legalmente il loro corpo."


La “naturalità” domestica

Alla base della sottomissione in cui la donna viene tenuta sta l'assunto della "naturalità" domestica delle donne, destinate per il loro carattere a occuparsi solamente degli ambiti ristretti della casa e dei figli.

Mary, invece, sostiene con forza che questa cosiddetta "naturalità" è solamente il frutto di una forzatura educativa e sociale, e come tale va combattuta. "La libertà è la madre delle virtù e se le donne sono, per costituzione, delle schiave, e non è concesso loro di respirare l'aria rigenerante e penetrante della libertà, allora sono destinate a languire sempre, come piante esotiche, ad essere riconosciute solo come bellissime imperfezioni della natura. L'unica imperfezione della natura." La casa e i figli possono essere obiettivi del tutto legittimi, ma devono essere frutto di una libera scelta esistenziale e non un percorso obbligato.


La dipendenza della donna

La donna non è libera di scegliere e non ha la forza di combattere per i propri diritti perché non è indipendente né mentalmente né economicamente. Deve sottomettersi a un legame che non desidera, pena diventare una reietta, o peggio ancora; e, quindi, si prostituisce. In effetti le donne non sono disciplinate, ammette la scrittrice, perché non è mai stato insegnato loro come fare a esserlo; e sono quindi del tutto prive di spirito critico, dovendo sottomettersi ciecamente all'autorità maschile costituita.

Se la donna si avvale solo del suo aspetto fisico per legare a sé l'uomo, ben presto ne perderà l'amicizia, e all'amore subentrerà l'indifferenza dato che non si tratterà di un rapporto alla pari. Per ottenere quello che vogliono alle donne non resta che giocare d'astuzia, dopo essere diventate civettuole; e questa è l'astuzia tipica dello schiavo, che non ha altre armi.


L’educazione, le scuole miste

Tutto il ragionamento di Mary ruota proprio attorno a un termine-cardine, fondamentale per gli Illuministi: l'educazione. Che va radicalmente cambiata, per insegnare alle donne a coltivare il proprio spirito e la propria mente, e a saper esercitare un giudizio critico sulle cose; a non fare affidamento soltanto su una bellezza presto destinata a svanire. Secondo Mary occorre aprire le scuole a classi di tipo misto con bambini e bambine in modo che i due sessi traggano conoscenza e arricchimento dalla reciproca vicinanza. Vi assicuro che anche questo non era per nulla scontato!

La sua indipendenza di giudizio non le impedisce di ammirare il filosofo Rousseau, ma di criticare le sue teorie sull'educazione femminile espresse nell'opera "Emile" e in una scarsa paginetta. Al figlio maschio infatti il pensatore francese riserva tutte le cure di un'educazione sollecita e liberale, immersa nella natura; la figlia femmina è invece destinata ad apprendere tutto quello che le serve per rivestire un ruolo di madre e nutrice. Egli critica molto quelle donne che si sbarazzano dei figli affidandoli alle nutrici (salvo poi predicare bene e razzolare malissimo, visto che lui per primo si liberò dei figli lasciandoli in orfanatrofio): "L'uomo ha maggiore genialità; la donna osserva, l'uomo ragiona." Contro questa mentalità Mary si batte con durezza nella sua opera, decostruendola con la forza del suo ragionamento.


La conclusione e l’eredità di Mary Wollstonecraft


In conclusione, l'istruzione e l'educazione sono l’unico modo per rendere libere nelle loro scelte, e realizzate, non solamente le donne, ma anche gli uomini che stanno loro accanto; e assicurare a entrambi i sessi la felicità che meritano.

Ho appreso di recente che l'opera di Mary Wollstonecraft, ripresa dalle femministe del XX secolo, viene ancora studiata. Guardacaso Ayaan Hirsi Ali, scrittrice politica, già musulmana e poi critica dell'Islam, in particolare per quanto attiene alla sua legislazione nei confronti delle donne, cita i Rights of Woman nella sua autobiografia "Infidel", scrivendo di essersi «ispirata a Mary Wollstonecraft, pioniera del femminismo che diceva alle donne che esse avevano la stessa capacità di ragionare degli uomini e meritavano gli stessi diritti».



***

Volevo sapere che cosa pensate della situazione in Afghanistan e una vostra opinione sulle parole di Mary Wollstonecraft. Nel frattempo vi auguro un buon autunno.



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venerdì 6 agosto 2021

Un augurio di serene vacanze con "Oh estate!" di Pablo Neruda


Mezzogiorno sulle Alpi di Giovanni Segantini (1892)

Carissimi, 

ero in dubbio se sospendere le pubblicazioni del blog visto che di recente sono stata piuttosto discontinua per gli impegni che tutti conoscete. ;) Tuttavia ho visto che molti blogger sono già in vacanza, se non con il corpo almeno con la mente, e hanno giustamente chiuso i battenti.

Ho deciso dunque di procedere con la chiusura estiva "ufficiale" del blog con la consueta poesia. In questo periodo mi ripropongo di leggere della narrativa, infatti mi sono arrivati tre romanzi che da tempo mi facevano venire l'acquolina in bocca. Ne ho già iniziato uno che è assolutamente nelle mie corde! e poi vorrei andare un po' avanti a scrivere il mio romanzo Il Tempio di Salomone di cui peraltro è già pronta la copertina. Ogni tanto passerò sui vostri blog per sapere se ci sono novità, e commentare eventuali vostri post. Spero comunque che possiate trascorrere un'estate di svago.

Qui vi propongo Oh estate! di Pablo Neruda che mi ricorda tanto le estati trentine della mia infanzia: una stagione di sole, di aria aperta, di fienagione, di raccolto e notti trascorse in chiacchiere e sotto le stelle... e quindi trovate anche un luminoso quadro di Giovanni Segantini, un pittore che adoro. 


Oh Estate abbondante,
carro di mele mature,
bocca di fragola,
in mezzo al verde,
labbra di susina selvatica,
strade di morbida polvere sopra la polvere,
Mezzogiorno, tamburo di rame rosso,
e a sera riposa il fuoco,
la brezza fa ballare il trifoglio,
entra nell’officina deserta;
sale una stella fresca verso
un cielo cupo, crepita
senza bruciare
la notte dell’Estate.

 

Pablo Neruda, pseudonimo di Ricardo Eliécer Neftalí Reyes Basoalto (1904-1973) è stato un poeta, diplomatico e politico cileno, considerato una delle più importanti figure della letteratura latino-americana del Novecento. Fu insignito nel 1971 del Premio Nobel per la letteratura. Ha anche ricoperto per il proprio paese incarichi di primo piano, diplomatici e politici. Inoltre è conosciuto per la sua adesione al comunismo (per cui subì censure e persecuzioni politiche). Morì in un ospedale di Santiago poco dopo il golpe del generale Pinochet nel 1973, in circostanze ritenute poco chiare.

La poetica di Neruda spazia dal realismo al surrealismo, dalla lirica intimista a quella civile e politica. Tra i suoi principali ispiratori e modelli vi sono Francisco de Quevedo, Walt Whitman e Arthur Rimbaud. Secondo Neruda, la poesia è un atto di pace e amore, ma egli è costretto dalle circostanze a combattere chi questa pace vuole distruggere, come nei versi diretti contro i dittatori, il neocolonialismo e l'imperialismo statunitense, in cui la rabbia del poeta verso chi rovina la purezza della vita viene palesata; la sua ispirazione più profonda però non viene mai messa in ombra:

«La poesia è sempre un atto di pace. Il poeta nasce dalla pace come il pane nasce dalla farina.»

(da Confesso che ho vissuto)



Fonte testo e immagini: Wikipedia

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sabato 31 luglio 2021

Il Caffè della Rivoluzione – La variante di Valmont /46





Sono alla disperata ricerca di un bel romanzo storico che mi trasporti in un’altra epoca e che mi faccia sognare e divertire, distogliendomi dalle mie fatiche universitarie. All’inizio dell’anno ero partita benissimo con due libri favolosi: “Il re e il suo giullare” di Margaret George, un poderoso romanzo su Enrico VIII narrato in prima persona del re medesimo, e “Cigni selvatici. Tre figlie della Cina” di Jung Chang, una commovente narrazione autobiografica su tre generazioni di donne che si sviluppa nel contesto della Cina dal 1920 al 1980. Se non li avete letti, li consiglio entrambi perché non vi deluderanno pur descrivendo epoche e contesti diversi e con forme narrative diverse.

Di recente non faccio incontri molto fortunati, però. Senza addentrarmi in particolari, si tratta dei soliti nomi e cognomi che svettano in testa alle classifiche e che vengono salutati come i novelli Walter Scott del romanzo storico. Per quanto mi riguarda, avrei scaraventato volentieri fuori dalla finestra i prodotti di tali penne celeberrime. Dopo una quarantina di pagine di prosa compiaciuta e autoreferenziale (del genere “Ma quanto sono brava, questo non te lo spiego perché lo devi sapere a priori, arrangiati!”) e badilate di personaggi che continuavano ad arrivare pagina dopo pagina, ho gettato la spugna e sono ritornata a suonare alla porta dei miei vecchi amori.

Sto per l’appunto rileggendo “Le relazioni pericolose” di Choderlos de Laclos scritto nel 1782, quindi si può dire alla vigilia della Rivoluzione Francese. Secondo alcuni critici, anzi, tale romanzo, che descrive i costumi corrotti del ceto nobiliare, contribuì non poco a demolire quel poco di credibilità che rimaneva all’aristocrazia francese. Il romanzo appartiene al genere epistolare, molto in voga all’epoca, ed è un intreccio di lettere tra vari personaggi altolocatiL’intrigo è volto a far perdere la reputazione a un’integerrima donna sposata, e la verginità a una fanciulla appena uscita dal convento, ed è condotto con grande freddezza e cinismo dalla vendicativa marchesa di Merteuil e dal seduttivo visconte di Valmont, suo complice ed ex-amante.



Le relazioni pericolose
 di Stephen Frears (1988)
 
Tale romanzo è una magistrale rappresentazione del libertinaggio – un vero e proprio “esercizio” non soltanto carnale, ma anche intellettuale e filosofico, su cui ci sarebbe molto da dire - e il linguaggio è un’ottima materia di studio per chiunque si cimenti con il periodo e ne voglia imitare lo stile. L’autore, Choderlos de Laclos, era un militare, e la tecnica di corteggiamento, seduzione e conquista di Valmont è un vero e proprio manuale di strategia offensiva su come condurre un assedio e l’espugnazione, in questo caso non di una fortezza ma di una donna. Questo gioco crudele condotto a tavolino non fa però i conti con l’imprevedibilità dei sentimenti, che finiscono per sparigliare le carte e travolgere i primo luogo gli artefici della trama macchinosa. nessuno si salva, però, né protagonisti più maturi né i giovani, nelle cui esistenze finisce per insinuarsi una sottile vena di corruzione, al punto che l'autore ci lascia intravedere un futuro di emuli della marchesa e del visconte.

Oltre a essere considerato uno dei capolavori della letteratura francese, il romanzo ha fornito lo spunto a più di un film. Avevo visto Le relazioni pericolose diretto nel 1988 da Stephen Frears, di cui potete vedere qui un fotogramma. Il film si avvale di Glenn Close nel ruolo della perfida Madame de Merteuil, John Malkovich che interpreta Valmont, Michelle Pfeiffer come Madame de Tourvel, una giovanissima Uma Thurman e un altrettanto giovane Keanu Reeves. Pur apprezzandolo molto, lo avevo trovato un po’ cerebrale e con alcuni attori, pur bravi, non completamente adatti al ruolo come Malkovich, che ha una fisionomia piuttosto inquietante. Avevo visto anche un'interpretazione in chiave moderna e statunitense: Cruel Intentions, film del 1999 diretto da Roger Kumble, un adattamento che mi era piaciuto immensamente. 

Mi mancava peròValmont di Milos Forman, con Colin Firth, Annette Bening, Meg Tilly, Fairuza Balk. Il film, del 1989, ha ricevuto una nomination all'Oscar e ha vinto nel 1990 il premio César per i migliori costumi. Finalmente ho avuto occasione di godermelo su amazon prime, e ne sono rimasta entusiasta: è uno dei più bei film sul Settecento che abbia visto! Ecco alcune fotografie che ho tratto dal sito della imdb (qui il link diretto), dove potrete trovare moltissime altre immagini nonché il trailer in inglese del film.


Annette Bening nel ruolo della marchesa di Merteuil e....
nella vasca da bagno.


Colazione sull'erba per la dolce signora di Tourvel
e l'intrigante marchesa.



Il gioco delle parti
dove tutti fanno finta di essere quello che non sono.


Il marchese di Valmont in piena azione,
anche se il seduttore sarà conquistato.


La carrozza personale era il vero "must" dell'aristocrazia.


Nonostante la fedeltà alle crudeli vicende narrate nel romanzo, Valmontè un film gioioso e sorridente a partire dai protagonisti, tutti giovani e perfettamente adatti al ruolo. Non è un caso che il titolo non sia “Le relazioni pericolose”, ma “Valmont” ovvero che porti alla ribalta l’elegante e seduttivo marchese, qui interpretato da un affascinante Colin Firth. I colori, gli abiti e le ambientazioni sono solari, ricchi ed eleganti, e molte scene mi hanno ricordato “Amadeus”. Ogni scena è un vero gioiello e andrebbe studiata con attenzione per quanto è curata, sia negli interni (mobili, tendaggi, vasellame, orologi…) che negli esterni (colazioni sul prato, giardini, gare di tiro con l’arco, cavalcate, passeggiate in campagna, stradine mefitiche di Parigi…). 

La sceneggiatura si avvale di dialoghi scoppiettanti, ironici e con pericolosi doppi sensi che esprimono in maniera perfetta quell’esprit che era la cifra dell’alta società e un vero marchio di stile. Insomma, tutti sembrano divertirsi in questo gioco pur perverso, e la storia perde un po' la sua carica drammatica, che si stempera definitivamente nella scena finale, una sorta di beffarda vittoria finale da parte di Valmont stesso. In quanto a me, ho deciso di farmi fare una giacca azzurra ricamata a fiori come quella che esibisce il marchese in questa fotografia!


***

Avete visto questo film e vi piace il genere? Potete consigliarmi qualche bel romanzo storico da leggere?

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sabato 17 luglio 2021

Esame di Storia Romana, ovvero la fine delle peripezie di Ulisse


Giorni fasti e nefasti

Ho imparato varie cose di estremo interesse nello studio della Storia Romana. Una di queste era che i pontefici, cioè i componenti del più importante collegio sacerdotale, custodivano e gestivano i calendari con i giorni “fasti” (da “fas”, cioè lecito, ammesso, possibile perché consentito dalle leggi divine) e “nefasti” (l’esatto contrario).

Gli àuguri, cioè altri sacerdoti incaricati di leggere i segni celesti (e con l’accento sulla ‘a’ altrimenti si potrebbero leggere come gli augùri di buon compleanno) contribuivano a decifrare la volontà divina attraverso il volo degli uccelli, i fulmini e altri fenomeni naturali. Le assemblee di facinorosi tribuni della plebe venivano interrotte se gli àuguri proclamavano a gran voce che il giorno era nefasto, e com’è ovvio molti approfittarono biecamente della cosa. Pensate a che cosa potrebbe succedere se, prima della discussione di un progetto di legge particolarmente contrastato, mi viene in mente il decreto Zan per esempio, si bloccasse tutto perché il dio Marte in salsa salviniano-renziana ha deciso che non se ne fa niente!


I viaggi di Ulisse

Per l'appunto avevo la sensazione che l’esame di Storia Romana, incombente insieme con Letteratura Italiana, fosse gravato da auspici negativi e io disperavo che arrivasse finalmente il giorno in cui avrei potuto darlo in presenza vista la sua complessità e l’incertezza causata dalla pandemia. Avevo già tentato di darlo nel mio abortito tentativo di dicembre di cui vi ho raccontato, e ora bisognava approfittare della zona bianca.

Ragionavo sull’opportunità di farlo slittare alla fine di tutti gli esami, anche se avrei dovuto rifrequentare il corso, oppure comprare altri libri come non frequentante in quanto i materiali cambiano da un anno accademico all’altro. E avevo già comprato, letto e studiato parecchi libri in più. In breve, era da un anno e mezzo che mi trascinavo questo gigantesco esame appeso a una gamba e senza riuscire a concludere niente.

Mi sentivo sempre più simile all’eroe Ulisse che, dopo la guerra di Troia, tenta inutilmente di tornare a casa. Che cosa era successo, infatti? Avendo sfidato la collera di Poseidone dio del mare, ogni qualvolta si avvicinava alle coste di Itaca il dio gli scatenava contro venti furiosi, lo faceva naufragare e in genere lo sospingeva verso altri approdi. Aveva fatto tappa nella terra dei Ciconi; poi nella terra dei Lotofagi; ero approdato su un’isola abitata dalle ninfe, ed era giunto nella grotta di Polifemo, un gigante con un occhio solo in mezzo alla fronte. Era arrivato nell’isola di Eolo, re dei venti. Era stato risospinto al largo mentre era in vista di Itaca. Aveva fatto visita ai Lestrigoni, altri giganti mostruosi.

Ulisse era giunto poi nell’isola dalla maga Circe, ed era sceso addirittura nel regno dei morti. Rimessosi in rotta, se l’era dovuta vedere con le sirene. Nello stretto di Messina era incappato in Scilla e Cariddi; dopo essere approdato sull’isola, i suoi compagni si erano mangiati le mucche di Elio, suscitando la collera di questo dio che aveva scatenato nuove tempeste. Ulisse si era salvato approdando sull’isola della ninfa Calipso che lo aveva trattenuto per ben sette anni.

Dopo tale soggiorno, era approdato alla terra dei Feaci dove aveva incontrato Nausicaa la figlia del re; alla corte aveva raccontato le sue traversie. Finalmente era riuscito a tornare a Itaca dove aveva sterminato i Proci con l’aiuto del figlio e si era ricongiunto con la moglie Penelope! E io, come un novello Ulisse, sarei riuscito infine ad approdare a Itaca, cioè ad affrontare l’esame, conquistando la sufficienza e arraffando i miei 9 crediti?


Il ripassone

Mi sono dunque premurata di ridedicargli la debita attenzione dopo aver affrontato lo scritto di Letteratura Italiana il 7 giugno ed essermi levata di torno tutto quel po’ po’ di roba (qui il post). 

Non c'è niente di peggio, però, che riprendere in mano qualcosa che nella tua testolina consideri chiuso, anche se non lo è. Quello che mi preoccupava maggiormente era l’enorme manuale con mille anni di storia istituzionale, dagli insediamenti nell’Età del Bronzo fino alla caduta dell’impero d’occidente: Storia Romana Editio Maior, densissimo di eventi, battaglie, nomi di consoli, tribuni della plebe, questori, pretori, censori, leggi di vario genere, mappe, legioni, imperatori e dinastie, città, regioni, province, e chi più ne ha più ne metta. Tra l'altro ogni romano che si rispetti era dotato di tre nomi, per esempio Tiberio Sempronio Gracco oppure Marco Tullio Cicerone, e quindi c'è un vero diluvio di gente.

Questo è un modesto aspetto dello spaventoso sforzo mnemonico che un esame del genere comporta. Per quanto mi riguarda mi trovo molto meglio con esami di tipo concettuale, dove posso aiutarmi imbastendo dei ragionamenti e dispiegando la mia eloquenza. E poi non mi ricordo mai le date, ed è davvero imbarazzante visto che studio Storia.

Dopo aver ripassato i quaderni con gli appunti del corso, e il dossier delle fonti (cioè i passi degli storici commentati come Polibio, Tacito, Cassio Dione…) e avendo dei “déjà vu” di non poco conto (santi numi, di nuovo il cursus honorum, i comizi centuriati, le leggi Licinie Sestie, le proscrizioni di Silla, le guerre in Gallia, l'impero dei Parti…), e il libro “Le istituzioni Politiche del mondo romano”, ho cominciato a riguardare tale enorme manuale aiutandomi con riassunti dei capitoli che mi aveva passato un mio compagno, oltre a una gigantesca ricerca iconografica suddivisa in cartelline, per me sempre molto utile. Il tempo che mi separava dall’esame dell’8 luglio è comunque volato, scartabellando e ripassando e senza peraltro dimenticare anche i materiali per l’esame orale di Letteratura Italiana su Vittorio Alfieri.


Sì, ma la deroga?

Mi stavo crucciando anche per la richiesta della deroga all’esame, da poter fare in presenza, che avevo inserito con la famosa “app” sullo smartphone. Sulla bacheca della professoressa ho visto che occorreva anche chiedere la deroga scrivendole direttamente “entro e non oltre dieci giorni prima” dalla data dell’esame; mi sono agitata moltissimo dato che avevo superato di un giorno la scadenza e non avevo ricevuto risposta dalla docente. Le ho scritto una mail dove le ho chiesto se avesse ricevuto la conferma della mia richiesta, e ho trascorso il tempo dalla risposta in fibrillazione atriale.

Mi ha risposto molto gentilmente, dicendo che sì, l’aveva ricevuta e per l’occasione mi aspettava in un’aula specifica di via s. Sofia, e anche lì… ho appreso che sarei stata l’unica in presenza! Mio marito ha commentato ironicamente che ormai ero segnalata come la più grande molestatrice seriale di tutta l’università, ma poco mi importava perché ero troppo felice!!!


“Misery”

Alla vigilia degli esami ero molto meno felice, tuttavia. In lingua inglese c’è un aggettivo che rende molto bene il mio stato d’animo di quel periodo, cioè la parola “miserable”. L’italiano “infelice” non è altrettanto efficace, secondo me. Io ero proprio “miserable”, e piena di brutti presentimenti: mi dicevo che un dio collerico mi avrebbe di nuovo preso di mira, venti di tempesta mi avrebbero sospinto di nuovo al largo, sarebbe successo un altro imprevisto, non sarei riuscita a raggiungere la sede d’esame perché sarei scivolata rompendomi una gamba, e altre brutture del genere. Ero proprio nel “de profundis”, e la notte ho dormito malissimo.

 
Il giorno dell'esame

Finalmente il sole è sorto sul giorno fatidico, ho preso il mio autobus sottocasa diretta alla metropoli e con lo zaino pieno di libri e quaderni per il ripasso e con la consueta confusione in testa. Sono giunta alla sede e ho subito cercato l’aula dopo essermi misurata la temperatura con il termoscanner. I corridoi erano quasi del tutto deserti, al che sono uscita e mi sono seduta nel cortiletto dell’università, su una panchina che era asciutta. Aveva piovuto, ma faceva un caldo terribile e il meteo pronosticava nuovi temporali nel pomeriggio. Ho cercato di ripassare qualcosa, ma ero proprio tristissima, e non potevo certo fuggire dopo aver costretto la professoressa a venire in università apposta per me! Se mi fossi ripresentata al suo cospetto, come minimo mi avrebbe impallinato.

All’ora convenuta sono tornata nell’aula deserta e mi sono seduta in quarta fila accanto alla finestra, sempre immersa nella mestizia. Poco dopo le 9:30 è entrata la professoressa e accompagnata da un’addetta dell’università. Mi ha salutato e si è seduta a un tavolino dove ha disposto il computer, è uscita brevemente raccomandandomi di tener d’occhio l’armamentario. Dopo essere rientrata, si è collegata con i candidati e ha iniziato a fare l’appello generale specificando che l’esame sarebbe stato doppio: la parte istituzionale, cioè il manuale, sarebbe stata fatta dal suo assistente, mentre lei avrebbe fatto l’esame su tutto il resto, cioè gli argomenti visti a lezione e la monografia. Dopo aver fatto l’appello, ha detto che avrebbe tolto l’audio perché doveva fare l’esame “alla vostra collega in presenza”, al che ho capito che me lo avrebbe fatto tutto lei per motivi pratici, il che era ottimo.

L’esame è durato un’eternità, perché mi ha chiesto di tutto e di più

Da “Le istituzioni politiche del mondo romano”, mi ha chiesto le forme della cittadinanza romana, che sono complicatissime almeno quanto gli statuti delle città. Siccome avevo menzionato le distribuzioni frumentarie, mi ha chiesto le riforme dei Gracchi e loro differenze, che cos’è un senato consulto e che cos’è un senatus consultum ultimum, le guerre giugurtine con relativa data, che ho imbroccato in maniera a dir poco miracolosa. 

A un certo punto mi ha chiesto la terza guerra macedonica, e lì ho fatto confusione con la seconda. Non c’è niente da fare, esistono degli argomenti che non entrano in testa, e per me erano le guerre macedoniche: mi ero addirittura disegnata dei fumetti divertenti - dove la Lega etolica diventava la Lega etilica - per memorizzarle con scarsi risultati!

Poi mi ha chiesto la dinastia dei Severi, che mi sono pure simpatici, ma ho avuto un calo di zuccheri e non mi pare di aver spiegato molto bene. Tra l'altro, essendo un po' lontana, un paio di volte non avevo sentito bene la domanda e ha dovuto ripetermela (avrà senz'altro pensato che soffro di sordità, oltre al resto), la riforma dell’esercito di Settimio Severo con la Constitutio Antoniniana di Caracalla, cioè la concessione della cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell’impero. Me la sono cavata bene, ma ho sbagliato clamorosamente la data di un centinaio di anni. Ho dovuto parlare dell’anarchia militare del III secolo, e quindi dell’imperatore Teodosio e della suddivisione dell’impero. Delle fonti viste a lezione mi ha chiesto di spiegare la seduta in Senato con l’imperatore Claudio (di cui mi ha chiesto la data) per la concessione della cittadinanza ai notabili della Gallia Comata, e la relativa Tavola di Lione.

Alla fine mi ha detto che mi avrebbe dato 28, e ovviamente ho accettato. Gli dei mi sono testimoni che se mi avesse dato 18 lo avrei preso al volo. Ero talmente confusa che ero sicura di aver tirato fuori la carta d’identità, ma non riuscivo più a trovarla per metterla via; l’ho recuperata nella cartellina delle fonti dopo aver rovistato disperatamente ovunque (il dottor Freud avrebbe qualcosa da dire su tale episodio). Ho sbagliato a scendere alla fermata dell’autobus a casa, smontando una fermata prima e facendo a piedi un chilometro. Mentre camminavo, o meglio marciavo come un legionario di ritorno dalla campagna militare e con la mia "honesta missio", ero ancora incredula che, dopo un anno e mezzo di peripezie e patimenti, finalmente 

era giunto il giorno fausto, cioè benedetto dagli dei.


 
***

Ora sto ripassando in vista dell’esame di Storia delle Dottrine Politiche di settembre, e al confronto mi sembra una passeggiata. Di una cosa sono sicura: d’ora in avanti sarà un percorso tutto in discesa!



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QUALCOSA DI ME

QUALCOSA DI ME
Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato sei romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ho in cantiere una serie di romanzi ambientati nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

IL MIO ULTIMO LAVORO

Parigi, 1789. Maximilien Robespierre, Georges Danton, Camille Desmoulins, Antoine de Saint-Just sono tra i protagonisti della Rivoluzione Francese. Ma come si arriva a far scoppiare una rivolta di tale portata, a diventarne il volto e a capeggiare le sue fasi sanguinarie? Solo scandagliando il passato si scioglierà l’enigma. È nella loro infanzia, nella formazione politica e sentimentale, in relazioni proibite consumate nell’ombra, che incomincia a dipanarsi la matassa. Ne emerge un disegno rivelatore di tormentati legami che li uniscono sin dalle esistenze passate. E che li attira verso la bellissima Lucile Duplessis, fenice che rinasce dalle sue stesse ceneri.

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